L’Ensō ha analogia con il kata come pratica Zen: meditazione in azione, presenza mentale totale.
“Il karate è cerchio, perfezionamento” ci ricorda il Maestro Hiroshi Shirai nell’intervista agli Assoluti Fikta nel 2018 a Ostia-Roma.
Il cerchio chiamato Ensō è uno dei simboli più profondi e rappresentativi della cultura Zen giapponese.
Viene disegnato a pennello in un unico movimento, con tratto deciso, irrevocabile, senza seconda possibilità di correzione o riconversione, come il tiro di una freccia con l’arco, in uno stato di “non mente-assenza di pensiero” (mushin) che riflette lo spirituale del momento, hic et nunc nella sua ciclicità in mezzo alla trasformazione (henyō) o cambiamento, nell’accettazione dell’inevitabile nella visione stoica, nel riconoscimento e accoglienza della transitorietà della vita: forma ed espressione, status quo, equilibrio e serenità nell’impermanenza (mujō), precarietà dell’esistenza stessa, ricordandoci che niente è fisso e tutto muta, o può repentinamente mutare.
Viene disegnato a pennello in un unico movimento, con tratto deciso, irrevocabile.
Simbolicamente l’Ensō può essere Chiuso (perfezione e completezza) o Aperto (incompletezza, movimento e apertura al cambiamento).
Può quindi anche essere inconcluso l’Ensō, cioè non si chiude su stesso, rimane aperto, allora è la bellezza dell’imperfezione (wabi-sabi) e dell’alterità, riflettendo in filigrana anche la nostra unità di misura d’apertura (vicinanza e presenza) al mondo esterno.
Due interpretazioni, quindi, per il cerchio mancato: la prima, il senso d’incompiutezza e la consapevolezza che c’è ancora molto da fare e apprendere, la strada è lunga; la seconda che è volutamente così: cerchio aperto per indicare che niente può essere contenuto e circoscritto, ma che si “apre” all’Infinito, al mistero stesso della vita e che giammai può avere una valenza ridotta e riducibile, limitata dell’Universo stesso e, dunque, essere eterni apprendisti, attivare lo stato d’allerta, la svegliatezza, disporsi alla massima e sottile ricettività all’ascolto, che espande il campo periferico della visione d’insieme a 360º.
Facce della stessa medaglia che riflettono la caducità e la finitudine della vita umana o di un ciclo, ma anche la sua pienezza nell’illuminazione e nell’essenza dell’universo, nella sua bellezza più intrinseca, a volte nascosta o invisibile, quella del dettaglio e del microcosmo, per esempio, dell’attenzione ai particolari. Il piacevole e amoroso zelo su ciò che deve essere continuamente curato, protetto e selezionato. Si coltiva così il minimalismo e l’amore anche per i piccoli gesti o azioni, pensieri e parole. L’anima non viene così facilmente soffocata dal superfluo, si limita lo spreco di risorse che crea talvolta pericolosi vortici entropici (dispersione-distrazione-dissipazione), non c’è quindi scialo di sapienza né perdita di ponderatezza: è l’intuizione propria del Danshari (o della bellezza del vuoto).
Si entra nel campo della realtà assoluta, il Dharmadhātu nella nozione buddista mahāyāna: l’autentica natura dei fenomeni e quindi della “Realtà”, chiamata in giapponese Genjitsu, misteriosa da un lato e mistica per pochi. Risveglio per alcuni.
Un’altra dimensione o piano di lettura nella consapevolezza dell’esistenza e del discernimento (che è comprensione e distinzione): uchi e soto (o del dentro e del fuori), ma anche l’opposizione binaria privato-pubblico, interno-esterno, la forza e il vuoto nell’Armonia degli Opposti.
Scrive Laura Imai Messina: “La filosofia orientale insegna infatti come il vuoto (kū) sia la controparte del pieno, che esso è quanto permette alla vita di circolare, ai corpi di muoversi, all’essere di esprimersi nel tempo e nello spazio. Serve liberarsi dal dualismo occidentale, concentrarsi più che sul pieno o sul vuoto, sulla loro relazione, ribadendo il carattere dialettico tra realtà ed esistenza” (WA la via giapponese all’armonia, TEA, Milano, 2024, p. 118).
In forma di breve poesia narrativa, un esperimento o prova di scrittura:
Cerchio nel Vuoto
Un solo respiro.
Il pennello tocca il vuoto,
la mano inizia il cerchio.
Non pensa — accade.
Come il braccio che ruota,
protende, avvolge, ritorna.
Come l’acqua, non spezza,
ma cede e guida.
L’Ensō non si corregge.
Il kata non si ripete.
Entrambi sono uno specchio
di ciò che siamo ora.
Nel tratto d’inchiostro:
la mente silenziosa.
Nel giro del corpo:
il cuore che ascolta.
Chi chiude il cerchio,
torna al centro.
Chi apre il cerchio,
accoglie l’infinito.
Il gesto consapevole del pennello che traccia l’Ensō e quello del corpo nel kata. Entrambi sono espressione di un momento unico, irriproducibile, dove è applicata la tecnica e il movimento diventa spirito.
Il gesto consapevole del pennello che traccia l’Ensō e quello del corpo nel kata.
Ma qual è il significato spirituale dell’Ensō?
Vuoto e Pienezza (śūnyatā): rappresenta il vuoto nella filosofia buddhista, ma non come assenza, bensì come potenzialità pura. È uno spazio dove tutto è possibile, dove la mente è libera da ego e giudizi; Illuminazione e Unità: simboleggia lo stato di Satori, cioè l’illuminazione improvvisa. L’Ensō mostra l’unità di tutte le cose, l’interconnessione tra il sé e l’universo; Imperfezione come Bellezza: poiché è dipinto con un solo gesto, non può essere “perfetto” secondo i canoni estetici comuni. Abbraccia la filosofia del wabi-sabi: bellezza nell’imperfezione, nella transitorietà e nella spontaneità.
Il gesto stesso irripetibile ci permette, a conclusione, di capire dove siano i margini di miglioramento, gli errori (e i propri limiti) o la vera e necessaria correzione; come a fine esecuzione di un kata ove ci si chiede: “Ma si poteva fare meglio? Su quali punti devo lavorare e impegnarmi di più per raggiungere la perfezione?”
L’Ensō ha analogia con il kata come pratica Zen: meditazione in azione (l’atto di dipingere un Ensō è una pratica spirituale, non solo artistica); richiede presenza mentale totale (la mente deve essere libera e in armonia col gesto); non si cancella né si rifà (il tratto riflette lo stato interiore del praticante in quell’istante).
Questa pratica del disegno ensō o della scrittura calligrafica giapponese (shodō), ha i suoi tipici strumenti: pennello (fude), carta di riso (washi), calamaio, inchiostro (sumi) di china, sigilli etc. ed è sinonimo o specchio di autorealizzazione. Anche chiamata Hitsuzendō (la via del pennello): metodo usato per evidenziare e sviluppare la consapevolezza di sé, nonché la propria armonia interiore in quel medesimo istante, equilibrio interiore e connessione con la realtà, attraverso il movimento del pennello nel suo caratteristico e soggettivo tratto unico e irripetibile come la vita stessa, sottile e leggera o grossa e spessa, indicando velocità e pressione d’esecuzione sul foglio, inclinazione e angolo del pennello nella fase della composizione del circolo… rotondità e risultato finale.
Alcuni praticanti lo dipingono ogni giorno, come diario spirituale.
L’Ensō è l’allegoria del cerchio che si apre all’Infinito, che non è separato dal Tutto, come la lemniscata occidentale (simbolo matematico con la forma di un otto orizzontale noto per rappresentare il concetto d’infinito, eternità e connessione tra opposti). È perció anche metafora dell’Assoluto, esemplificando le varie dimensioni della prospettiva e dell’estetica giapponese wabi-sabi: fukinsei (asimmetria, irregolarità), kanso (semplicità o essenzialità: kōko), shizen (natura o naturale), yūgen (grazia sottilmente profonda, ma anche meraviglia di fronte alla vastità e alla profondità dell’universo), datsuzoku (fuga o distacco dalla mondanità) e seijaku (tranquillità).
Ci sono Ensō celebri della tradizione Zen: Kazuaki Tanahashi (maestro contemporaneo, calligrafo e studioso Zen) i suoi Ensō sono vibranti, colorati, spesso non convenzionali e rappresentano diverse sfumature dell’essere e stati di coscienza; Daidō Bunka (1680-1752) e Hakuin Ekaku (1686–1769) grande maestro Rinzai Zen giapponese, i suoi Ensō sono potenti, essenziali e accompagnati da scritte poetiche o koan (spesso raffigurava anche Bodhidharma, il fondatore dello Zen, accanto al cerchio); ricordiamo Torei Enji (allievo di Hakuin) e Nakahara Nantenbo; Sengai Gibon (1750–1837), amato per il suo stile ironico e accessibile: uno dei suoi dipinti più noti mostra un cerchio, un triangolo e un quadrato, simboli dei principi fondamentali dell’universo.
I maestri Zen spesso firmano i loro Ensō con un haiku o una frase poetica. Alcuni praticanti lo dipingono ogni giorno, come diario spirituale.
Continua











