Avevo vent’anni la sera in cui il Maestro Shirai mi ha svegliato da un incantesimo. Avevo appena vinto il mio primo Campionato Italiano Assoluto e pensavo che quello fosse uno dei giorni più belli della mia vita.
Avevo vent’anni la sera in cui il Maestro Shirai mi ha svegliato da un incantesimo.
Avevo appena vinto il mio primo Campionato Italiano Assoluto, quando ancora non esistevano le categorie di peso.
Quella mattina ero entrato nel palazzetto senza grandi aspettative. Nel tabellone c’erano atleti più forti, più esperti, nomi che fino a poco prima avevo guardato con rispetto e timore.
Poi qualcosa era successo.
Un incontro dopo l’altro avevo smesso di pensare. Combattevo e basta. Ogni volta che salivo sul tatami mi sembrava di essere trascinato da una corrente più grande di me. Alla fine mi ritrovai in finale. E vinsi anche quella.
Ricordo ancora la sensazione della coppa tra le mani. La stringevo quasi incredulo. Guardavo il pubblico, i miei compagni, il podio. Cercavo di convincermi che fosse successo davvero. Dentro sentivo una felicità quasi infantile. Pensavo che quello fosse uno dei giorni più belli della mia vita.
Vittoria e sconfitta possono essere tutte e due bugie pietose che ci raccontiamo su di noi.
Fu allora che si avvicinò Shirai.
Mi guardò con un’espressione impassibile che non lasciava spazio e mi disse, secco e freddo: «Luigi, hai vinto perché i tuoi avversari erano più deboli di te. Domani mattina allenamento alle sette.»
Nient’altro. Nessun sorriso, nessun “bravo”.
Rimasi spiazzato. Non osai replicare, Shirai era Shirai. Annuii e basta. Ma, lo confesso, una parte di me rimase delusa. Pensavo di essermi meritato almeno una parola di riconoscimento.
Quella sera è stata il mio “satori” e mi ha seguito per tutta la vita. Ha rotto l’incantesimo: l’identificazione con il risultato. Quella notte decisi di lasciare la coppa sul podio, dove apparteneva.
E insieme alla coppa ho lasciato per sempre la paura della prestazione e l’ansia di difendere quello che avevo conquistato. Ho abbracciato la libertà di perdere nel tentativo di vincere, perché vittoria e sconfitta possono essere tutte e due bugie pietose che ci raccontiamo su di noi.
La mattina dopo, alle sette, ero in palestra. Shirai era già lì. Del titolo, nemmeno una parola. Solo il lavoro di sempre: kihon, kata, ripetizioni. Per lui era un giorno come un altro.
Ci ho messo anni a capire che in quella normalità c’era tutto.
Quando l’anno dopo mi ripresentai ai Campionati Italiani mi sentivo leggero.
Niente da difendere, libero di perdere e di esprimermi senza preoccupazione.
Il titolo non lo potevo più perdere: lo avevo già perso un anno prima, la notte stessa della vittoria.
Come fai ad avere paura di perdere qualcosa che hai già lasciato andare?
Come fai ad avere paura di perdere qualcosa che hai già lasciato andare?
E così vissi la mia vita lasciando andare sempre tutto. I riconoscimenti, i Dan, le cinture, le coppe, le vincite e le perdite, le cariche di ruolo sia nello sport che sul lavoro.
Tutto svaniva nella nebbia del passato una volta finita la loro funzione e tutto alla fine si rivela per quello che è: illusioni.
Mi resi conto presto che le gare erano un pretesto. Il vero lavoro era la persona che stavo scoprendo di essere, nascosta sotto le paure e le loro incrostazioni.
Quando non devi più dimostrare nulla, la vita si muove con una leggerezza diversa. E un’altra cosa era sepolta in quella frase: la riconoscenza. La pratico passando il testimone, per restituire alla vita ciò che la vita, attraverso il Maestro Shirai, mi ha dato.
Oggi lavoro con manager e imprenditori. A volte qualcuno entra nel mio studio raccontandomi di aver chiuso l’affare più importante della sua carriera, di aver raggiunto un obiettivo inseguito per anni o di aver finalmente superato una prova che sembrava impossibile.
Li ascolto con gioia.
Poi, dentro di me, sento ancora la voce del Maestro. La stessa voce di quella sera.
La stessa domanda che ha continuato ad attraversare la mia vita.
«Va bene. Hai vinto, ma domani mattina, alle sette… chi sei?»











