Globtrotter e donna multitasking dalla vita intensa, Barbara Fava (classe 1986), karateka autistica e ADHD, ci parla di sé, della sua esperienza agonistica e di quella come coach di karate inclusivo/G karate.
Di Susanna Rubatto
Raccontaci di come e dove hai iniziato la pratica del karate. È stata una pratica continua?
Il karate è entrato nella mia vita attraverso mio padre, Patrizio Fava con il quale avevo iniziato ad allenarmi a undici anni, mentre lui era già 5° Dan con il Maestro Shirai. Anche mio nonno, Felice Fava, fu karateka, sempre col M° Shirai ed era un 3° Dan.
Il mio primo Maestro fu Livio Esposito, severissimo ma giusto, considerando che Francesca (figlia del Maestro Pietro Costa) ed io eravamo le uniche bambine in Leone Tolstoj, perchè ai tempi non c’erano ancora i corsi per bambini e ragazzi.
Quindi, prima ancora di essere una scelta sportiva, è stato qualcosa di familiare, quasi naturale. Non è stato però un percorso lineare e continuo dall’inizio: nella mia vita il karate è tornato in momenti diversi, a volte rimanendo sullo sfondo, a volte diventando centrale.
La vera svolta è arrivata quando ho ripreso ad allenarmi in Belgio, all’Okinawa Karate Club Herentals, sotto la guida del mio sensei Frans Van de Vel, ex coach della nazionale belga. Da lì il karate ha smesso di essere soltanto una pratica fisica ed è diventato una parte fondamentale della mia identità. Oggi non lo vivo solo come disciplina sportiva, ma come linguaggio, struttura, casa e comunità. Il mio coach è Danny Verlinden, 4° Dan, che mi segue sia per la preparazione ai campionati, sia, ovviamente, per l’allenamento regolare. Con lui ho conquistato titoli mondiali ed europei.
Non lo vivo solo come disciplina sportiva, ma come linguaggio, struttura, casa e comunità.
Quanto la figura di tuo padre ti ha influenzata come karateka?
Avere un padre 5° Dan mi ha influenzata moltissimo, anche più di quanto forse io stessa abbia capito per anni. Quando cresci vicino al karate, non impari solo tecniche, ma assorbi un modo di stare al mondo. La disciplina, il rispetto, la costanza, il valore del lavoro silenzioso, il non arrendersi davanti alla fatica.
All’inizio magari non ti rendi conto di quanto certe cose restino dentro, poi, quando torni sul tatami da adulta, capisci che quel seme era sempre stato lì. Per me il karate è anche un’eredità emotiva, qualcosa che mi collega alla mia storia, alla mia famiglia e a una parte molto profonda di me.
Per me mio papà resterà sempre la prima persona che chiamo prima e dopo un campionato. Mi fece da coach alla Parakarate Cup 2024 a Venezia e nonostante avessi vinto l’oro, dopo la gara mi corresse lo stesso varie cose. Comunque è orgoglioso, sono la prima donna cintura nera nella mia famiglia.
Essere autistici non significa avere un deficit intellettivo. Anzi. Molte persone autistiche hanno un QI elevato.
Quando iniziasti l’agonismo e che cosa significa gareggiare per un’atleta autistica?
La mia esperienza agonistica nel para-karate è iniziata da adulta, quasi come una conseguenza naturale del mio ritorno “serio” sul tatami. Allenandomi con costanza all’Okinawa Karate Club Herentals in Belgio, ho iniziato a confrontarmi con il mondo del para-karate e ho capito che l’agonismo poteva diventare non solo una sfida personale, ma anche una forma di rappresentanza.
Ho gareggiato nella categoria K20, che riguarda le disabilità intellettive, perché in molti contesti la categoria K23, pensata per gli atleti autistici, non viene ancora implementata. Per me è un punto molto importante da chiarire: essere autistici non significa avere un deficit intellettivo. Anzi. Molte persone autistiche hanno un QI elevato.
L’autismo è una neurodivergenza e spesso comporta differenze sensoriali, comunicative, motorie o di gestione dello stress, ma non va confuso automaticamente con una disabilità cognitiva.
Io tuttora gareggio e negli ultimi anni ho avuto la possibilità di competere a livello internazionale, ottenendo risultati molto importanti: ai Mondiali IKF di Dublino 2024 ho conquistato l’oro nel kata a coppie, l’argento nel kata internazionale a coppie e il bronzo individuale; alla ParaKarate Cup International Championship di Venezia 2024 ho vinto l’oro nella mia categoria; ai Mondiali I-KF di Lund, Svezia 2025, ho ottenuto due ori, nel kata individuale e nel kata misto a coppie, e un argento nel kata a coppie.
Ho conquistato anche il bronzo al Czech Open WKF di Ústí nad Labem 2025 e 2026, dove ho gareggiato come atleta “abile” e non “disabile”, sempre per la motivazione di cui sopra.
Nel 2025 sono diventata anche campionessa europea di kata individuale per la JKS a Copenaghen battendo bandiera belga.
Per me gareggiare non significa soltanto cercare una medaglia. Significa imparare a gestire pressione, emozioni, corpo e mente. Significa salire sul tatami sapendo che rappresento anche altre persone che spesso non si sentono viste, comprese o considerate abbastanza.
Magari qualcuno vedrà le mie foto, i miei video e capirà che il karate è per tutti. È uno stile di vita, non una metrica delle disabilità.
Come mai ti occupi di parakarate e quale percorso ti ha portato al coaching?Mi occupo di para-karate perché lo vivo prima di tutto dall’interno. Sono una karateka autistica e ADHD, quindi conosco bene cosa significhi entrare in un dojo con una mente, un corpo e un sistema sensoriale che non sempre funzionano secondo le aspettative degli altri.
Il mio percorso è iniziato come atleta. All’inizio cercavo semplicemente un modo per praticare karate seriamente, rispettando però anche le mie caratteristiche neurodivergenti. Poi, con il tempo, mi sono resa conto che la mia esperienza poteva essere utile anche ad altri. Più crescevo come atleta, più sentivo la responsabilità di contribuire a creare spazi in cui le persone con disabilità o neurodivergenza non fossero solo “accettate”, ma davvero comprese.
Oggi sono coach nazionale di karate inclusivo/G-karate e opero principalmente in Belgio, nel contesto dell’Okinawa Karate Club Herentals, collaborando anche con realtà legate al karate inclusivo e al para-karate. Ho studiato con il Maestro belga Eric Bortels che è anche presidente della IKF, nonché ideatore e promulgatore delle tecniche di insegnamento che poi applico con i miei ragazzi.
Il mio ruolo è quello di aiutare a costruire percorsi accessibili, adattando la comunicazione, il metodo e gli obiettivi alle esigenze degli atleti, senza però svuotare il karate del suo valore tecnico e marziale.
Per me inclusione non significa fare “meno karate”, significa trovare la strada giusta perché ogni atleta possa praticare davvero karate, con serietà, dignità e rispetto.
Il karate è per tutti. È uno stile di vita, non una metrica delle disabilità.
Nel mondo sportivo in generale si nota lo sforzo di aprirsi all’inclusività, com’è la situazione nell’ambito del karate, soprattutto nei confronti dell’autismo?
Sì, uno sforzo si nota e credo che il karate abbia un potenziale enorme in questo senso. La struttura del dojo, la ritualità, la ripetizione, il lavoro sul corpo, il rispetto delle regole e la progressione tecnica possono essere elementi molto preziosi per tante persone autistiche.
Detto questo, credo che siamo ancora in una fase di costruzione. Spesso si parla di inclusione, ma non sempre c’è una reale comprensione delle differenze tra disabilità intellettiva, neurodivergenza, disabilità fisica, difficoltà sensoriali o comunicative. Il caso della mancata implementazione della categoria K23 per gli atleti autistici da parte della WKF è un esempio concreto: quando un atleta autistico viene inserito in una categoria non pienamente adeguata, il rischio è che l’inclusione resti solo formale.
L’autismo non è una mancanza di intelligenza, è un modo diverso di percepire, elaborare e reagire al mondo. Nel karate questo può tradursi in difficoltà con il rumore, le luci, l’imprevedibilità, la pressione della gara, le istruzioni poco chiare o il contatto sociale. Ma può anche tradursi in grande precisione, memoria tecnica, perseveranza, attenzione al dettaglio e capacità di lavorare con disciplina.
Per questo credo che il karate possa essere uno strumento potentissimo per l’autismo, ma solo se il dojo è disposto ad ascoltare davvero l’atleta e non solo a inserirlo nel gruppo.
Scherzo spesso sui dojo che puntano ai numeri più che alla qualità, chiamandoli MacDojo per via della facilità con cui elargiscono cinture e promozioni senza realmente far caso al singolo karateka. Ecco, questa è una cosa che andrebbe sradicata dal karate a livello mondiale.
Che cosa pensi manchi nell’insegnamento dei vari dojo, per agevolare l’inclusione? Che cosa ritieni sarebbe necessario fare in merito?
Secondo me manca soprattutto formazione concreta. Molti maestri e istruttori hanno buona volontà, ma non sempre hanno gli strumenti per capire come lavorare con atleti neurodivergenti o con disabilità. E ho notato anche una mancanza di onestà da parte dei genitori che iscrivono per esempio bambini e ragazzi ai corsi: non comunicano eventuali patologie o neurodivergenze (mi riferisco a quelle non visibili) rendendo il lavoro più complesso. Alcuni perchè pensano che probabilmente la persona in questione verrebbe trattata in maniera diversa o emarginata, ma in realtà ci sono studi e metodologie con le quali si lavora e si insegna karate a seconda della disabilità.
Servirebbe poi una formazione più specifica su aspetti come la comunicazione chiara, la gestione del sovraccarico sensoriale, l’ansia, i tempi di elaborazione diversi, le difficoltà motorie, la regolazione emotiva e la necessità di routine prevedibili. A volte piccoli adattamenti possono cambiare completamente l’esperienza di un atleta.
Per esempio: spiegare prima cosa succederà durante la lezione, dare consegne brevi e precise, evitare correzioni umilianti, lasciare il tempo di elaborare, creare obiettivi progressivi, prevedere pause quando necessario e distinguere tra mancanza di impegno e reale difficoltà di accesso.
Credo anche che sia importante superare l’idea che adattare significhi abbassare il livello. Non è così. Un insegnamento accessibile non è un insegnamento più povero: è un insegnamento più intelligente.
Usare segnali visivi con atleti ipoudenti o sordi, segnali acustici e vocali con ipovedenti o ciechi, conoscere la costituzione fisica delle persone con sindrome di Down dove alcuni movimenti potrebbero essere pericolosi per il loro collo… non è impoverire il karate, è adattarlo. Il karate può rimanere tecnico, serio e rigoroso, ma deve diventare capace di incontrare atleti diversi.
Che cosa diresti a una persona autistica, neurodivergente o con disabilità che vorrebbe iniziare karate, ma ha paura di non essere in grado?
Vorrei dirle che non deve aspettare di sentirsi pronta, perfetta o “normale” per salire sul tatami. Il karate non appartiene solo ai corpi più forti, più coordinati o più sicuri. Appartiene anche a chi trema, a chi ha paura, a chi deve ricominciare molte volte, a chi ha bisogno di più tempo per capire il proprio modo di muoversi.
Io stessa non sono arrivata nel karate come un’atleta perfetta, ma ci sono arrivata con la mia storia, la mia neurodivergenza, le mie difficoltà, il mio corpo e le mie paure. Ma proprio per questo oggi so quanto il karate possa diventare uno spazio di ricostruzione enorme, sia fisicamente, sia mentalmente.
Il tatami può insegnarti disciplina, fiducia, presenza, rispetto e coraggio. Non serve essere già abbastanza prima di iniziare, a volte è proprio il karate che ti aiuta a scoprire che lo eri già.
C’è un artista marziale a cui ti ispiri particolarmente?
Il mio principale riferimento marziale, diciamo “moderno”, è Lyoto Machida, perché ha portato lo Shotokan nelle MMA dimostrando quanto timing, distanza, precisione e strategia possano essere efficaci anche nel combattimento moderno. Nel suo modo di combattere si riconoscono molti principi del karate tradizionale: l’attesa, il controllo dello spazio, l’esplosività nel momento giusto e la capacità di colpire senza sprecare movimento. Soprattutto poi la sua eleganza: anche di fronte a KO tecnico, non dimentica mai di fare il saluto al suo avversario.
Tutti i giorni leggo e sento “Eh, ma il karate non funziona / la MMA-BJJ-Kick-Muay – mettici un’arte marziale a caso – vince sicuramente!” e via dicendo. Certo, vai e sali sul tatami con Machida, poi ne riparliamo!
Accanto a lui, in modo diverso, cito anche Ryan Guzman, cintura nera in taekwondo e praticante di MMA, non come modello tecnico agonistico nello stesso senso di Machida, ma quale esempio di come le arti marziali possano diventare anche presenza scenica, disciplina fisica, carisma e comunicazione. Credo che l’ispirazione possa arrivare sia dal tatami sia dalla cultura pop, quando riesce comunque a trasmettere rispetto per il movimento, per il corpo e per la pratica.
Tra l’altro ci siamo incontrati qualche settimana fa a Utrecht durante una convention e parlando mi ha detto che, se lasciasse la recitazione, tornerebbe immediatamente a combattere. E la cosa mi ha fatto sorridere perchè, come ho detto a lui, è esattamente ciò che ho fatto io… In Messico lavoravo come attrice in serie tv drammatiche, ma poi l’amore per il dojo ha vinto ed eccomi qui.
Per me le arti marziali non sono solo combattimento o competizione: sono identità, controllo, espressione, energia e modo di stare nel mondo.
Un insegnamento accessibile non è un insegnamento più povero: è un insegnamento più intelligente.
I tuoi prossimi progetti?
I miei prossimi progetti vanno in due direzioni: continuare a crescere come atleta e continuare a lavorare per rendere il karate più inclusivo.
Dal punto di vista agonistico voglio proseguire gareggiando a livello internazionale nel para-karate, preparandomi con serietà per i prossimi appuntamenti. Ogni gara per me è un’occasione di crescita, non solo tecnica ma anche personale.
Il prossimo appuntamento è a Budapest a ottobre con i mondiali.
Come coach e divulgatrice, invece, voglio contribuire a far conoscere meglio il para- karate e il karate inclusivo. Mi interessa soprattutto portare avanti un’idea di inclusione che non sia superficiale, ma realmente formata, rispettosa e competente.
Sto lavorando anche per portare e ampliare il para-karate in contesti dove è ancora poco sviluppato, incluso il Messico, un Paese in cui ho vissuto a lungo e con cui ho un legame molto forte. Mi piacerebbe creare ponti tra realtà diverse, condividere esperienze, organizzare workshop e aiutare altri atleti neurodivergenti o con disabilità a trovare il proprio spazio nel karate.
Tra i miei progetti c’è anche la divulgazione attraverso la scrittura. Ho scritto The Karate That Chose Me: A Practical and Human Guide to Para Karate, un libro nato dalla mia esperienza diretta come atleta autistica nel para-karate. Non volevo scrivere un manuale tecnico tradizionale, ma una guida umana e pratica, capace di raccontare il para-karate dall’interno: le difficoltà, gli adattamenti, l’inclusione, la disciplina e tutto ciò che spesso non si vede quando si guarda solo una gara o una medaglia.
Per me scrivere di para-karate è un altro modo di stare sul tatami: significa creare consapevolezza, lasciare strumenti e aprire una strada a chi arriverà dopo. Il mio obiettivo è lasciare il karate un po’ più accessibile, consapevole e aperto di come l’ho trovato.










