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KATA – Psicologia dell’arte e filosofia del Karate

KATA – Psicologia dell’arte e filosofia del Karate
Il M° Fugazza, il M° Cardinale e il M° Acri, durante la dimostrazione dei Kata Tekki.

Il M° Rocco ci aiuta a determinare esecuzione, studio, interpretazione e valutazione del Kata.

Nel Karate Shotokan Tradizionale le esecuzioni dell’arte del kata di coloro che si allenano differiscono secondo le interpretazioni del loro Maestro.
Va comunque fatta una distinzione tra i kata appartenenti allo stile Shorei e quelli appartenenti allo stile Shorin.

  • Il primo porta l’attenzione sullo sviluppo della forza fisica,
  • il secondo predilige lo sviluppo dei movimenti rapidi, leggeri e veloci.

Per fare un esempio, i kata Tekki, Jutte, Hangetsu, Jion appartengono allo stile Shorei; mentre i kata Heian, Bassai, Kwanku, Empi e Gankaku appartengono allo stile Shorin. Anche se alcuni kata elencati nello stile Shorin dal Maestro G. Funakoshi, nella scuola italiana sono considerati appartenenti allo stile Shorei, come ad esempio i Bassai. Anche se si presuppone l’interpretazione che si basa sulla velocità, forse, come punto di arrivo.

Lo scopo del kata non è la mera conoscenza, ma cercare di temperare e disciplinare se stessi.

Ovviamente, entrambi gli stili sviluppano corpo e mente e uno non è migliore dell’altro. Inoltre, entrambi presentano delle peculiarità e dei passaggi caratteristici che coloro che praticano il Karate Shotokan Tradizionale dovranno scoprire e studiare approfonditamente per capirne il significato e per mantenere una certa tradizione. Ma, nonostante pratichiamo un numero considerevole di kata, è il caso di dire che lo scopo del kata non è la mera conoscenza, ma cercare di temperare e disciplinare se stessi.

I nomi dei kata in principio sono stati tramandati per tradizione orale e molti avevano significati ambigui e lati oscuri di origine cinese.
Sappiamo che il M° G. Funakoshi ha cambiato alcuni nomi che reputava non utili, dopo aver considerato la natura figurativa delle descrizioni dei kata.
In un passato molto lontano erano previsti tre anni per imparare un singolo kata ed era buona norma che anche un esperto di considerevole perizia conoscesse tre o al massimo cinque kata. Si pensava quindi che una comprensione superficiale di molti kata fosse di poca utilità.
Al giorno d’oggi c’è il rischio di compiere degli studi molto vasti, ma non approfonditi. La sola conoscenza delle sequenze di un kata nel Karate Shotokan Tradizionale non ha senso.
Per migliorare me stesso devo imparare a distinguere sia i miei punti “deboli”, sia i miei punti “forti” e fare una comparazione.

I fattori più importanti per regolare in modo giusto la forza e la velocità sono 3:

  • L’impiego massimo e minimo della forza
  • La decontrazione e contrazione del corpo
  • I movimenti veloci e lenti delle tecniche

Nell’esecuzione di un kata si deve capire di adoperare la forza solo là dove è richiesta, ci si deve muovere velocemente quando è necessario e rallentare quando è corretto farlo.
Per poter applicare il giusto grado di forza, la decontrazione/contrazione del corpo e i movimenti lenti o veloci di una tecnica in modo corretto, è necessario comprendere completamente ogni aspetto del kata e il significato di ogni tecnica in esso contenuta.
Solo quando un praticante avrà appreso in modo profondo il significato di questi tre fattori potrà eseguire il kata in modo corretto.
Dopo aver imparato bene la sequenza di tecniche contenute nel kata si dovrebbe incominciare a correggere le rispettive posizioni e l’assetto generale; capire il significato di ogni movimento e concentrarsi sull’utilizzo dei 3 punti sopra citati.
Da non sottovalutare lo studio della “linea di esecuzione” (enbusen) del kata, come quindi si sviluppa.
Se, ad esempio, dovrò eseguire un Tekki devo pensare ad avere spazio ai lati, mentre per Gankaku devo avere spazio avanti e dietro.
Al concetto di enbusen è collegato un detto giapponese molto caro al M° G. Funakoshi che dice: “Ciò che va deve ritornare”, quindi, nello Shotokan Tradizionale i punti di partenza e di arrivo del kata devono coincidere. È perciò necessario uno studio molto approfondito delle posizioni.

Molto interessante e di estremo aiuto è l’utilizzo del bunkai, l’applicazione delle tecniche contenute nel kata. Progredire in questo modo dovrebbe portare ad avere l’interesse ad apprendere il kata in modo naturale.
L’esecuzione dei kata a scopo salutare, va fatta facendo coincidere ogni movimento di parata o attacco, con un ciclo respiratorio completo di inspirazione ed espirazione, l’espirazione completata alla conclusione del movimento, che può coincidere con una contrazione isometrica. Il trenta per cento dell’aria va sempre ritenuto nell’addome come energia vitale di base.
Il M° G. Funakoshi in diversi suoi scritti dà suggerimenti pratici per temprare il corpo e lo spirito, attraverso la pratica quotidiana del karate, in particolare sottolinea la pratica del kata come forma di “meditazione attiva” o “meditazione in movimento”: esso sviluppa così corpo e mente.

La grande sfida di noi praticanti Karate Shotokan Tradizionale, al giorno d’oggi, sta nel portare avanti questi principi e considerare la pratica del kata come un qualcosa di assoluto valore legato alla tradizione.
Spesso e volentieri si sono costruiti degli schemi interpretativi per valutare l’esecuzione di un kata che, per quanto riguarda un esame di cintura o di dan non reca grossi problemi, ma quando ci si cimenta in campo agonistico le cose cambiano. Ogni arbitro dà la propria interpretazione e, spesso e volentieri, i pareri tra gli stessi giudici non coincidono. C’è chi è colpito dalla rapidità di esecuzione di una tecnica; chi dalla forza impressa nella stessa esecuzione; chi è colpito dalle posizioni; chi dal ritmo e via dicendo.
Eppure, se consideriamo le cose citate prima, non dovrebbero esserci problemi una volta decisi i parametri di valutazione.
Questo però capita perché non siamo tutti uguali, nonostante abbiamo la stessa fonte (M° Shirai) dalla quale attingere e nonostante abbiamo molti anni di esperienza.

Qui bisogna chiamare in causa il concetto di “arte” che non è possibile restringere ai quattro parametri più uno di valutazione che noi applichiamo nelle varie competizioni per valutare un kata (la dinamica del corpo, la potenza, la forma, la transizione, la maestria.)
Ho detto quattro più uno perché in genere la “maestria” viene presa in considerazione nelle esecuzioni fatte dai finalisti (atleti di un certo livello) in una gara.
Brevemente espongo a cosa corrispondono, nel linguaggio comune, i termini sopra citati, come da Norme Arbitrali per le Competizioni di Karate Tradizionale Shotokan della Fikta:

  • Dinamica del corpo: fluidità e armonia dei movimenti del corpo e, più in generale, una valutazione degli stessi riscontrata nel kata eseguito nella sua interezza.
  • Potenza: contrazione totale di tutti i muscoli del corpo, focalizzazione della forza, espressione massima di forza e velocità d’esecuzione.
  • Forma: esecuzione delle tecniche secondo i principi propri del Karate Shotokan Tradizionale (equilibrio, stabilità, corretto atteggiamento mentale e fisico in ogni singola tecnica, fluidità di movimento per l’ottimizzazione dell’efficacia della tecnica, idonea preparazione per il movimento successivo).*
  • Transizione: continuità delle tecniche, spostamento da una tecnica all’altra, utilizzando in modo naturale e corretto la respirazione, ed esprimendo una grande forza interna ed esterna, debitamente sottolineata da un chiaro e significativo kime (trasferimento di energia).
  • Maestria: nel quinto parametro c’è dentro l’universo, perché oltre alla presenza delle prime quattro c’è un qualcosa di indefinibile. Molto limitatamente si può dire che la maestria è l’elevato, naturale ed evidente uso della transizione; ciò significa una profonda, intima comprensione di ciò che si sta eseguendo.

* – Riguardo alla definizione di “forma” sopra riportata, c’è il rischio di confondere quest’ultima con un misto tra la “dinamica” e la “transizione”, soprattutto quando si usano i termini “esecuzione” e “fluidità”. Il mio personalissimo parere è, per farla breve, che senza una buona “dinamica” e una buona “transizione” molto difficilmente avrò una buona “forma”.
Se paragono un kata a un dipinto: oltre alle cose più evidenti quali la tecnica usata, che tipo di materiale e il soggetto raffigurato, mi rendo conto che, proprio come per un kata, difficilmente riesco a fare una comparazione con un altro dipinto, perché entrano in gioco delle variabili psicologiche molto soggettive quali: se conosco i due autori una sorta di effetto “placebo” che magari favorisce il più famoso, oppure, sempre in riferimento ai due autori, mi lascio emozionare più dal vissuto di uno, come personaggio –.

G. Funakoshi… sottolinea la pratica del kata come forma di “meditazione attiva” o “meditazione in movimento”: esso sviluppa così corpo e mente.

Quindi, si vede come ci siano variabili misurabili che sono quelle più evidenti (che comunque già qui ci fanno spesso prediligere un’opera rispetto a un’altra, magari per la corrente pittorica di appartenenza, o perché l’acquarello piace più della tempera; ugualmente in un kata può colpire di più la forma della forza) e variabili incommensurabili, cioè gli stati emozionali soggettivi (ad esempio cosa suscita in me una certa raffigurazione che si collega al mio passato o appunto in che circostanze l’autore ha creato la sua opera; sullo stesso piano possono essere gli sforzi e i sacrifici che ha fatto un atleta per arrivare a un certo livello).

Alberto Argenton dice che: “L’arte è conoscenza e comprensione del mondo e la conoscenza e la comprensione psicologica del fenomeno artistico è indispensabile per contribuire a conoscere e a comprendere la natura umana”. (A. Argenton, Arte e cognizione, Raffaello Cortina Editore, 2007, p. 320).
In un primo momento tale affermazione mi ha innervosito, col tempo invece mi è piaciuta, tanto è vero che sono qui a parlarne.
È necessario parlare di emozione estetica (in qualsiasi campo: scrittura, pittura, scultura, musica ecc.) che va separata dalla teoria scientifica.
Sempre Argenton: “Conseguentemente, anche i tipi di emozione provati nell’esperienza estetica, pur mantenendo delle similarità di fondo con quelli provati nella quotidianità, hanno delle peculiarità loro proprie” (Op. cit. p. 310) che derivano dalla peculiarità dell’arte.
Per Lucia Pizzo Russo: “Il fenomeno artistico si dà nell’interazione tra artista, opera e fruitore. Se dell’artista e del fruitore si esaminano i processi della mente (emotivi, intellettivi, motivazionali) attivi nella creazione e ricreazione dell’opera, gli atteggiamenti, lo stile e le preferenze, dell’opera – dispositivo organizzato dall’artista per suscitare una particolare esperienza – si sottolinea e si prende in esame il suo essere forma significante”, (A. Argenton, Arte e cognizione, Raffaello Cortina Editore, 2007, p. XV della “Presentazione”).
E ancora Argenton: “Le proprietà che caratterizzano la forma sono collegate agli aspetti di funzionamento, sia del nostro apparato sensoriale e motorio sia dei processi percettivi e rappresentativi che guidano l’attività con cui traduciamo la nostra cognizione della realtà in forme simboliche” (Op. cit. p. 202).

Di tutto questo cos’è importante ricordare per far sì che il cervello non si aggrovigli?
Semplice, nel primo periodo citato che l’emozione provata nell’esperienza estetica (quello che stai osservando) ha delle peculiarità particolari che ti fa capire che è arte.
Nel secondo periodo citato, si evidenzia che il fenomeno artistico è un intreccio tra l’artista che ha creato l’opera (sua condizione psico-fisica), l’opera stessa che porta con sé un significato e l’interpretazione che ne dà il fruitore (es. esperto, semplice persona del pubblico, giudice in una commissione ecc.).
Dell’artista e del fruitore possiamo esaminare i processi della mente (emozione, intelletto, motivazione); dell’opera il significato che porta con sé.
Nell’ultimo periodo si dice che le proprietà e le caratteristiche di un’opera sono collegate agli aspetti di funzionamento del nostro apparato sensoriale e motorio, nonché ai nostri processi percettivi, e poi di seguito a una nostra rappresentazione del tutto personale di ciò che si è visto.

Mi fermo qui, ma sembra che ce ne sia già abbastanza per riaffermare che valutare un’opera d’arte (e il kata lo è) è quasi impossibile da un punto di vista oggettivo, proprio perché entrano in ballo delle componenti soggettive di chi osserva che sono intrinseche dell’osservatore stesso, legate al suo vissuto e alla sua esperienza.
Nell’arbitraggio, quasi come provocazione, abolirei il fukushinshugo (il breve scambio di pareri prima di prendere una decisione che si attua sia nelle gare di kata sia di kumite), perché sia con il punteggio sia con le bandierine ognuno esprime un proprio parere su ciò che ha visto e, quindi, è inutile fargli cambiare idea (sempre che sia possibile) dicendogli di fare suo un qualcosa che “non ha visto”. A meno che non venga infranta una norma del regolamento in modo eclatante.
La sede opportuna sono i corsi e gli aggiornamenti arbitrali, oppure a fine gara si può far notare ciò che non ha funzionato.
Ci può “consolare” anche il fatto che solitamente nella valutazione di un kata chi è bravo nell’esecuzione in genere vince (salvo svarioni da parte dei giudici), perché i parametri tendono a compensarsi, variando poco il risultato finale, e poi bisogna tenere presente il “tutto”.

Nell’arbitraggio, quasi come provocazione, abolirei il fukushinshugo

Spesso noi arbitri partiamo da un punto di vista “negativo” nella valutazione di un kata, nel senso che ci ricordiamo bene degli errori o delle imperfezioni e diamo loro un peso notevole nel giudizio finale condizionandolo non poco.
Sento che bisognerebbe invece osservare l’esecuzione di un kata e porsi la domanda: “Che cosa mi ha trasmesso in questo momento questa esecuzione?” (questo Empi sembrava veramente un “volo di rondine?”, questo Bassai Dai mi dava veramente la sensazione di “penetrare una fortezza?”, per rifarsi appunto alla prima parte di questo mio scritto legata alla tradizione). Da lì andrebbe poi  collocato in una delle fasce di appartenenza (scarso, insufficiente, sufficiente, discreto, buono, ottimo) secondo i 5 parametri e solo alla fine pensare alle penalità.
Forse è meglio non partire dalle penalità, ma partire dal “sentire”, affidandosi all’esperienza e solo dopo pensare all’eventuale sanzione.
Questo “sentire” viene chiamato “impressione” (il 6° parametro?) che è l’insieme di transizione, kime, forma, ritmo, tale da suscitare in chi guarda un’intensa e istintiva reazione emozionale ed emotiva (oserei quasi dire che appartiene a tutti, anche ai non addetti ai lavori, i cosiddetti neofiti).

BIBLIOGRAFIA
– A. Argenton, Arte e cognizione, ed. Raffaello Cortina Editore, 2007.
– Norme Arbitrali per le Competizioni di Karate Tradizionale Shotokan, Manuale di arbitraggio Fikta.

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