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Mokusō, attimo fuggente? (Parte 1)

Mokusō, attimo fuggente? (Parte 1)
M° Matsuyama in mokusōFoto di Alessia Parisse

La pratica del Mokusō nel karate, ci aiuta a liberare la mente sia dalle influenze esterne, sia da sabotaggi e ammutinamenti interni.

Seiza, letteralmente sedere quietamente, suona come una campana ed è l’invito a sedersi in fila ordinata e iniziare il saluto.
Si colloca sempre il ginocchio sinistro per primo a terra (senza far rumore), ripetendo la tradizione del Kendō e il suo significato: spada a sinistra e sempre reattivi a sfoderarla con la mano destra!
Le gambe vengono ripiegate sotto i glutei e appoggiate su polpacci e talloni, gli alluci si sfiorano (o l’alluce sinistro sul destro), gli avampiedi poggiano quindi sul tatami mantenendo la schiena dritta (per respirare in modo corretto), le spalle sono rilassate. Importante è l’allineamento ventre (volontà) – parte lombare dritta (emotività) – testa leggermente inclinata in avanti (intelletto) e il mento rientrante; le mani sono aperte con le dita serrate, ma senza creare alcuna rigidità, il loro palmo verso il basso e sono poggiate sul quadricipite della coscia, leggermente curvate all’interno come a formare la base di un triangolo immaginario. Le ginocchia aperte con le caviglie a V garantiscono una posizione naturale, formando un angolo tra loro di circa α 45º, offrendo stabilità alla postura. La respirazione, sempre più profonda, è col naso, mentre la bocca è chiusa in modo da rilassare il corpo.
L’Hatha Yoga lo chiama con giusta enfasi: Vajrāsana (termine in devanāgarī), posizione del diamante o del tuono (spesso però col palmo delle mani rivolte verso l’alto). 

Si libera e pulisce (disostruisce i canali energetici) lo spazio di coscienza, in modo tale da poter assorbire il più alto grado di conoscenza e illuminazione.

Poi il comando chiave: “Mokusō” (si pronuncia moksò).
Pausa. Occhi chiusi. Silenzio.
Questa è solo una parte del rituale del saluto iniziale e finale del karate tradizionale che amo, lo Zarei, e riconosco anche d’aver avuto la fortuna di averlo praticato da subito negli anni Ottanta Tanto è vero che oggi (diciamo anche negli ultimi venticinque anni) comincio ad apprezzarlo ancora di più, proprio perché viene spesso a “mancare” a tutte le latitudini, sostituito dallo sbrigativo (e frettoloso) saluto in piedi Ritsurei.
Anche la posizione Seiza (in ginocchio) è quella che si dovrebbe mantenere durante una lezione solo d’ascolto a terra, evitando quindi altre posizioni poco marziali come Agura e Kiza. 

La pratica del Mokusō ci aiuta a liberare la mente sia dalle influenze esterne, sia da sabotaggi e ammutinamenti interni, dati e dettati principalmente da una “corrente del pensiero”, fuori controllo, che ci porta ad altri lidi senza volerlo, una sorta di stream of consciousness in letteratura. Altra situazione che può capitare è la distrazione o lo stato quasi amorfo o anestetico della mente che, non “allenata” (disciplinata), può trovarsi a galleggiare tra pigrizia e torpore, un modus operandi non affatto statico né trascurabile, perché troppo spesso presente oggidì nel dōjō come nella vita quotidiana.
È invece proprio chiudendo gli occhi anche per pochi secondi che si quadra il cerchio: si è consapevoli d’attivare l’attenzione (essere vigili), si è pronti a entrare in un’altra frequenza, si accorda a un’ottava superiore la nostra sensibilità, dando così il massimo impegno e rispetto durante la lezione e non solo.
È attraverso questo passaggio meditativo di riflessione – non direi d’introspezione o autoanalisi, che sono un’altra operazione dove in genere sorgono domande a cui si deve una risposta –, d’interiorizzazione mente-corpo, che si libera e pulisce (disostruisce i canali energetici) lo spazio di coscienza, in modo tale da poter assorbire il più alto grado di conoscenza e illuminazione.
Mi spiego meglio con una metafora: prendiamo il nostro caro vinile a 33 giri e lo poniamo sul giradischi, prima di attivare la testina con la puntina, che entrerà nel solco in manuale o automatico per leggere le note musicali, provvederemo a pulire il disco con una adeguata spazzola morbida o panno antistatico. Questo atto di rimozione delle impurità, della polvere o altri detriti, ci permette non solo di ascoltare meglio la musica, apprezzarne la qualità del suono, ma anche di farla scorrere senza salti o fruscii indesiderati, come giusto che sia. 

Questo è a mio avviso il Mokusō!
Un tipo di meditazione praticata nelle arti marziali giapponesi (accennato già nell’articolo “Karate & Yoga – Parte 1): Moku significa silenzio o fermarsi, So significa pensare o concentrarsi. Può essere anche letto come “meditare silenziosamente”, molti lo traducono anche come “guardare nel proprio cuore”.
Dobbiamo quindi esercitare il più possibile questo segmento di pausa o frangente temporaneo al quale siamo chiamati, in modo tale da avere un rapido svuotamento mentale (il danshari o della bellezza del vuoto”) da tutto ciò che distorce e distrae, o ci stringe nella morsa con preoccupazioni o problemi, per avere una cognizione lucida, trasparente, neutra, sia interna sia esterna. Per vivere in pieno e in pienezza il presente, adesso e qui, in modo da favorire le proprie capacità di apprendimento, controllo ed esecuzione: un lavoro di fino con cesoie (potatura: togliere quello che ingombra e appesantisce) o se vogliamo anche di bulino e martelletto (cesello: il lapidare il nostro “io” per far emergere una forma e un contenuto più nitidi di noi stessi).
Dobbiamo come oltrepassare il fiume, arrivare sull’altra sponda e trovare pace, la quiete interiore: tranquillità nel disturbo significa perfezione(Alan W. Watts, Il TAO La via dell’acqua che scorre, Ubaldini Editore, Roma, 1977, p. 86).

Può essere anche letto come “meditare silenziosamente”, molti lo traducono anche come “guardare nel proprio cuore”.

CONCLUSIONE
La messa in pratica del Mokusō è quindi efficace quando non diamo il via libera alla mente di vagare.
I pensieri vanno e vengono senza avere impatto, non sono respinti, ma vanno come incamminati con gentilezza verso la porta d’uscita, non possono assumere forme ruminanti né cicliche, girando spasmodicamente come nella ruota del criceto: la sottrazione quindi come forma d’igiene mentale!
Siamo, dobbiamo trovarci, come su un’altra piattaforma/dimensione, sfruttare l’ascensore (senza anabolizzanti spirituali né dottrine dogmatiche e ortodosse) che ci porta (eleva) in piani superiori, dove non diamo giudizi, non ci fossilizziamo su etichette date o ricevute, non ci fissiamo o (per)seguiamo i “pensieri zizzania” come li chiamo, ma lasciamo scorrere, fluire, senza forzare né tantomeno permettere il ristagno degli stessi.
Dobbiamo prenderne atto, questo sì, e trovare subito un chiarimento con noi stessi, possibilmente una risposta-soluzione rapida: “prendi una decisione nello spazio di sette respiri” (Yukio Mishima, La Via del Samurai, Bompiani, Milano, 1983, p.166.) in modo tale da non ritornare di nuovo sull’argomento. In caso contrario… non sono solo guai, ma si ritarda il cammino intrapreso! In questo caso, deve intervenire l’arte di riempire d’oro (kintsugi) le eventuali fratture, o solo crepe, e ricominciare: trasformare le ferite in feritoie di luce!
Formare quindi un nuovo protocollo, una procedura con differenti parametri di valutazione in base alla riflessione del Mokusō che ci consente di alleggerire o eliminare del tutto qualsiasi zavorra o fardello, ci “libera dal superfluo” (sukkiri), dall’evanescente, permettendo di trovarci in equilibrio, guadagnando così soltanto benessere (omeostasi). 

La messa in pratica del Mokusō è quindi efficace quando non diamo il via libera alla mente di vagare.

La capacità d’interruzione non è una fuga o una ricerca di rifugio, bensì un allontanamento per tornare rigenerati e con altro spirito.
Ci viene in aiuto C.G. Jung: “Non si diventa impassibili, ma si è liberati dall’invischiamento“. (In La psicologia del Kundalini-Yoga, Bollati Boringhieri, Torino, 2016, p. 128).
Un percorso di crescita e allo stesso tempo d’espansione… non tarderanno così a venire altri orizzonti, mete o progetti da raggiungere, ai nostri occhi e alla nostra anima.
La psicanalisi ancora ci getta la corda per aiutarci in caso di caduta nel pozzo (che a volte abbiamo noi stessi creato), tra l’imprevedibile che irrompe e l’inevitabile che è successo: “Se il pensiero porta a ciò che è inconcepibile, allora è tempo di tornare alla vita semplice”. (C.G. Jung, Libro Rosso, Bollati Boringhieri, Torino, 2016, p. 213).
Vita semplice e semplificare!
Viene così a sorgere coi colori dell’aurora un altro piano mentale che non si carica più di orpelli, evita l’esser barocchi (nel senso di guarnire pedissequamente, in modo a volte totalmente inutile e pesante i nostri pensieri-parole-azioni, quel cipiglio nel guardare il risvolto delle giacche degli altri per evidenziarne i difetti o i rammendi); puntare invece dritto a kokoro, al cuore e alla mente di noi stessi e delle persone, della realtà fattuale e oggettiva, all’essenziale e all’essenza stessa della vita, sapendo tuttavia gestire la sua impermanenza, rendendo perciò significativo e propositivo il tempo che ci rimane a disposizione.
“Mokusō Yame!” Ora possiamo aprire gli occhi, abbiamo fermato l’attimo.

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