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Karate & Yoga (Parte 1)

Karate & Yoga (Parte 1)

Alleanza e Amore incondizionato ai piccoli pazienti oncologici sul tatami della vita: hajime!

Il bastoncino di gesso stride sulla lavagna quando scrivo il mio nome, generando gridolini e risate tra il gruppo di bambini del GACC RN Grupo de Apoio à Criança com Câncer do Rio Grande do Norte – il Gruppo di Appoggio al Bambino con Cancro nella Regione Rio Grande do Norte –, Nord-est del Brasile, città Natal, dove vivo da vent’anni.
Il karate mi ha dato tanto nella vita personale: studi, lavoro, professione, interessi, famiglia etc. E io, che cosa ho dato al karate?
Me lo domandavo da tempo.
O meglio, il karate come mezzo pratico a beneficio della collettività nella vita quotidiana, inserito in un progetto che possa essere veramente utile, oggettivo e non solo chiacchiera, all’interno della società, che ruolo ha avuto o dovrebbe avere per aiutare, sostenere, anche trasformare, cambiare, direzionare il modo di pensare e di agire?
O perlomeno, come minimo, essere motivo solo di riflessione e analisi?

Avevo iniziato l’arte marziale, fino a quel giorno, solo perché mi piacevano gli allenamenti fisici.

A dire il vero, la “lampadina” si accende quando, nei miei viaggi di ritorno a Roma, vengo a conoscenza della missione di sensei Enrico Cembran (con cui ho iniziato il karate dal 1981 fino al 1991, Fikteda, seguendo sempre il leitmotiv del maestro Hiroshi Shirai attraverso seminari e eventi) con l’Onlus Kids Kicking Cancer col motto Power-Peace-Purpose.
Era il momento di mettere le vele a riva!
Adolescenza e gioventù, due tappe luminose e piene di aspettative della vita, dove si fissa in qualche modo la formazione del carattere, si forgia il temperamento, si amplia la cognizione, l’amore verso la conoscenza, il viaggio in paesi remoti e si comincia a vedere e amare la Terra in quanto tale, senza confini geopolitici, dove parole e sguardi, in questa fase, assumono significati che poi porti con te nel corso di questa grande aventura, sinfonia e storia della propria esistenza.

 E fu proprio dopo un keiko (allenamento) congiunto tra il Dōjō Cembran e Yamada (all’epoca SKIF), in un sabato invernale del 1981 dedicato anche alla pratica del Kendō, che capii il senso e la via del karate.
Chiedo venia agli amanti puristi, ma avevo iniziato l’arte marziale, fino a quel giorno, solo perché mi piacevano gli allenamenti fisici che ritenevo esaustivi e soprattutto propedeutici per le mie passioni, che sono ed erano lo sci e la pesca in apnea.
Fu, dicevo, una frase di Enrico dritta agli occhi: Alberto, stai sempre in guardia, vigile, quando esci da qui [il Dōjō NdA], sempre in Kamae!Alzando le bracce in posizione di guardia come pronti al confronto.
Non perché vi fossero minacce esterne, ben inteso, non aveva il significato di “stare in campana”, bensì di cominciare a formulare nuovi parametri di prevenzione e valutazione, di inserire così una nuova e più vera scala, diciamo, di pesi-misure: essere sempre “antennati”, diligenza, circospezione e zelo, anche e soprattutto al dettaglio, evitare la chiacchiera, lo sproposito e il pressappochismo, la perdita di tempo, ampliare la percezione sensoriale, essere padroni del proprio corpo, sentire pulsare il sangue, approfondire e verticalizzare i temi, mettere sempre la passione per quello che si fa, ascoltare tutti, ma decidere col proprio cuore e cervello, studiare per essere il più possibile, un domani, uomini liberi.
Avere: Pazienza – Parsimonia – Prudenza.
Le 3 P… che viaggiano in simbiosi con quello che chiamo le 3 R: Responsabilità – Rispetto – Reciprocità.
Da qui iniziò l’amore per il karate. Era quello di cui avevo bisogno e che fino ad allora non avevo capito né afferrato.
Allora, la domanda di prima aveva trovato risposta. In ritardo, è vero, ma aveva preso finalmente la giusta forma. Dovevo trasferire ai più piccoli e bisognosi, quel messaggio, fortunato, che avevo recepito in passato. Poteva essere in qualche modo d’ausilio e, chissà, anche rivoluzionario.

La scoperta dello Yoga avviene solo più tardi, nel 1989, e come il karate non è solo vitalità e movimento, ma avere gratitudine e pace interiore, pensare per il BENE comune e la collettività; oltre ad avere il suo spessore filosofico e spirituale, facendo però bene attenzione a non esaltare il proprio “io”, deformando il tutto in un grande banchetto dell’autocelebrazione, con portate teoriche prive di pratica e farcite di belle parole che riempiono la bocca e lo stomaco, senza criteri empirici né collocati nella vita reale.
Il pioniere di Hatha Yoga in America Latina, Hermógenes, allerta: “Non sono guru e nemmeno merito questa indovuta espressione. Anzi diffidate da chi si fa chiamare guru. Esiste solo un Maestro e sta in Cielo” (Autoperfeição com Hatha Yoga, BestSeller, Rio de Janeiro, 57ª edizione, 2016, p. 319).

Da qui iniziò l’amore per il karate. Era quello di cui avevo bisogno e che fino ad allora non avevo capito.

A quel punto le mie “vele” erano issate, ma non bastava, bisognava bordarle a dovere per far muovere la barca nella direzione voluta. Andare avanti anche con un soffio di vento, una metafora della vita: stabilità di rotta, mettere a segno le vele e non far forzare il timone, manovre fisse e correnti, conoscenza della ferramenta imbarcata e saperla usare al meglio, capire l’attrezzatura e la risposta della barca in qualsiasi condizione di mare, niente zavorre passate e presenti, personali e non, sbarcare il tutto e il prima possibile. Non navigare in bassi fondali tra secche invisibili, saper leggere il meteo, capirne il contesto vento-mare-corrente, consultare meticolosamente la carta nautica e fare ripetutamente il punto nave: dove siamo e dove stiamo andando, mettere in pratica l’esperienza, non entrare in porti-trappole anche se pieni di sapori, profumi e colori, la cambusa e il rifornimento primario deve essere già sufficiente ed eseguito in largo anticipo, evitare anche ormeggi improvvisati e quelli pericolosi in rada esposte a venti di traversia.

Coniugare, quindi, tutto quello che empiricamente si è raccolto e si è fatto tesoro, messo in chiaro e a disposizione, per essere un valore aggiunto, ma non gregario, un messaggio il più possibile semplice, franco e diretto per una lezione ad hoc di Yoga-Karate mirata (traguardata) ai giovani “cavalieri e principesse” del GACC.
La classe animata, attenta e ben disposta dei piccoli samurai, i bambini e adolescenti fino a quattordici anni in cura contro il cancro, principalmente leucemia, inizia ogni lunedì mattina attivando sempre il prāna, “vita”.
Prānayāma, le tecniche respiratorie, il quarto ramo del Raja Yoga mostrato negli Yoga Sūtra di Patañjali, è il processo di espansione dell’energia vitale usando il respiro.
La parola è la combinazione di due termini: prāna, che significa respiro, forza vitale, energia, vitalità e ayāma, espansione, controllo, dominio, ritenzione, pausa.
Consiste nel controllare il processo di inspirazione (shwāsa) ed espirazione (prashwāsa).

Nel Karate, dopo il saluto iniziale, era consuetudine:

  • Kokyū – Respirazione addominale eseguita tramite inspirazione nasale e espirazione dalla bocca.
  • – Tecnica di forza o velocità, l’aria deve essere diretta all’Hara, area situata tra il plesso solare e il bacino.

Iniziamo quindi la sessione di attività col saluto al sole “Surya Namaskara”, sorta di reverenza come all’inizio di Kanku Dai, una serie di 12 posture (āsana) per sciogliere e allungare i muscoli, soprattutto rendere la spina dorsale flessibile e pronta per le prossime attività.
Il secondo passo è la mente, ma preferisco parlare più di “stato” mentale. 

All’inizio può sembrare difficile cogliere, mettere a fuoco e dare importanza al “qui e ora” tra bambini, alcuni dei quali ancora convalescenti e provati da multiple sedute di chemio e radioterapia, che in fondo vogliono solo divertirsi, giocare, principalmente distrarsi, invece, riescono meglio di noi adulti a lasciare fuori dal Dōjō preoccupazioni, problemi, tensioni, forse anche dolori fisici etc.
Noi adulti, avanti nelle primavere, siamo spesso presi da pulsioni e instinti, agganciati a moduli prestampati, rigidi, impastati nelle nostre stesse sabbie mobili, arenati o ormeggiati nelle “zone di conforto”, oserei dire, sottratti e lobotomizzati dal tourbillon dell’esistenza, dell’effimero e dell’evanescente, in una società sempre più narcisista e di profitto personale, una “società dello scarto” come dice Papa Francesco, dove a volte il nostro spartito stona, scarroccia o scarrella, si lamenta per quisquiglie, a volte (s)cadendo nell’oblio del pentagramma della vita.
Drenare, bonificare, pulire il nostro “lago” interiore affinché possa, sia ricevere luce, sia rifletterla al massimo grado.

…bambini, alcuni dei quali ancora convalescenti e provati da multiple sedute di chemio e radioterapia.

La pratica del Mokusō ci aiuta a liberare la mente dalle influenze esterne, dai sabotaggi interni, dagli ammutinamenti della pigrizia, preparando e liberando tutto lo spazio di coscienza, per assorbire conoscenza e luce che sono poi strettamente collegate alla tradizione Zen e alla meditazione, argomento questo, però, delicato che merita una riflessione a parte per la sua complessità e anche per la forza sprigionata che, se non ben indirizzata e accompagnata da persone competenti e oneste, soprattutto nello Yoga, può causare danni irreversibili (in particolare per chi soffre di disturbi bipolari).
Carl Gustav Jung già metteva in guardia tutti coloro che si affidano alla meditazione Yoga senza un lavoro preliminare. Riprendo le sue parole: “Illuminando l’inconscio si incappa alla prima sfera del caotico inconscio personale, in cui si trova tutto ciò che volentieri si dimentica e che a ogni modo non si vorrebbe confessare né a sé né ad altri e di cui in genere non ci si vorrebbe rendere conto […] Io sono contrario all’accettazione acritica delle pratiche Yoga da parte degli europei, perché so troppo bene che essi sperano di scansare con quelle il loro angolo buio: impresa completamente insensata e senza valore.” (“Psicologia della meditazione”, in La saggezza orientale, Bollati Boringhieri, Torino, 1983, p. 141).

Qui la seconda parte dell’articolo.

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