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Karate & Yoga (Parte 2)

Karate & Yoga (Parte 2)

La disciplina dell’arte marziale è praticare il Dōjō Kun a “piedi nudi”, capire il senso profondo di “karate ni sente nashi”.

Il distacco totale dal mondo esterno è il fattore prioritario, conditio sine qua non della disciplina, tanto nel karate quanto nello yoga, che la contraddistingue nettamente dall’attività sportiva pura e fine a se stessa.
Da qui vengono gli insegnamenti di comportamento, buona condotta e norma all’interno del Dōjō – Sensei Enrico Cembran (Fikteda, 1981-1991) e Shihan Toshio Yamada di Roma (JKA Italia dal 1993) –: se qualcuno guarda l’ora è rimandato a casa, anche chi si appoggia al muro del Dōjō come se fosse in un bar o birreria, o usa gli specchi come Narciso; ovviamente, niente anelli, collanine, braccialetti e orecchini, magliette colorate sotto il karategi etc., assolutamente vietati cellulari o altre distrazioni suonanti, tanto comuni oggigiorno.
Qui, una delle differenze sostanziali tra Dōjō e palestra. Tra disciplina e sport.
Mindfulness – MokusōZazen – Vipassanā – Dhyāna – Kinhin (simile ai peripatetici di Aristotele) sono termini con lo stesso denominatore comune, dunque, lo stesso lemma: essere migliori di ieri!
Insieme alla respirazione si coniuga il Pratyāhāra, cioè il ritiro della mente dal mondo materiale, esattamente come il Mushin, in cinese Wuxin, lo stato in cui “noi e il mu (vuoto o nullo) siamo uno e lo stesso”, la corretta armonia tra respiro, postura e concentrazione.

Maria Montessori diceva: “Una prova della correttezza del nostro agire educativo è la felicità del bambino”.

Ma come attirare l’attenzione di bambini e adolescenti?
Come incanalare, almeno per un paio d’ore, e amministrare la loro esuberanza senza far perdere entusiasmo e interesse?
Ci viene in aiuto la posizione dell’albero nello Yoga Vrikshāsana e a loro chiedo sempre: “Quale albero volete essere oggi?”
Il risultato è sorprendente anche nelle loro risposte: equilibrio alternando le gambe, come nel kumite, essere assolutamente ambidestro! Respirazione e messa a fuoco, come la ghiera manuale di una macchina fotografica.
La loro replica all’esercizio è incredibile e riempie il cuore: non vedono l’ora di fare gruppo, fare “bosco” e stare in piedi con una sola gamba a braccia tese al cielo, controllando sempre il ritmo e il processo   respiratorio, aumentando così il quoziente di ossigeno e diminuendo di conseguenza il volume dell’anidride carbonica. Questo per un massimo di 5 ventilazioni, come nell’immersione in apnea per evitare l’iperossia.
Maria Montessori diceva: “Una prova della correttezza del nostro agire educativo è la felicità del bambino” (La mente del bambino. Mente assorbente, Garzanti, Milano, 2017).

Non si può descrivere la gioia profonda nel vederli in equilíbrio dopo tutto quello che hanno passato e/o stanno passando, in silenzio, fissando un punto fisso davanti a loro.
È un momento sicuramente di pace interiore, sforzo, volontà… crescita, predisposizione alla vittoria, alla “scalata”!
Tra loro s’instaura anche una piccola e innocua competizione a chi resiste di più e, a chi perde l’equilibrio, dico che è stata una raffica di vento che ha fatto spostare i rami pieni di foglie simili alla vela di una barca. Allora la barca, dopo la scuffiata, riprende posizione e stabilità di rotta, questo perché è stata progettata bene o riformata a dovere per raddrizzarsi, da sola.
Per chi insegna karate o yoga, o entrambi, non ci sono onorificenze, diplomi o titoli, benemerenze o riconoscimenti facebookiani virtuali che possano raggiungere tale soddisfazione nel trasmettere qualcosa di buono e semplice, in modo gratuito, con la consapevolezza che possano essere utili e di beneficio ora come in futuro. Basta il loro sguardo.
Passare di Dan, ricevere una medaglia o una coppa, non mi hanno mai fatto piangere di gioia dopo averle ricevute. Loro sì. I bambini.
Per i primi due mesi di lezione, quando tornavo a casa, nei venti chilometri che mi separano fisicamente dal GACC, avevo gli occhi pieni di lacrime, anche di speranza a volte.

Mi ritornano in mente le parole di Janusz Korczak:  “Voi mi dite: «Siamo stanchi di stare con i bambini». Avete ragione. E dite ancora: «Perché dobbiamo abbassarci al loro livello. Abbassarci, chinarci, piegarci, raggomitolarci». Vi sbagliate, non questo ci affatica, ma il doverci arrampicare fino ai loro sentimenti. Arrampicarci, allungarci, alzarci in punta di piedi, innalzarci” (Il diritto del bambino al rispetto, cap. 1, Milano, Luni Editrice, 2004).
Seguo il suo pensiero pedagogico, che utilizza strategie aggreganti sempre pronte all’adattamento e alle infinite possibilità di applicazione, dunque, mai vincolate in schemi rigidi o prefabbricati: inclusione, rispetto al bambino, educazione alla pace, ricerca > pensiero > azione, educazione al bello e spazio illimitato alla creatività.

Il poeta svedese Erik Gustaf Geijer scrive: “Le grandi cose accadono in silenzio”.

Janusz Korczak chiarisce: “Un buon educatore è colui che non costringe ma libera, non trascina ma innalza, non comprime ma forma, non impone ma insegna, non esige ma domanda, passerà insieme ai bambini molti momenti esaltanti […] Un bambino ha bisogno di movimento, di aria, di luce e di armonia, ma anche di qualcos’altro. Far spaziare lo sguardo, il senso di libertà, una finestra spalancata...”
È l’audacia di andare oltre i cinque sensi e sviluppare il sesto: l’Utopia, propria dei bambini, che noi perdiamo o consumiamo con il passare degli anni, caratteristica di chi ancora sa sognare, la forza interiore dell’immaginazione che scorre nelle vene. Per chi invece ha fatto già il “giro di boa”, l’alternativa è, o può essere, un progetto valido, una finalità di ampio respiro, disinteressato da profitti personali e, a volte, anche senza riscontro e in sordina. Il poeta svedese Erik Gustaf Geijer scrive: “Le grandi cose accadono in silenzio”.

La formazione del Karate è, o dovrebbe essere, quella principalmente dell’inserimento per tutti, anche ai meno fortunati. Una fusione, una consonanza di voce e strumenti, una combinazione di accordi in sintonia, eufon(r)ia, non solo una vibrazione passeggera, una frequenza percepita ma temporanea. Non si può ridurre il karate alla ripetizione coatta di ichi, ni, san, shi e go. Non siamo solo numeri. Né zuki e makiwara. Ma Mente-Corpo-Spirito.
Questa forza, dicevo, dell’attenzione mentale, ma anche spirituale, è una canalizzazione del Ki come la chiamano i giapponesi, i cinesi Ch’i o nell’ideogramma Qi (“氣”) tradotto come “aria”, “respiro”.
Il Ki può essere descritto come la forza motrice o volano fondamentale dell’Universo, l’energia universale di cui è costituita tutta la materia e tutta la vita, dove poi risiede la nostra coscienza, motivo per cui viene spesso chiamata “energia psicofisica”.

E Coscienza non è altro che avere discernimento (amministra il presente); concentrazione; attivazione della memoria attiva e positiva (amministra il passato), ma attenzione: non in forma nostalgica o piagnona del “tempo che fu”.
Trasformare o plasmare le espierienze negative e polarizzarle in positive, avere gratitudine quindi, capire e vedere la realtà esterna non coi nostri occhi, ma con quelli del Creatore, se possibile. La vita nella sua pienezza e non in segmenti, smembrata o tagliuzzata in tracce isolate nell’andamento sinusoidale dell’esistenza, facendosi così trasportare alla deriva dalle correnti oscillanti che variano di intensità col tempo.
È entrare in concordia con l’Infinito, con “il Tutto è MENTE; l’Universo è Mentale” messo in risalto, come punto cospicuo, negli antichi scritti ermetici raccolti ne Il Kybalion di Ermete Trismegisto.
La sua gamma nella complicata e complessa costruzione, con distorsioni geometriche apparentemente irrazionali, come un intricato, poliedrico e forse caotico, disegno di Maurits Cornelis Escher. 

Mantenere, comunque sia e malgrado tutto, la prua con bussola orientata al Nord: cordialità, altruismo e pazienza, carità fraterna e condivisione, dedicare il proprio tempo agli altri, empatia col mondo esterno, anche con se stessi e con il prossimo.
Il contrario della coscienza è un gioco implacabile di specchi convessi e concavi, un labirinto dove bisogna districarsi portando con sé il filo di Arianna e sapendo di dover affrontare, un giorno, il proprio Minotauro: dispersione, insensatezza, anabolizzanti spirituali e abitudini (routine, convenienza e convivenza forzata, viziata, perfino venduta o barattata) e normalità, invece di essere semplicemente ”naturali” come poi è richiesto dalle discipline Yoga e Karate.
Semplicare e vita spoglia, nuda ma non cruda, spontaneità senza pomposità e spocchia, privi di apparenze e di appartenenze talvolta coercitive, scevra da condizionamenti anche quelli subliminali che è una (pre)disposizione ben diversa; come anche la fantasia, alimentata e concimata, che deforma o manipola la realtà, la sconfina in sentieri e meandri talvolta oscuri e privi di fondamento, in un naufragio annunciato del transfert negativo, tema questo ben affrontato dalla psicoanalisi già nel secolo scorso. 

L’attività di yoga-karate non è un “riformatorio a ore” (Gianni Rodari).

Fantasia dicevo, ben differente dall’immaginazione (amministra il futuro) che è invece sorgente creativa e propositiva, stuola della natura stessa dei bambini dai quali dovremmo sempre imparare e, in questo, noi incentivare e alfabettizzare scuola e famiglia se possibile, dirottare la televisione nella formazione, nel dialogo non urlato e volgare, indirizzare alla comprensione e alla messa in pratica dei testi sacri, attivare l’amore alla letteratura, alla poesia, all’Arte insomma; non solo svago, salotto e pasticcini, in pantofole rintontiti per usare un eufemismo tra quiz e premi, tra conduttrici di programmi di cucina che non sanno nemmeno tagliare una cipolla e partite di calcio da oratorio con mercenari strapagati e super viziati etc.

Il compito, l’obiettivo, oggigiorno è ben involuto: troppe distrazioni da telefonini e internet, schiavi di serie televisive viste in modo ossessivo-compulsivo, di cui anche bambini e adolescenti ne sono continuamente bombardati. I danni sono notevoli nella crescita e nel modus operandi pensiero-azione del comportamento.
Mi sono volutamente dilungato su questo aspetto sociologico e pedagogico, perché ritengo sia importante capire veramente il contesto attuale in cui viviamo. Se veniamo meno nell’interpretazione del presente spazio-temporale, allora, anche le discipline, pur di tradizione millenaria, scadono nell’astratto, sono incomprese o fuorviate.
L’attività di yoga-karate non è un “riformatorio a ore” (Gianni Rodari).
Per questo, la disciplina dell’arte marziale è praticare il Dōjō Kun a “piedi nudi”, capire il senso profondo di “karate ni sente nashi” (nel karate non esiste primo attacco), ciò dà forma e contenuto per la corretta impostazione, che poi sarà probabilmente utile (e indispensabile) nella vita quotidiana.

Qui la prima parte dell’articolo.

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