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Takuya Murata – Maestro di Kendo

Takuya Murata – Maestro di Kendo
Foto di Daniele Fregonese

In Giappone non c’è la definizione “arti marziali”, ma esistono due famiglie distinte: il Bujutsu e il Budo di cui fa parte il karatedo.

Takuya Murata è Maestro di Kendo: grado Maestro KYOSHI 7° dan.
(Nel Kendo, nell’Iaido e nel Jodo, i gradi Dan 9° e 10° sono stati aboliti da tempo dato che oggi nessuno raggiungerebbe fisicamente “in tempo”, cioè in vita, tali gradi. Quindi, attualmente il grado Dan più alto raggiungibile nelle suddette discipline è l’8° dan).
È responsabile della Commissione Tecnico-Culturale della Confederazione Italiana Kendo (CIK), l’unica federazione riconosciuta ufficialmente in Italia dalla Federazione Europea (EKF) e da quella Internazionale (FIK), nonché da quella giapponese (AJKF).
Nel Jodo: grado Maestro RENSHI 6° dan, Direttore Tecnico Nazionale (CIK).
Nel Karatedo: grado 5° dan Shorin-ryu e 1° dan Shotokan-ryu
Ha fatto studi e pratica Zen presso l’Università di Hokkaido e Tempio di Kenchoh a Kamakura. 

La scelta di un maestro è la cosa più importante per un allievo ed è molto difficile incontrare un valido maestro, non solo tecnicamente.— M° Takuya Murata

Maestro Murata, ci racconta come mai un Maestro giapponese di Kendo si trova a risiedere in Veneto, qual è la sua storia?
Venni in Italia, circa trentacinque anni fa, principalmente per gli studi universitari a Padova, dove mio padre, anche lui neuropsichiatra, mi aveva preceduto. Egli era specializzato in cure per l’alcolismo e il suo metodo era piuttosto peculiare, un sistema che utilizzava ex alcolisti come conduttori in una terapia di gruppo, affiancati da psichiatri con ruolo di supervisori. Era una cura che funzionava bene e a mio padre venne richiesto di presentarla in Italia una cinquantina di anni fa, presso l’Istituto di Neurologia dell’Università di Padova.
Così, quando mio padre rientrò in Giappone innamorato dell’Italia e in particolare del Veneto, si era convinto di alcune scelte da fare riguardo ai figli. Io ero ancora piccolo, ma essendo il primogenito maschio, come voleva l’usanza giapponese dovevo proseguire la strada paterna (anche se io non l’avrei mai scelta) e oggi sono pure io un medico psichiatra. Mi laureai in Giappone, ma i miei genitori decisero che dovessi venire poi a Padova per proseguire gli studi. Soprattutto perché in quegli anni era famosa in tutto il mondo la legge Basaglia [1978 n.d.r.] e mio padre considerò molto importante che io apprendessi da vicino questa esperienza clinica.
Mentre mi stavo specializzando nell’analisi della psicologia esistenziale, o antropoanalisi, conobbi un professore che aveva un metodo d’approccio molto interessante, rispetto a ciò che avevo studiato in Giappone, e la cosa mi spinse a fermarmi oltre il previsto in Italia. 

Com’è stato il suo approccio alle arti marziali e, in particolare, al Kendo?
È iniziato come per tanti altri bambini giapponesi: hanno deciso ancora i miei genitori per me. E non poteva essere che il Kendo, la “madre” di tutte le arti marziali giapponesi.
Lo incominciai a otto anni, cioè abbastanza tardi, perché solitamente si può già iniziare a quattro, cinque anni d’età. Il ritardo è dovuto al fatto che i miei aspettarono la disponibilità di un particolare maestro, perché la scelta di un maestro è la cosa più importante per un allievo ed è molto difficile incontrare un valido maestro, non solo tecnicamente, ma soprattutto umanamente. Quando si è bambini la presenza del maestro è incisiva e, purtroppo, va anche a fortuna…
All’epoca c’era un eccellente Maestro nella federazione regionale di Hokkaidō, ma era molto impegnato; solo quando ebbi otto anni egli ricevette l’incarico di istruire un gruppetto di bambini, cosa che aveva sempre desiderato fare dato che invece allenava ragazzi universitari, agonisti ecc.
Inizialmente, non è che mi piacesse molto praticare Kendo due volte a settimana e con allenamenti molto tosti, più che altro perché, nonostante l’età, ero già piuttosto impegnato con lo studio (allora e in parte anche adesso, i genitori giapponesi sceglievano l’università dei figli quando erano ancora piccoli…) e gli esami di ammissione per superare ogni livello scolastico erano molto duri.

Nell’apprendimento del Budo (o arti marziali come dicono gli occidentali) è fondamentale l’esperienza vissuta in prima persona.— M° Takuya Murata

Una motivazione più personale verso il Kendo maturò in me nel periodo post adolescenziale. Prima non sarebbe stato possibile, in quanto nell’adolescenza si è impegnati ad affrontare i problemi della crescita e della personalità, ma mi accorsi in seguito quanto il Kendo mi avesse aiutato. Nell’apprendimento del Budo (o arti marziali come dicono gli occidentali) è fondamentale l’esperienza vissuta in prima persona, non si può studiare sui libri, comprendere intellettualmente o, peggio, razionalmente. Il Budo abbraccia l’intera esistenza personale e deve essere vissuta interiormente, non “culturalmente”. La durezza della pratica bisogna viverla sul proprio corpo, nessuno può sostituirsi all’altro in questa sofferenza.
Tale percorso mi aiutò molto durante l’adolescenza, per esempio ero più aperto mentalmente, perché il Kendo insegna anche questo: quando vediamo qualcosa, dobbiamo essere consapevoli che percepiamo solo una parte della realtà, perché ciascuno percepisce a modo proprio e solo una parte di ciò che chiamiamo realtà, non la totalità. Questo non è un fatto solo psicologico, ma anche neurologico.
Questo è uno degli aspetti che la pratica del Budo insegna, fermo restando il fatto che non è da capire, ma da conoscere. Ciò avviene utilizzando un tipo di intelletto (diverso dalla cultura nozionistica) che è già in noi, che è innato, ma che difficilmente viene attivato pienamente, perché nella quotidianità gli diamo uno spazio ristretto. Quindi, non è qualcosa che si acquisisce, ma che si può attivare con una sensibilità “accesa” anche dalla pratica del budo, il cui scopo però non è di costruire l’uomo “d’acciaio”, resistente a tutto.

Cosa l’ha portata, oltre che nel Kendo, a diventare un praticante di diverse arti marziali? Quando ha iniziato?
Come dicevo, non ho cominciato prestissimo la pratica del Budo e il Kendo l’ho iniziato sotto la guida del M° Yukio Numaguci.
Mi sono poi interessato al Karatedo perché era un Budo molto diverso dai Budo tradizionali giapponesi che conoscevo (Kendo, Judo ecc.) e c’era un dojo nella mia zona dove incominciai l’apprendimento già a 13 anni. Il mio interessamento verso il Karate fu più per la sua identità storica e geografica che per il suo contenuto come il Budo. Sono nato e cresciuto a Sapporo, città capoluogo della regione di Hokkaido, la più settentrionale del Giappone, mentre il Karate nacque a Okinawa, la regione più meridionale. Il fatto che si trattasse di una disciplina marziale di una terra così lontana mi attrasse molto (il Giappone è un paese molto lungo, supera abbondantemente i 3000 chilometri).
Hokkaido è una regione un po’ particolare per i Bujutsu: per varie ragioni storiche vi hanno vissuto diversi Maestri detti Sòke, cioè i Capi-scuola, di diverse scuole storiche e autorevoli del Bujutsu. Il caso più conosciuto nella nostra era, forse, è quello del Daitoh-ryu Aiki-jujutsu, la madre dell’Aikido. Il Daitoh-ryu ebbe a lungo il suo maestro Sòke a Hokkaido, precisamente nella città di Abashiri, il celeberrimo M° Sokaku Takeda. Oppure, la celebre scuola di Kenjutsu, il Hokushin-Ittoh-ryu, questa prestigiosissima Scuola ebbe il suo Sòke precisamente nella città di Otaru, poco lontana da Sapporo. In quest’ultima città troviamo tuttora la famosa scuola di nuoto antico nipponico (Nihon-Eiho), la Scuola Mukai-ryu. Trasmette le tecniche particolari e antiche di un nuoto bellico anche indossando le armature del ‘500. Il peso dell’armatura giapponese del 16° secolo arrivava a circa 30 chili e i Bushi (Samurai) dovettero conoscere anche le tecniche di nuoto con l’armatura indossata.
Questi sono alcuni esempi per cui la regione di Hokkaido ospitò le sedi o i Capi-scuola delle antiche e prestigiose scuole di diversi Bujutsu, fra la fine del ‘700 e l’inizio del ‘900.
Il Jodo [la “via del bastone corto” n.d.r.] cominciai a praticarlo sotto la diretta guida del M° Mitsuo Shiiya, Hanshi 8° dan di Jodo (nonché Kyoshi 7°dan di Kendo e Kyoshi 7°dan di Iaido), che ha svolto per due mandati consecutivi la Direzione Tecnica Nazionale dello Jodo in Giappone; essendo stato il Responsabile Unico per il Settore Jodo della All Japan Kendo Federation (AJKF). Se mi ricordo bene fu l’inverno del 1998. Mi trovavo a Tokyo e gli fui presentato da due maestri di Kendo suoi allievi di Jodo. Mi consigliarono d’intraprendere la pratica del Jodo come uno studio complementare per lo studio più approfondito del Kendo. 

Quando arrivai in Italia non immaginavo di vedere così tante e svariate scuole di Arti Marziali giapponesi.— M° Takuya Murata

Ha praticato anche karate? Ha mai conosciuto il M° Hiroshi Shirai?
Non conoscevo la Scuola Shotokan, anche se era ed è la scuola più diffusa in Giappone nel mondo del Karatedo.
Quando arrivai in Italia non immaginavo di vedere così tante e svariate scuole di Arti Marziali giapponesi presenti nel territorio, non me l’aspettavo assolutamente. Pensavo che i Bujutsu e i Budo fossero le discipline peculiari del Giappone e le praticassero solo i giapponesi. Invece, vidi in Italia e in Europa tante palestre dove si praticavano i Bujutsu o i Budo giapponesi, ma allo stesso tempo, purtroppo, vedevo anche tante falsità o realtà inventate o interpretate in maniera molto personale. Questo fatto mi rattristò molto, era una situazione molto diffusa in tutto il territorio italiano: c’erano tante scuole di Arti Marziali giapponesi, ma facevo fatica a individuare le scuole autentiche o,  semplicemente, “vere”.
A Padova avevo alcuni amici italiani appassionati di Karatedo della Scuola Shotokan-ryu, ma pensai si trattasse delle solite scuole “pseudo-giapponesi”. Un giorno, uno di questi amici, insistette tanto perché io andassi a vedere la sua pratica e da chi stava imparando il karatedo a Padova. Non avevo nessuna voglia ma, per accontentarlo, ci andai. Era un piccolo dojo nella zona del Prato della Valle e si chiamava “Renbukan”. Sapevo che chi vi insegnava era un 5° dan italiano, all’epoca, un grado elevatissimo, forse il più alto fra i praticanti italiani.
Avendo visto un certo tipo di realtà largamente diffusa, non speravo minimamente di vedere qualcosa di diverso… L’insegnante di quel dojo si chiamava Maurizio Marangoni e quando lo vidi rimasi molto sorpreso. Mi ricordo che dissi fra me e me: “Accidenti! Ma questo è un 5° dan autentico anche se fosse in Giappone!
Io, in quel periodo non facevo alcuna attività fisica e avevo bisogno di muovermi, così decisi di imparare un po’ della Scuola Shotokan da questo formidabile 5° dan. Non so se sono stato un bravo allievo ma, grazie a lui, ho potuto apprendere un po’ di questa splendida Scuola.
Il maestro Hiroshi Shirai fu un’altra sorpresa enorme per me, anche se non ho mai potuto imparare direttamente da lui… Ero di un livello troppo “basso” per poter accedere ai suoi stage. Ma grazie al M° Marangoni ho potuto osservarlo qualche volta da lontano e ogni volta che lo vidi pensai: “Ma questo maestro non deve stare qui! Dovrebbe essere in Giappone e avere cura del Karatedo giapponese!!”
Credo, senza alcun dubbio, si tratti di un maestro eccezionale. Eccellente con le tecniche, splendente con l’anima. La grazia e l’eleganza che il M° Shirai emana, assieme alla sua perfezione tecnica con la potenza e la naturalezza nei movimenti, distinguono nettamente questo favoloso Maestro da chiunque altro maestro nel mondo del Karatedo. L’Italia è molto, molto fortunata ad aver avuto sin dall’inizio un Maestro di questo livello e di questa dimensione. 

Ogni volta che lo vidi pensai: “Ma questo maestro non deve stare qui! Dovrebbe essere in Giappone e avere cura del Karatedo giapponese!!” — M° Takuya Murata

Ci racconta qualcosa della sua esperienza agonistica e di come va vissuta?
Nel Kendo, quando ero giovane e giovanissimo, ho vinto 4 volte il titolo assoluto di Sapporo (individuale e a squadre, da capitano) valido per la Finale Regionale di Hokkaido che porta al titolo assoluto nazionale. Poi però dovetti interrompere l’agonismo per le preparazioni agli esami d’ammissione del liceo e, dopo, dell’università.
L’agonismo è importante, perché è un banco di prova autentico dove non è solo la qualità dell’opponente a mettere in difficoltà, ma è l’intero contesto di gara a far vivere dimensioni esistenziali diverse da quelle che il proprio dojo può offrire. Però l’agonismo non deve essere il luogo dove si cercano la preminenza e il prestigio personale. Ho detto prima: l’agonismo è un banco di prova, ma la “prova” non riguarda l’avversario, riguarda te. Tutto ciò che hai acquisito tramite pratiche dure e impegnative devi portarlo tramite la tua personalità migliore. Nel contesto di gara, esprimere lo stato migliore di te stesso è difficile per diverse ragioni e sia chiaro che tutto ciò che avevi acquisito fino a quel momento non è perfetto: si generano lacune a livello tecnico, fisico, mentale, al livello dell’anima ecc. Il tuo combattimento è contro tutti questi fattori oltre che con l’atleta fisicamente presente di fronte a te e col quale stai combattendo. L’agonismo è questo: un banco di prova. Dove, più che la vittoria, impari molto dalla sconfitta. Le sconfitte fanno crescere, maturano.
Nel Kendo si dice: Katte hushighi-no Kaci-ari, Makete hushighi-no make-nashi. (Esiste una vittoria inspiegabile, ma non esiste una sconfitta inspiegabile). “Non so come ho fatto, in un attimo dopo avevo vinto!”, questo succede quando si realizza la cosiddetta Mushin-no wazà (la tecnica non guidata dal pensiero): le tecniche sono talmente ben assimilate che escono senza pensare, in maniera naturale e in armonia con le mosse o con le intenzioni dell’avversario, si genera una vittoria inspiegabile a posteriori. Ciò viene considerato lo stato supremo dell’apprendimento e dell’espressione di una tecnica. Ma se vieni sconfitto c’è sempre una ragione precisa, una causa precisa del perché sei stato sconfitto. Bisogna ricercare questa causa e provare a correggere il difetto che l’aveva generata.
Sempre nel Kendo si dice: Utte hansei, utarete kansha (Essendo riuscito a colpire cerca subito che cosa ti manca ancora. Essendo stato colpito sii grato all’avversario di averti fatto vedere dove hai ancora le lacune).
Ho accennato brevemente a due insegnamenti che però spiegano già sufficientemente l’importanza dell’agonismo e che cosa può insegnare. All’agonismo non si arriva solo per conquistare un trofeo, ma soprattutto per imparare ancora di più. 

Noi italiani, secondo lei, cosa facciamo più fatica a comprendere della cultura delle arti marziali giapponesi e perché? C’è invece qualcosa che recepiamo più facilmente?
Prima di tutto, mi pare che non sia stata ben compresa la differenza che c’è fra il Bujutsu  (武術) e il Budo  (武道). Adesso non allungo troppo il discorso, ma potrei sintetizzare così: quelle che voi chiamate “le Arti Marziali giapponesi”, in realtà, in Giappone si tratta di due famiglie ben distinte fra loro.
Una si chiama Bu-jutsu e l’altra Bu-do. Entrambi termini sono stati scritti con due ideogrammi. La prima sillaba, Bu (武), è comune a tutti e due e significa “marziale” o “d’origine marziale”. Quello che distingue i due rami delle Arti Marziali viene espresso dal differente significato dei due ideogrammi finali: Jutsu (術), che significa letteralmente “tecnica”, e Do (道), che significa “via” o “vita”.
Con il termine Bujutsu si indicano le discipline nelle quali si insegna e si apprendono le tecniche marziali di combattimento. Lo scopo della pratica delle discipline Bujutsu è l’acquisizione delle tecniche di combattimento più efficaci possibili. Le Arti Marziali giapponesi che appartengono a questa famiglia, cioè al Bujutsu, portano nel loro nome il suffisso “-jutsu”. Quindi Ken-jutsu, Ju-jutsu, Karate-jutsu ecc.
Mentre nel Bujutsu lo scopo della pratica è di acquisire le tecniche più efficaci possibili per battere l’avversario, nel Budo (che si generò dal Bujutsu) lo scopo della pratica è di affrontare se stessi, di “denudare” se stessi.
Tutte le pratiche del Budo sono costruite o pianificate in maniera che, per poter battere l’opponente nel combattimento o per rendere più efficaci le tecniche impiegate nel combattimento, necessariamente bisogna prima affrontare se stessi. È scoprendo te stesso, scoprendo una parte della natura umana, che riesci a renderti meno vulnerabile e riesci a percepire più facilmente le intenzioni e le mosse concrete dell’altro. Soffrendo e faticando nelle dure pratiche per scoprire e controllare se stesso, il praticante del Budo diventa più sensibile nei confronti degli altri, riesce ad applicare ciò che scopre nella propria esplorazione (道 Do) nella convivenza con gli altri. Faticando, per arrivare alle meta che il Budo ti pone, riesci a innalzare la soglia di resistenza fisica e, soprattutto, psichica. Soffrendo davvero nella propria pratica si riesce a comprendere la sofferenza degli altri.

La sfera sentimentale che noi giapponesi chiamiamo Joh (情) è la base del Kokoro (Cuore) del Budo. Voi italiani siete, e spero sarete sempre, un popolo pieno di Joh.— M° Takuya Murata

Impari a conoscere cosa vuole dire veramente “essere forte” e nello stesso tempo cosa vuole dire “essere debole”. Un praticante forte del Budo non è mai colui che si pone al di sopra degli altri, ma è colui che sta al tuo fianco e cammina assieme a te. Acquisisce lealtà, gentilezza e condivisione. Non si comporta seguendo una regola, ma riesce a emanare gli atti puri dal proprio cuore.
In tutti i testi ufficiali delle discipline Budo, perciò, non si vede il termine Tekì (avversario). L’unico termine corrispondente è Aité che significa compagno, perché egli è colui col quale realizzi la tua pratica. Grazie alla sua esistenza la tua pratica si realizza. Lui non è l’avversario, l’unico avversario che abbiamo nelle pratiche del Budo siamo noi stessi.
Come ho detto prima, le pratiche del Budo sono ben studiate e pianificate in maniera che tu possa incontrare te stesso e affrontare te stesso. Le discipline che appartengono a questo ramo delle Arti Marziali portano nel loro nome il suffisso –do: Ken-do, Ju-do, Karate-do ecc.
Un praticante di Karate ogni tanto dovrebbe chiedersi e riflettere se sta praticando il Karate-jutsu o il Karate-do.
In Italia, spesso, vedo la gente che scambia il Budo con il Bujutsu. Non comprendendo bene lo scopo della pratica del Budo e non essendo consapevole della vera meta della pratica, non si apprende e non si alleva bene l’elemento fondamentale del Budo, cioè il Kokoro (Cuore).
Basterebbe chiarire bene in partenza, o anche accorgersi durante il cammino, le cose che ho menzionato prima. Avere la consapevolezza della direzione corretta e giusta della pratica è importante. Attivare la motivazione alimentata dalla Direzione stessa che hai scelto è molto importante sia per intraprendere sia per continuare l’apprendimento di questa disciplina chiamato Budo.
“Attivare” il Budo in Italia è possibile perché gli italiani sono un popolo “sensibile”. Avete una sensibilità dell’anima notevole. Non a caso nacquero qui in Italia le evoluzioni e le espressioni artistiche più importanti e ricche della storia umana. Avete una sensibilità e uno spessore umano che non trova eguali nel resto del mondo. La sfera sentimentale che noi giapponesi chiamiamo Joh (情) è la base del Kokoro (Cuore) del Budo. Voi italiani siete, e spero sarete sempre, un popolo pieno di Joh. 

Nella sua attività di insegnante, qual è la cosa che più le interessa trasmettere e che ritiene più importante che un allievo comprenda?
Il Kokoro del Budo, appunto. Perché è questo il motivo, la meta e anche il feedback della pratica del Budo.
La cultura del Budo è una cultura di tipo empirico. Cose che si trasmettono e si condividono nel Budo non sono “quattro filosofie” sparate in aria. Sono le “essenze del vissuto reale”. Per comprendere e apprendere gli insegnamenti del Budo, devi viverli realmente in prima persona.
Definire non serve. Vivere serve. Capire non serve. Conoscere serve.
Un semplice atto, ma puro, è difficilissimo compierlo. È inutile definire prima o addirittura giudicare o interpretare se non hai ancora vissuto le cose di cui parli. Le pratiche del Budo ti offrono queste opportunità nel loro contesto: andare a incontrare e conoscere gli atti puri.
C’è una frase che amo molto ricordare e non è la frase detta da qualche monaco Zen. È di uno scrittore francese che visse a cavallo tra l’800 e il 900, Remy de Gourmont che dice: “L’intelligenza può essere utile per giudicare un atto, ma perfettamente inutile per compierlo.” Ecco cos’è la differenza enorme che c’è fra la filosofia e gli insegnamenti del Budo.
Gli insegnamenti del Budo si cristallizzano (si realizzano) solo nell’atto puro compiuto da te stesso. Solo tramite gli atti puri realmente compiuti da se stessi si riesce ad arrivare a ciò che l’insegnamento del Budo illumina.
Qual è la chiave che apre questa “porta”? Il Kokoro, la meta finale della pratica del Budo. E come si può avere un Kokoro? Pensando non si può. Sentendo, sì. Come si può “attivare” il Kokoro? Attraversando le pratiche del Budo o vivendo appieno la vita.
Vorrei che l’allievo, invece di interpretare o giudicare, si togliesse di dosso il se stesso per poter incontrare questi insegnamenti. 

Come si può “attivare” il Kokoro? Attraversando le pratiche del Budo o vivendo appieno la vita.— M° Takuya Murata

Lei ha un “metodo” di insegnamento? Com’è il suo rapporto con gli allievi?
Non posseggo un metodo specifico, semmai, avrei un’impostazione di base: condividere. Come impostazione didattica cerco di fare luce sui lati nascosti della realtà e della nostra cognizione.
Il rapporto con i miei allievi? Molto franco e, soprattutto, sincero… Ma bisognerebbe chiederlo ai miei allievi. 

Cosa possono insegnare ancora oggi le arti marziali orientali (soprattutto agli occidentali), quale può essere il loro valore aggiunto in un mondo com’è quello attuale?
Come ho detto più volte in questa intervista, il Kokoro. Ovvero la sensibilità con la quale accorgersi di certe cose della vita. Più che punti di vista, i modi coi quali percepire le cose che accadono nella vita o come entrare in contatto con esse.
Queste capacità che, in realtà, abbiamo già da quando siamo nati, tramite la pratica esplorativa del Budo possiamo svegliarle e attivarle.
E poi l’addestramento della forza dell’anima, alimentare la forza della vita assieme alle virtù. Forse sono queste cose che il Budo può ancora oggi e, soprattutto oggi, donarci.  

Chi è che si avvicina oggi alla pratica del Kendo e che cosa vuole trovarvi?
Nel Kendo si possono incontrare le perfezioni dei metodi e le modalità con le quali si apprende e si esplora il Budo. Non a caso viene definito la Madre di tutte le Arti Marziali giapponesi. Infatti, le terminologie generate e usate nel Kendo sono state trasferite in tutte le altre discipline, Karatedo compreso.
Incentivare il lato “sportivo” del Kendo potrebbe facilitare la diffusione di questa disciplina in senso fisico, ma ciò può anche allontanare il Kendo dal Budo o può trasformarlo in qualcosa che non è o non è mai stato. La scelta giapponese di rifiutare di farlo diventare una nuova disciplina olimpica consiste in questo, credo.
In altre parole, chi si interessa o ama praticare il Kendo sono proprio coloro che hanno scoperto queste identità originali del Kendo. Il Kendo, o il Budo in generale, non è uno sport come si intende qui in Occidente. 

Il Kendo, o il Budo in generale, non è uno sport come si intende qui in Occidente.— M° Takuya Murata

Dopo tanti anni, lei personalmente cosa cerca ancora nell’arte marziale che pratica?
Sono passati forse anche tanti anni, ma mi trovo ancora “nel mezzo del cammino”. C’è ancora tanto da camminare, esplorare, scoprire e imparare. L’apprendimento di un Budo non ha mai fine. Dura per tutta la vita.
Un poeta giapponese, di nome Kohtaroh Takamura, disse: “Di fronte a me non c’è la strada. La strada nasce solo dietro di me”.

 

Articoli precedenti sul concetto di Budo del M° Murata
Budoh-no Okori – La Genesi del Budo
Budo e Bujutsu

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