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Karate, acqua e tradizione

Karate, acqua e tradizione

Chi insegna Karate ha la responsabilità di mantenerlo vivo. Di rinnovarlo. Di nutrirlo con idee nuove.

Nel Karate l’acqua non è solo un simbolo: è una guida. Tecnica, in primis, con un insegnamento molto chiaro: meglio evitare lo scontro diretto, forza contro forza e, invece, accogliere, deviare, fluire. Non a caso, ciò che spesso chiamiamo “parate” o “blocchi” in realtà, nella lingua giapponese, sono chiamati 受技 / uke waza: tecniche di ricezione. Ricevere e bloccare sono azioni opposte. Bloccare significa fermare, respingere; ricevere implica accogliere, lasciare entrare.

Nella struttura stessa degli stili di Karate ritroviamo l’acqua come principio fondante.

Anche nella struttura stessa degli stili di Karate ritroviamo l’acqua come principio fondante. Il suffisso 流 / ryū, presente in tutti i grandi stili – Shōtōkan-ryū, Shitō-ryū, Wadō-ryū, Gōjū-ryū – significa “flusso”, “corrente”. Dentro questo ideogramma c’è il radicale dell’acqua (氵), tratto dal kanji completo 水 / mizu, sui. Ryū, lo stile, è quindi il canale attraverso cui un sapere marziale scorre e si trasmette.
Senza flusso non c’è trasmissione.

Gichin Funakoshi, padre fondatore dello Shōtōkan-ryū, scrisse: “Il Karate è come l’acqua calda: occorre scaldarla costantemente o si raffredda”.
Spesso questo principio viene ridotto alla semplice raccomandazione di praticare con costanza, ma forse il messaggio è più profondo. Forse Funakoshi parlava non tanto ai praticanti, quanto a coloro che si assumono l’impegno di ritrasmettere l’arte. Chi insegna Karate ha la responsabilità di mantenerlo vivo. Di rinnovarlo. Di nutrirlo con idee nuove, energia fresca e spirito vitale. Perché un’arte che non si rinnova, muore. Si spegne. Resta calda solo in apparenza, ma dentro è già fredda.

A Okinawa esiste un antico detto: 水流れば清し / mizu nagareba kiyoshi — “L’acqua che scorre resta limpida”.
Un monito potente, rivolto proprio a chi insegna. Solo il flusso garantisce la purezza. Solo il movimento evita la stagnazione. Il messaggio, ancora una volta, è lo stesso: custodire non significa congelare. Significa far vivere.
Ma attenzione: l’acqua, per fluire, ha bisogno di argini. Per essere scaldata, ha bisogno di un recipiente. E questo contenitore è la tradizione.
Un custode della tradizione deve essere quegli argini, quel vaso: non per imprigionare l’acqua, ma per indirizzarla. Senza forma, l’acqua si disperde, ma se la si comprime troppo, si ribella e tracima.

L’acqua, per fluire, ha bisogno di argini.

Ecco allora il pericolo. Una tradizione che pretende di controllare tutto, che soffoca ogni cambiamento per paura o attaccamento, non protegge il Karate: lo condanna.
L’ego, gli interessi personali, la gelosia, i rancori, cieche fedeltà e sterili dogmi imposti dall’alto: sono questi gli argini che non contengono, ma che distruggono.
Custodire davvero significa lasciar fluire.
Significa sapere quando guidare e quando lasciare andare. Solo così il Karate può restare vivo. Come l’acqua in continuo movimento.

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