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Prima, durante, dopo: cosa ho imparato (davvero) sulla difesa personale

Prima, durante, dopo: cosa ho imparato (davvero) sulla difesa personale

La difesa personale, se studiata in profondità, può diventare una lente per interpretare la realtà che ci circonda, ma per farlo, noi marzialisti dobbiamo smettere di limitarci alla tecnica e abbracciare tutta la complessità di questa disciplina.

Se osservassimo un’aggressione su una linea del tempo, noteremmo che si compone di tre fasi: un prima, un durante e un dopo.

Noi, come marzialisti, siamo abituati a concentrarci quasi esclusivamente sul durante. Ci focalizziamo sull’aspetto tecnico: insegnare a proteggersi, colpire, proiettare, bloccare, ma così facendo consideriamo solo una parte del quadro, ed è proprio questa visione parziale, secondo me, a mettere a rischio i nostri allievi.

Raramente un’aggressione inizia con un contatto fisico.

Il “prima”: la parte più sottovalutata
Raramente un’aggressione inizia con un contatto fisico. Spesso comincia con uno sguardo, una parola, una provocazione.
Il “prima” è quel momento sottile, quasi invisibile, che precede lo scoppio della violenza. È quella fase in cui ancora non succede nulla… ma sta per succedere tutto. Ed è proprio lì, secondo me, che si gioca davvero la difesa personale.
Perché è l’unico momento in cui abbiamo ancora margine di controllo.
Prima che parta il primo pugno.
Prima che l’altro ci metta le mani addosso.
Prima che l’adrenalina invada ogni centimetro del nostro corpo.
Un aggressore non agisce mai a caso. Si comporta come un predatore: osserva, valuta, sceglie. Anche quando l’aggressione sembra imprevedibile, c’è sempre uno schema.
Studiare il “prima” significa imparare a riconoscere quei segnali precoci nel comportamento dell’altro e agire per prevenire.
Se so riconoscere un contesto rischioso o un’escalation in atto, posso cambiare strada. Posso spostarmi in una zona più frequentata. Posso chiedere aiuto. In altre parole, posso rompere lo schema.

Fantascienza?
No. Secondo autori come Rory Miller e Gavin de Becker, oltre l’85% delle aggressioni è prevenibile, ma per riuscirci, bisogna studiare i meccanismi della violenza e apprendere strategie comunicative e comportamentali.
Eppure, quasi nessuno lo fa.
Nei corsi ci si concentra sullo scontro, sulla tecnica, sulla reazione. Dimentichiamo di insegnare a leggere uno sguardo, una postura, un cambiamento improvviso di distanza.
Dimentichiamo di analizzare trappole verbali, avvicinamenti strategici, distrazioni costruite ad arte.
Dal mio punto di vista, il “prima” è il vero cuore della difesa personale.

Allenarsi tecnicamente non basta. Serve allenarsi a gestire la paura, lo stress, il caos.

Il “durante”: quando è troppo tardi per pensare
Sul “durante” si è già detto molto.
Quando l’aggressione esplode, il tempo si contrae, la realtà si fa confusa. Tutto accade in pochi secondi. Si stima che una rissa in strada duri in media meno di dieci secondi.
In quei dieci secondi non c’è tempo per pensare. Non c’è spazio per analizzare.
Tutto ciò che non hai automatizzato in allenamento, non riuscirai a usarlo. Per via del paradosso “precisione/velocità”, tutto ciò che è complesso e richiede coordinazione fine sarà praticamente inapplicabile.
Il “durante” richiede prontezza, sangue freddo, capacità di improvvisare, ma soprattutto richiede una preparazione mentale costruita nel tempo.
Allenarsi tecnicamente non basta. Serve allenarsi a gestire la paura, lo stress, il caos e questo si ottiene solo con esercizi sotto stress indotto e simulazioni realistiche.

Il “dopo”: il lato oscuro della difesa personale
Il “dopo” è come una medaglia con due facce, entrambe orribili da guardare.
Non avere la meglio può significare finire in ospedale o non tornare a casa.
Averla vinta, invece, può significare affrontare conseguenze legali, psicologiche, sociali.
Sopravvivere a uno scontro cambia per sempre la vita di una persona. Cambia la percezione che ha di sé, degli altri, del mondo.
In entrambi i casi, il “dopo” lascia ferite profonde e non tutti riescono a sopportarne il peso.

Sopravvivere a uno scontro cambia per sempre la vita di una persona.

Una nuova lente con cui leggere la realtà
Quando parliamo di difesa personale, tendiamo a semplificare, ma questa semplificazione – per quanto rassicurante – espone chi ci ascolta a rischi seri.
Illudere le persone che basti una tecnica per cavarsela in strada, senza insegnare loro a prevenire o a comprendere le conseguenze di certi eventi, è una leggerezza che, secondo me, non possiamo più permetterci.
Il cuore dell’insegnamento non dovrebbe essere la tecnica o lo stile. Dovrebbe essere la consapevolezza: capire quando combattere e, soprattutto, quando no.
Insegnare a leggere le situazioni.
A gestire il corpo sotto stress.
A riconoscere la paura.
A usare la parola, se serve.
A fuggire, se possibile.
A colpire, se necessario.
Ma soprattutto, insegnare a pensare. A prevedere. A valutare le conseguenze.
La difesa personale, se studiata in profondità, può diventare una lente per interpretare la realtà che ci circonda. Ma per farlo, dobbiamo smettere di limitarci alla tecnica e abbracciare tutta la complessità di questa disciplina.

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