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Quando il maestro ti fa fare il tuo tokui kata tutta l’ora e non va bene lo stesso

Se nel mio tokui kata colleziono tante imprecisioni, quali performance posso sperare nel resto del repertorio Shotokan, dopo cinquantacinque anni di pratica?

Ci sono lezioni in cui tutto va storto fin dall’inizio: hai mal di testa o mal di schiena, hai fatto fatica a parcheggiare, hai litigato con il suocero e tutto vorresti fare, piuttosto che venire in palestra. Sei arrivato all’ultimo minuto, lo spogliatoio è gremito di persone, vestiti e borse, tutti gli appendini sono occupati e le panche pure, non sai dove sederti e così ti cambi in piedi, ma resta il problema di dove piazzare la borsa, che non osi portarti nelle vicinanze del tatami.
Finalmente ce l’hai fatta, ma i tuoi compagni sono già schierati per il saluto e devi rinunciare al cosiddetto tai-so o ginnastica di allungamento (?!): poco male, perché ti sembra che non abbia mai fatto per te la minima differenza. 

Nell’ipotesi peggiore, il maestro riprende un argomento che sta sviluppando da alcune settimane o anche mesi.

Si comincia: ti fai largo a spintoni per trovare posto per il saluto, all’estrema destra dello schieramento, il che ti dà un certo fastidio. Ovviamente non riesci a inginocchiarti e resti in una posizione goffa e ambigua, rialzarti è anche peggio e rischi di stramazzare al suolo, con un danno d’immagine non indifferente.
Si comincia: c’è un attimo di suspence, perché il Maestro è intento a conversare col suo senpai e vi ignora totalmente, anzi a un certo punto se ne va di corsa e tutti si guardano un po’ stupiti. Ma eccolo tornare sempre di corsa e io penso “ci siamo”. Ma no, è un falso allarme, il Maestro ha portato circolari, diplomi e quant’altro basta per farci perdere dieci minuti buoni. Ne prendo atto con uno stato d’animo ambivalente, diviso tra sollievo e senso di colpa, in ogni caso non mi preoccupo troppo, perché quei dieci minuti ce li farà recuperare, con gli interessi, alla fine dell’allenamento e comunque i cinquanta minuti rimasti la farà valere per cento.

Finiti i conversari, ecco il fatidico “yoi”. Già da tempo ognuno di noi sta almanaccando per cercare di divinare l’argomento della lezione, affidandosi ai nebulosi ricordi dell’allenamento precedente o alle confidenze di chi (come me) frequenta anche in altri giorni della settimana. Bene, non indoviniamo quasi mai.
Nell’ipotesi peggiore, il maestro riprende un argomento che sta sviluppando da alcune settimane o anche mesi: di solito, sono complicate forme di nidan henka in coppia o (peggio ancora) a vuoto. Mi sembra che tutti si muovano un po’ a caso, guardandosi perplessi o cercando di “spiare” i compagni più dotati. Nel frattempo, il volto del maestro si rabbuia progressivamente e noi ci agghiacciamo, aspettando la tempesta che verrà oppure no: talvolta il maestro rinuncia un po’ sconsolato, altre volte mantiene la calma, altre ancora esplode in clamorose invettive prendendo di mira qualche sventurato (non di rado sono io).

Nell’ipotesi un po’ meno peggiore (lo so che non si dice, ma non trovo un’espressione migliore) il maestro propone una lezione “standard” all’insegna delle famigerate “tre K”: un antipasto di fondamentali, un primo piatto di tecniche di kumite “normali” (non nidan-henka) e un secondo piatto abbondante di kata. Con questo menù così ricco e abbondante capirete che anche il vostro povero cronista riesce a trovare qualcosa di suo gusto: le tecniche di braccia (sui calci stendiamo un velo pietoso); qualche combinazione semplicissima che allena da cinquant’anni, tipo kizamizuki gyakuzuki e poco altro, un paio di kata che non includano calci e complicazioni. Azzardo qualche nome: gojushiho-sho e i tre tekki. Al termine dell’allenamento sono stanco, ma moderatamente soddisfatto.

Un po’ mortificato, completo il kata senza gravi perdite, ma la mia autostima è irrimediabilmente minata.

E arriviamo al caso in cui, nella roulette della Yudanshakai, il maestro estragga il “numero fortunato” che può uscire una sola volta su 36. Questa volta il mio sensei mi vuole bene e decide di dedicare tutta l’ora al mio kata preferito, Gojushiho-sho, quello che ho portato tredici anni fa all’esame di 5° Dan e che il Maestro Shirai, per motivi imperscrutabili, ha ritenuto meritevole di promozione.
Al solo sentire quel nome, “mi illumino d’immenso”, certo che sia la grande occasione che aspettavo da un pezzo per “far bella figura”.
Ma il tempo di entrare maestosamente nella posizione iniziale e di stabilizzare il mio urakenuchi, e mille dubbi mi assalgono. Il mio kokutsudachi sarà abbastanza lungo, il peso sarà sulla gamba posteriore, l’angolazione sarà corretta? E il maegeri sarà richiamato per bene? (Su questo il maestro insiste ormai da anni). 

Quando poi inizia la combinazione caratteristica del kata (parata, svincolamento, triplice attacco di nukite), devo lottare con me stesso per non “farmi portare dal kata”, come ricorda spesso il maestro Fugazza.
Ritrovo un po’ di sicurezza sulla sequenza di shutouke, ma troppo imbaldanzito li eseguo tutti forte, come ho visto fare una volta dal maestro Osaka: quando li faceva lui l’effetto era magnifico, ma Fugazza mi tira metaforicamente le orecchie (quod licet Iovi…).
Un po’ mortificato, completo il kata senza gravi perdite, ma la mia autostima è irrimediabilmente minata: se nel mio tokui kata colleziono tante imprecisioni, quali performance posso sperare nel resto del repertorio Shotokan, dopo cinquantacinque anni di pratica? Per consolarmi, mi ripeto che devo accontentarmi e “restare aggrappato” al mio livello di praticante esperto, ma settantenne, o se preferite, di settantenne ma (abbastanza) esperto.

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