Vantaggi e svantaggi per il karateka costretto a rimanere a bordo tatami.
Sinceramente, io preferisco praticare e non mi accontento di osservare i miei compagni di palestra, o chiunque altro, mentre si allena. Non ho la tempra del “guardone” e cinquantacinque anni di pratica mi hanno persuaso che l’allenamento può essere utile per la salute fisica e mentale. Invece, i soli vantaggi di rimanere a “bordo dojo” sono risparmiarsi una dolorosa, ma salutare fatica e veder crescere la pancia. Insomma, tutti gli inconvenienti di una vita sedentaria (accumulo di grassi e lo sfigmomanometro che schizza alle stelle… non per niente si chiama SFIGmomanoqualcosa).
I soli vantaggi di rimanere a “bordo dojo” sono risparmiarsi una dolorosa, ma salutare fatica e veder crescere la pancia.
Ci sono però circostanze in cui anche il più talebano dei karateka deve rimanere ai box (scusate l’allusione a uno sport, mentre noi marzialisti siamo dei duri e dei puri). Può essere un acciacco o l’estrema fatica accumulata in un’attività qualsiasi, tipo scaricare cassette di frutta all’ortomercato, oppure sollevare dei pesi per necessità o diletto.
Qualunque ne sia la ragione, voi vi trovate seduti su una panca, una sedia o uno sgabello, mentre i vostri compagni sudano le proverbiali sette camicie e si (e ci) sgolano, facendo tremare l’aria con i loro kiai. Ciò causa terrore o compassione tra gli astanti: che altro si può fare, se non guardare da spettatori uno “spettacolo marziale” che dovrebbe vederci tra gli attori e non tra i voyeur, pervasi da un senso di colpa, o più realisticamente, di compassione?
Poichè guardare si deve, tanto vale osservare i diversi comportamenti di chi sta “recitando” quel magnifico, ma sfiancante spettacolo. Esso si svolge nel tempio, troppo spesso profanato, delle arti marziali, nel quale il maestro interpreta il ruolo del sacerdote e i praticanti quello dei fedeli, a volte sofferenti, altre volte disinteressati o distratti.
C’è chi guarda l’orologio, aspettando ansiosamente il suono del gong liberatore. Magari ci fosse un gong! C’è solo un orologio da parete, spesso fermo, perché le pile sono scariche o, se funziona, il maestro sembra guardare dappertutto tranne che in quell’angolo del dojo. C’è invece chi guarda il vicino, o perché è carino o per imitarne le “mosse”. Probabilmente non ha ben chiara quella particolare combinazione che il maestro sta dettagliatamente spiegando a un capannello di allievi.
Il maestro interpreta il ruolo del sacerdote e i praticanti quello dei fedeli.
Quel capannello poi, per chi guarda, è fonte di istruttive informazioni. Di solito chi è in prima fila è un devoto seguace, un orgoglioso membro dell’inner circle del Maestro. Chi invece si defila, o lentamente si allontana facendo finta di niente, mostra nei fatti il suo disinteresse. Altrimenti, può trattarsi del malcelato desiderio di mettere le gambe sotto al tavolo, o di correre a un appuntamento di lavoro o di cuore. Più banalmente, forse, cerca disperatmente di non perdersi il fischio d’inizio di una partita dell’Inter. (Milan e Juventus non li cito perché, come disse Dante, “non mi curo di lor ma guardo e passo”).
Chi rimane ha diversi modi di atteggiarsi verso il Maestro, verso i compagni e gli spettatori come voi. Per il sensei qualcuno mostra (o simula) deferenza o sincero rispetto. Spesso accompagnando le parole dell’insegnante con cenni del capo e sguardi che trasmettono un messaggio. “Ho capito, mi spiace di aver sbagliato, non ce la faccio più, che palle, quando finisce questa stramaledetta lezione?”. Verso i compagni, quel “qualcuno” (potreste essere anche voi) può mostrarsi arrogante, superiore, altezzoso, o al contrario amichevole, fraterno. È pronto a correggervi, anche quando vi sembra che non sia proprio il caso. Verso gli spettatori, c’è chi li ignora e chi invece cerca di attirarne l’attenzione. Forse si tratta di vecchi amici o compagni di pratica, oppure ha intravisto tra gli astanti una faccia particolarmente carina, o al contrario sgradevole.
Qualunque sia la ragione per la quale guardate invece di praticare, fate come dice il vangelo: “Non fate agli altri quello che non vorreste fosse fatto a voi”.











