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L’allenamento al di fuori della palestra

L’allenamento al di fuori della palestra
Lavare il viso in una postura che consenta di tenere la schiena dritta, allevia la pressione sulla parte lombare della colonna vertebrale e ne rafforza la muscolatura.

L’effetto additivo di un Karate che si pratica non solo in palestra, ma anche nella vita di tutti i giorni.

Di Fiore Tartaglia

La pratica regolare del Karate è auspicabile, perché l’esercizio costante porta a risultati visibili e duraturi. L’effetto dell’allenamento deriva sia dai metodi che si adottano in palestra, quindi dal tipo di didattica, sia dall’intensità dell’allenamento stesso. Più spesso un tema viene trattato correttamente e curato nei particolari, più efficace è il risultato che ne deriva.
La persona che pratica Karate cerca di stabilire la quantità della frequenza delle sedute d’allenamento in rapporto alle altre attività e impegni che ha nella propria quotidianità. Indipendentemente dalla frequenza di partecipazione agli allenamenti, una cosa è certa: di solito tutti noi abbiamo più tempo a disposizione rispetto a quanto noi stessi pensiamo di poter avere.
È possibile allenare aspetti ben precisi del Karate, al di fuori della palestra, senza dedicare a essi del tempo supplementare. Ciò è facilmente realizzabile mentre si è impegnati in un’altra attività, purché essa non abbia bisogno della nostra completa concentrazione. 

Abbiamo più tempo a disposizione rispetto a quanto noi stessi pensiamo di poter avere.

Per questo concetto due aspetti sono di primaria importanza.
Il primo è quello di integrare gli allenamenti in determinate abitudini quotidiane, come, per esempio, il lavare i denti (accompagnando questa attività con esercizi isometrici, o correggendo la gamba tesa della Zenkutsu dachi, o intensificando l’impulso dell’anca, o il controllo del proprio equilibrio), o qualsiasi altra abitudine che ripetiamo regolarmente in modo automatico.
Un altro esempio potrebbe essere costituito da esercizi respiratori mentre si passeggia. O anche esercizi (fisici o mentali, a seconda della situazione) mentre si apparecchia la tavola, o si va dal parcheggio in ufficio, i primi minuti in cui ci si siede sulla sdraio in giardino per godersi il sole. Anche il modo in cui ci si alza da una posizione seduta o dal letto al mattino può essere considerato e implementato come un esercizio di Karate.
Il secondo aspetto per curare gli allenamenti quotidiani al di fuori della palestra – senza utilizzo di tempo supplementare –, è quello della durata di questo tipo di pratica che deve essere necessariamente limitata, affinché, a lungo andare, non diventi un peso e quindi la si trascuri o addirittura la si abbandoni.

Il luogo per l’allenamento, quindi, può variare: da una stanza del seminterrato, al soggiorno, a un prato, al corridoio, al bagno, in una sala d’attesa, mentre si guida, durante una passeggiata o anche durante le spese o qualsiasi altro spazio e situazione.
Lo scopo – e quindi il risultato che ne risulterà – è quello formare nuove strutture celebrali, secondo le quali funzioneremo in futuro. Una volta automatizzate, esse si innescheranno inconsapevolmente nelle varie situazioni in cui noi le avremo allenate.

La continuità modella il maestro
Come nell’allenamento in palestra, anche questo tipo di pratica non convenzionale produce i risultati desiderati, che si addizionano agli allenamenti regolari. Essi portano un rendiconto da non sottovalutare, che è dovuto all’intensità della continuità.
È risaputo che, per esempio, un solo allenamento settimanale non porta a miglioramenti, al massimo si può mantenere il livello raggiunto. Già due allenamenti settimanali consentono di migliorare. È quindi chiaro che un allenamento quotidiano, che focalizza un piccolo aspetto ben preciso della disciplina, consente uno sviluppo notevole dell’aspetto che viene trattato. L’importante è che ci sia la volontà di farlo, quindi, in primo luogo va formata l’abitudine. L’aggiuntivo coinvolgimento quotidiano del Karate a “incontri con se stessi”, con temi ben stabiliti, deve divenire una cosa ovvia in modo che la pratica non sia un compito, ma un’abitudine perfettamente integrata nella vita quotidiana. In tal modo l’effetto di formazione si somma costantemente. Il Karate diventa notevolmente più presente in tutte le azioni. In sostanza, si tratta di trasformare il proprio modo di agire e di pensare nelle più svariate situazioni di routine quotidiane. 

Il talento è una base innata considerevole, ma il lavoro continuo porta a risultati ottimi e duraturi nel tempo. È importante che la formazione supplementare – sotto qualsiasi forma – sia fatta con motivazione. A questo punto, subentra il tema della disciplina, una qualità che è prettamente naturale per chi pratica già da tempo il Karate.
Ripetere gli stessi gesti innumerevoli volte per padroneggiare veramente l’essenza di una tecnica o di un movimento – con una costanza che dura per anni – richiede e presuppone una grande disciplina.
Essa è indispensabile per la ripetizione di gruppi di esercizi che hanno obiettivi specifici, come lo scioglimento, la coordinazione o il rafforzamento ed altro ancora. Un obiettivo per il quale ci si è impegnati a lungo ed è poi stato raggiunto, a un certo punto potrebbe non sembrare più soddisfacente, così, la ricerca continua.
L’interiorizzazione dei Kata, sequenze di difesa e attacco, combinazioni ed esercizi di combattimento, seguono questa didattica della ripetizione lunga e costante.

Con il trascorrere del tempo e senza rendersene attivamente conto, l’atteggiamento del Karateka verso la costanza cambia. La ripetizione continua si imposta automaticamente, ogni piccolo movimento mostra alla fine dei progressi, anche se essi (dopo una lunga pratica) non sempre sono facilmente individuabili. Con questo sviluppo, le tecniche apprese nella formazione di base possono essere ulteriormente approfondite.

Questo approccio forma il karateka, in modo che le qualità acquisite in palestra siano naturalmente trasferite nella vita quotidiana e messe in pratica. Come risultato, i compiti noiosi non sono più percepiti come ostacoli fastidiosi, ma piuttosto sono classificati come una sfida e sistematicamente affrontati e adempiti nel tempo con un atteggiamento naturale.
Più precisamente, si tratta di un tipo di qualità della vita. Si diventa più efficienti senza fare alcuno sforzo particolare, perché l’assunzione disciplinata di un compito elaborato, viene fatta nel tempo con uno stato d’animo rilassato. Così, si trasferisce la pratica dalla palestra alla vita quotidiana senza rendersene conto attivamente. Forse, al più tardi, quando questa qualità viene notata da colleghi, amici o familiari, il karateka si rende effettivamente conto con gioia di ciò che ha raggiunto. 

Trasformare il proprio modo di agire e di pensare nelle più svariate situazioni di routine quotidiane.

Focalizzare l’attenzione
La capacità di concentrarsi su un tema piccolo o apparentemente di scarsa importanza, apre un nuovo orizzonte che può portare a grandi risultati (i dettagli fanno la differenza). Una completa pratica fisica e mentale del Karate fornisce questa concentrazione.
La pratica in palestra incentiva la concentrazione per padroneggiare i complessi movimenti coordinati.
Una volta raggiunta una base tecnica stabile, spesso manca solo il “tocco” finale che metta in moto un ulteriore sviluppo, che è quello che al suo culmine porta alla maestria. Con buoni presupposti tecnici, il tocco finale può essere l’anca non completamente girata o semplicemente un ritmo disarmonico in una combinazione, che rallenta l’intera sequenza.
Per correggere questo, è consigliabile concentrarsi sulle singole parti dell’intero movimento, al fine di trovare quali meccanismi devono essere meglio sincronizzati per un quadro generale più coerente.
Questo approccio sviluppa l’abilità mentale di concentrare la piena attenzione su un singolo dettaglio e di bloccare temporaneamente ciò che è di secondaria importanza.
La capacità di concentrazione appresa in allenamento è utile anche al di fuori della pratica del Karate. Essa può essere vista come uno strumento per marginare alcune carenze, dovute a determinate abitudini di cui, forse, non siamo completamente consapevoli.
L’approccio è lo stesso. Concentrarsi su un dettaglio specifico che si trova all’interno di un grande compito, può rendere più facile affrontare il compito stesso nella sua completezza. Durante l’elaborazione del dettaglio lo sforzo complessivo si riduce a una piccola quantità. Dopo di che, altri dettagli possono essere padroneggiati, passo dopo passo e alla fine il grande compito è gestito.

Conclusione
Il succo del discorso e il grande segreto è quello di avere una grande passione. Essa ci porta a impegnarci al di fuori della normalità e ciò conduce, di conseguenza e inevitabilmente, a risultati che esulano anch’essi dalla norma.
L’agire in modo normale, porta risultati normali, l’agire in modo estremo, porta a risultati superiori. 

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