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M° Dino Contarelli

M° Dino Contarelli

Il Presidente della Commissione Tecnica Nazionale Fikta si racconta.

(in Karate Do n. 19 lug-ago-set 2010)

In un pomeriggio di fine estate, terminato lo stage ISI di Bellaria, il Maestro Contarelli ci dedica un po’ del suo tempo. I fatti che ci racconta testimoniano chiaramente la sua dedizione assoluta al mondo del karate ed agli insegnamenti ricevuti dal suo Maestro. Non solo. Dalle parole che seguono traspare l’immagine di un uomo che, pur dedicando la sua vita ad una disciplina, ha acquisito una sempre maggiore consapevolezza critica ed una grande autonomia nelle proprie scelte. Andiamo a scoprire come e a conoscerlo meglio.

Maestro Contarelli, dove e quando è nato?
Sono nato a Puegnago Del Garda,in provincia di Brescia, il 29 agosto 1949.

Quali studi ha fatto e a quale carriera professionale l’hanno portata?
Dopo il diploma di “Ragioniere perito commerciale” ho continuato gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Brescia, ma l’interesse destato in me dal Karate e per l’attività motoria, come mezzo di miglioramento, mi ha spinto a frequentare l’Istituto Superiore di Educazione Fisica, diventando poi docente negli istituti superiori .

Quando e perché ha iniziato la pratica del karate?
Ho iniziato la pratica del Karate circa a 16 anni, spinto dalla curiosità per questa disciplina così particolare, originata da una cultura molto diversa dalla mia.

Ciò che più mi gratifica è il rapporto con gli allievi e la consapevolezza di avviare per loro un processo di auto-miglioramento.— M° Dino Contarelli

Chi è stato il suo primo maestro?
Sono venuto a conoscenza di questa disciplina grazie ad alcuni personaggi che definire “Maestri” sarebbe molto azzardato. La svolta determinante è avvenuta nel 1969, periodo di servizio militare, quando fui inviato di stanza a Milano e potei frequentare i corsi tenuti dal M° Shirai. Iniziai con il grado di cintura verde, grado virtuale in quanto tutto ciò che avevo fatto in precedenza aveva solo creato in me problemi, sia dal punto di vista della personalità sia dal punto di vista motorio. Dopo un breve periodo di collaborazione con il M° Orfeo di Brescia, fortuna volle che il M° Shirai mi accettasse definitivamente come allievo.

In quale occasione ha conosciuto per la prima volta il Maestro Shirai? Può ricordare e descriverci quel momento?
Il primo incontro con il Maestro Shirai avvenne in una sera d’inverno del 1969 quando mi presentai a lui, ancora in divisa militare, per chiedere di frequentare i suoi corsi: questo è un episodio che il Maestro ricorda sempre quando parliamo dei tempi passati.

Il rapporto tra maestro e allievo è fondamentale nella pratica del karate tradizionale: come ha vissuto e vive tutt’oggi questo rapporto con il suo Maestro?
Io credo che il rapporto tra maestro e allievo sia uno dei punti fondamentali del Karate, anzi, dovrebbe esserlo per tutte le attività della vita e per me, infatti, è così. Il rapporto con il mio Maestro è basato su un profondo rispetto e sulla consapevolezza di una mia dipendenza matura da lui poiché, con il suo insegnamento, sono riuscito ad acquisire capacità critica e autonomia operativa.

Com’è possibile vivere il rapporto tra maestro e allievo anche al di fuori del karate? Può farci qualche esempio concreto?
Potrei portare ad esempio la mia esperienza nell’ambito lavorativo. Ho sempre svolto la mia professione con assoluta dedizione e massimo rispetto nei confronti dei miei superiori, ma l’autorevolezza ottenuta dall’aver vissuto un rapporto profondo maestro-allievo, ha fatto sì che riuscissi a rapportarmi con loro come nessun altro riusciva a fare. Questo ha favorito un’evoluzione e una crescita in entrambi, esattamente come si evolve il rapporto tra il maestro di karate e il suo allievo, in un processo di miglioramento personale e di continuo scambio reciproco.

Può raccontarci un breve aneddoto della sua storia di karateka?
A Tokyo, nel lontano 1973, in occasione del campionato del mondo, riuscii in un’impresa che consideravo impossibile, grazie alla forza e determinazione che sentii nascere in me per il fatto che il M° Shirai mi avesse dato fiducia ma, soprattutto, per l’energia che la sua presenza fisica mi trasmetteva. Non è un aneddoto, ma è senza dubbio uno dei miei ricordi più cari.

L’agonismo è profondamente legato alla personalità del singolo atleta, mentre la competizione è condizionata dal regolamento.— M° Dino Contarelli

Quando ha deciso di dedicarsi all’insegnamento del karate, conseguendo il titolo di istruttore e poi di maestro?
L’insegnamento è uno sbocco naturale che avviene per effetto dell’insegnamento del Maestro, per la sua passione e la sua dedizione. Iniziai molto presto, già nel 1972, con il titolo di istruttore, poi nel 1976 acquisii la qualifica di maestro.

In quale modo la sua professione d’insegnante di educazione fisica ha influito su quella di maestro di karate e viceversa?
Nel mio modo di operare non è mai esistito solo il maestro di Karate o solo l’insegnante di Educazione Fisica: entrambe le esperienze si sono fuse fin dall’inizio, permettendomi di cogliere gli aspetti migliori sia dell’una sia dell’altra.

Che cosa la gratifica di più della sua professione?
Ciò che più mi gratifica è il rapporto con gli allievi e la consapevolezza di avviare per loro un processo di auto-miglioramento.

Maestro Contarelli, Lei è stato anche un grande agonista: quando è stato chiamato nella squadra nazionale italiana e quale era la sua specialità in gara?
Sulla definizione “grande agonista” avrei qualcosa da obiettare, perché per me l’agonismo non è mai stato un valore assoluto. Proprio per questo mio atteggiamento mentale, pur dedicando alle competizioni il massimo impegno, l’agonismo non è stato la priorità più importante. Fui chiamato dal Maestro nella squadra nazionale della F.E.S.I.KA nel 1971. A quel tempo preferivo il kumite perché consideravo il kata una disciplina troppo impegnativa per le mie capacità psicofisiche.

Quali sono stati i risultati agonistici più importanti che ha conseguito?
Io ritengo che un risultato acquisito in una competizione sia già diventato obsoleto nel momento in cui si riceve la medaglia e considero per me stesso molto pericoloso vivere di questi ricordi. Non ho avuto grandi risultati, ma quelli che mi hanno dato una certa notorietà agonistica sono: primo posto nel campionato italiano a squadre di kumite nel 1971, secondo posto nel campionato europeo di kumite a squadre nel 1972 e secondo posto nel campionato del mondo di kumite a squadre nel 1973 a Tokyo.

Com’è cambiato l’agonismo di oggi rispetto ad allora?
L’agonismo è profondamente legato alla personalità del singolo atleta, mentre la competizione è condizionata dal regolamento: l’agonismo quindi si modifica e si evolve nel tempo con il variare di questi due aspetti. Devo aggiungere inoltre che, ultimamente, nella preparazione degli atleti si tende a seguire maggiormente le conoscenze scientifiche provenienti dal mondo della ricerca.

Qual è la sua carica attuale all’interno della FIKTA?
Da quando la F.I.K.T.A. è stata fondata ricopro la carica di Presidente della Commissione Tecnica Nazionale.

Che cosa significa per lei rivestire tale ruolo?
Anche se il lavoro che svolgo è supportato per la maggior parte dai consigli e dalle intuizioni del M° Shirai, rivestire il ruolo di presidente della Commissione Tecnica Nazionale è un compito di grande responsabilità, di totale impegno e di grande capacità di mediazione.

Sento come dovere morale dimostrare che il lavoro del Maestro Shirai non è servito a creare dei semplici esecutori.— M° Dino Contarelli

In considerazione dei più recenti mutamenti avvenuti all’interno della nostra Federazione, come sta affrontando e vivendo il nuovo compito affidatole dal M° Shirai nell’ambito degli stage ISI?
Il momento è chiaramente importante e delicato allo stesso tempo. Non avrei mai previsto un evolversi della situazione così repentino. Quando il M° Shirai ha esposto al M° Perlati, al M° Fugazza e a me le sue intenzioni, mi sono sentito schiacciato dalla responsabilità; solo chi ha vissuto il rapporto maestro-allievo e ha condiviso con il M° Shirai la maggior parte della propria vita, può capire il mio stato d’animo. Allo stesso tempo, tuttavia, sento come dovere morale dimostrare che il lavoro del M° Shirai non è servito a creare dei semplici esecutori ma, al contrario, a formare persone con un alto senso critico e morale, in grado di prendere autonome decisioni nel rispetto degli insegnamenti ricevuti.

La sua dedizione ed il suo impegno nell’ambito del karate operano a 360°, non solo come allievo e maestro, ma anche come presidente della Commissione tecnica. Che cosa l’ha sempre motivata e la motiva tuttora a dedicarsi in modo così assoluto e totale al karate?
Il rapporto con il mio Maestro, con i miei amici, con i miei allievi e con la mia famiglia.

A quali persone vorrebbe esprimere ora la sua più profonda gratitudine?
L’incontro con il M° Shirai ha significato una svolta radicale nella mia vita e per questo avrò sempre verso di lui la più profonda riconoscenza. Altre persone hanno contribuito a far sì che la mia vita di karateka potesse darmi grandi soddisfazioni e, allo stesso tempo, svolgersi in modo sereno e tranquillo: l’amico e compagno Gianni Ferrari che è stato colui che all’inizio più mi ha incoraggiato, i tantissimi amici che io incontrato nelle dure ore di allenamento e tutti i miei allievi. Il ringraziamento più profondo, tuttavia, spetta a una persona speciale che mi ha sempre sostenuto nei momenti difficili, mi ha sempre spinto a continuare e mi ha sostituito, senza far nulla pesare, in alcuni momenti in cui la mia presenza sarebbe stata fondamentale: mia moglie Luciana.

 

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