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La componente mentale nella performance sportiva

La componente mentale nella performance sportiva
Foto di Fabrizio BagnoliFoto di Fabrizio Bagnoli

La performance sportiva e il ruolo del mental coach nella pratica del karate.

La performance è il modo in cui viene espletata l’attività sportiva, per raggiungere il suo migliore potenziale. Per aumentare la performance sportiva di un atleta, in qualsiasi sport compreso il karate, è necessario lavorare su più abilità. Ogni allenatore deve impostare il proprio programma di allenamento senza tralasciare nessun aspetto:

  • Mentale
  • Tecnico-tattico
  • Fisico 
  • Energetico

Per energetico si intende quella parte di allenamento “invisibile” che racchiude il mangiare corretto, il giusto riposo e un sano stile di vita.
Ognuno di questi aspetti riveste un ruolo nel miglioramento della prestazione sportiva, ma quello più importante, perché è da traino per tutti gli altri fattori, è quello mentale. Senza un approccio mentale giusto difficilmente si trova la giusta concentrazione per migliorare la parte tecnica e senza una forte motivazione mentale non è semplice lavorare sul rafforzamento fisico. Inoltre, anche l’allenamento energetico, quello che interessa il riposo e la nutrizione, non può essere portato avanti con costanza senza una sufficiente spinta mentale.

Senza un approccio mentale giusto difficilmente si trova la giusta concentrazione per migliorare la parte tecnica.

La componente mentale si allena costantemente con l’esperienza, è una attitudine (un talento) e soprattutto, al contrario di quello che si può immaginare, è un allenamento pratico.
Quando si pensa al ruolo di un mental coach o a un allenamento sulle abilità mentali, si rischia di immaginare qualcosa di teorico o di puramente psicologico. In realtà l’allenamento delle abilità mentali è un allenamento pratico, composto da esercizi pratici dove si vanno a controllare diversi aspetti che possono influenzare la prestazione.
Il mental coach ha il compito di lavorare su tecniche di attivazione e disattivazione, attraverso esercizi di respirazione, esercizi di visualizzazione e tecniche di focus.

I tre aspetti su cui si basano gli esercizi pratici per le abilità mentali sono:

  • Focus e concentrazione
  • Gestione delle emozioni
  • Comunicazione e relazione

TECNICA DI FOCUS
La tecnica di focus aiuta ad attivare la concentrazione e a controllare le emozioni. La concentrazione, per definizione, è la capacità di dirigere l’attenzione dove serve e per il tempo che serve. La necessità di riuscire ad attivare e disattivare questa capacità nasce dal fatto che non è possibile mantenere la concentrazione per un tempo troppo lungo, ad esempio dall’inizio alla fine di una gara. È inevitabile che prima o poi arrivi un calo della concentrazione e il rischio è che succeda nel momento in cui se ne ha effettivamente bisogno.
Lo sforzo nel rimanere concentrati è paragonabile al sollevare un peso: sarà difficile mantenere il peso sollevato per tutto il tempo, ma posso decidere di sollevarlo solo nel momento in cui ne ho bisogno e quindi dirigere lo sforzo in un determinato momento. La concentrazione va modulata, vanno gestite le pause. Le pause sono importantissime e vengono utilizzate in ogni competizione sportiva, come avviene per esempio nelle partite di tennis.

La tecnica di focus e, quindi, il saper dirigere l’attenzione, si divide in quattro tipologie:

  • Focus interno ristretto
  • Focus interno ampio
  • Focus esterno ristretto
  • Focus esterno ampio

La tecnica di focus aiuta ad attivare la concentrazione e a controllare le emozioni.

Un esempio di un esercizio sul focus interno ristretto, è quello del concentrarsi sul proprio respiro. Ci sono un’infinità di esercizi sulla respirazione che possono agire sull’attivazione mentale. Alcuni possono aiutare ad attivarsi nei casi in cui uno si senta debole o non pronto prima della gara, altri invece aiutano a calmarsi in caso di iperattività e tensione.
Altri esercizi riguardano il focus interno ampio, cioè concentrarsi sulle mani, sui piedi o sull’appoggio sul terreno, questi ultimi sono utili per l’equilibrio e la postura. Poi ci sono esercizi che riguardano il focus esterno ristretto: in questo caso vado a focalizzare le mani dell’avversario, lo sguardo, i piedi ecc. Infine, il focus esterno ampio, ad esempio fissare un punto lontano, il tatami ecc.
Dirigere l’attenzione su un focus significa controllare la propria concentrazione.

GESTIONE DELLE EMOZIONI
La gestione delle emozioni è un altro elemento che può influenzare la performance sportiva. Prima di capire come agire su questo aspetto è utile dare una definizione alle emozioni, che possono intervenire prima e durante una gara, e capire quali fra queste possono essere positive o negative.
Una situazione ricorrente può essere il manifestarsi di paura o ansia prima di una gara. Mentre l’ansia arriva quando si deve sostenere una situazione che non si è mai provata prima e dalla quale non so cosa aspettarmi, la paura identifica un’emozione di fronte a una situazione che già conosco e in cui so cosa potrebbe andare storto.
Un altro esempio di sensazione che può manifestarsi, in questo caso dopo una sconfitta a una gara, è il senso di frustrazione.
In questi casi, quando parliamo di ansia, paura e frustrazione, anche se provocano una sensazione di disagio, non è corretto definirle emozioni negative. L’atleta che manifesta ansia e paura prima di una gara è un atleta che ci tiene a fare bene e il senso di frustrazione dopo gara è tipico di chi, nonostante la sconfitta, è desideroso di sapere come potersi correggere e su che cosa lavorare. Uno sportivo che mostra queste emozioni è un atleta con un grande potenziale, su cui si può fare un ottimo lavoro. Al contrario, l’atleta che non le sente, non significa che sia più esperto o maturo di altri: potrebbe essere un atleta che non prova interesse, o che si è arreso. La bravura e l’esperienza di un atleta stanno semplicemente nel saper gestire questi momenti.
L’ansia genera incertezza, l’incertezza è un elemento che crea stimoli e un soggetto che è sottoposto a stimoli è un soggetto che trova motivazione. L’allenatore che ha di fronte un atleta che prova ansia o paura, non deve limitarsi a dire “non avere paura” o “stai tranquillo”, sono frasi inutili, perché questi sentimenti si manifestano in ogni caso, indipendentemente dalla volontà del soggetto. Il compito dell’allenatore è aiutarlo insegnandogli le tecniche per superare l’ansia e controllare le proprie emozioni.

La comunicazione può essere interna o esterna e deve essere direzionata sul rafforzare il pensiero positivo.

COMUNICAZIONE E RELAZIONE
Nelle capacità necessarie per chi si approccia a un lavoro mentale su un atleta, rientrano quelle della comunicazione e della relazione con l’atleta stesso.
La comunicazione può essere interna o esterna e deve essere direzionata sul rafforzare il pensiero positivo.
La comunicazione interna è quella che utilizza l’atleta con sé stesso. Ad esempio, tenere un diario dove si scrive tutto quello che si fa in relazione alla pratica sportiva, serve per darsi consapevolezza. Scrivere nero su bianco informazioni, ad esempio come si gestiscono i pasti, cosa ci si dice con l’allenatore e quante ore si ha riposato, serve per analizzare i punti di forza o i punti deboli che possono avere contribuito alla vittoria o alla sconfitta in una gara. Posso capire, da quello che ho scritto, che ho perso perché non mi sono riscaldato bene, non ho mangiato in modo adeguato, oppure non ho riposato sufficientemente.
È importante che l’atleta, prima di partire per una gara, sia consapevole che la sconfitta “va messa nello zaino”. È una possibilità che va messa in conto in modo chiaro prima della competizione. L’accettazione di una sconfitta è il primo passo, perché se non mi è chiaro che posso perdere, non posso avere la mente sufficientemente lucida per analizzare dove ho sbagliato in caso di una sconfitta.
Un altro esempio di comunicazione interna è la creazione di situazioni che possono attivare la concentrazione e superare ansia e paura. Ad esempio, prima di una gara, decido che prima di entrare sul tatami mi tocco per tre volte la cintura e ripeto per tre volte una frase positiva. Questo “rituale” lo ripeto prima di ogni gara e mi aiuta ad attivare il cervello. Si crea così una routine di concentrazione: lo stimolo di più componenti come quella tattile (tocco la cintura), quella uditiva (sento la mia voce che ripete la frase) e quella visiva (focus esterno ristretto o ampio su un oggetto), fa sì che la mente si attivi e si raggiunga la concentrazione necessaria.

La comunicazione esterna è quella che avviene fra atleta e allenatore. L’allenatore deve valutare e modulare quello che dice al proprio atleta affinché la comunicazione possa avere un effetto benefico e non negativo. Quando l’allenatore, nella comunicazione con l’atleta, utilizza frasi come “stai tranquillo” fa arrivare nella testa dell’atleta il messaggio che sta per succedere qualcosa di brutto e quindi può destare preoccupazione anziché calmare. Anche frasi del tipo “rimani concentrato” non sono d’aiuto. Oppure, se si dice “non mollare”: semplicemente pronunciando la parola “mollare”, anche se preceduta da “non”, si rischia di portare l’atleta a pensare proprio a quello. A volte, nella comunicazione con l’atleta, può rivelarsi utile la strategia dell’ascolto, cioè di lasciare parlare i ragazzi limitandosi a dare poche indicazioni.

In conclusione, va ricordato che il mental coach non ha il potere di risolvere il problema, ma può dare all’atleta più strumenti per poterlo superare. È importante che i problemi siano sempre presenti sia nella pratica quotidiana, sia nelle gare: aumentare gli ostacoli e le difficoltà è il modo migliore per imparare ad affrontare i problemi.
Si ha la pretesa di voler realizzare ciò che vogliamo e raggiungere i nostri obiettivi rimanendo nella nostra zona di comfort, cioè frequentando le stesse persone e mantenendo le stesse abitudini. Per accrescere il livello bisogna andare alla ricerca della difficoltà e dev’essere una ricerca che dà soddisfazione ed entusiasmo. Non facciamo l’errore di dire: quella cosa non è sicura, non gliela facciamo fare. Oppure quel kata non riesce bene, facciamone un altro che viene meglio. Lavorare su quello che ti fa stare bene è un errore, mettersi di fronte ai problemi e provare nuove situazioni è ciò che ci fa crescere.

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