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Il karate del futuro: “siamo i migliori”

Il karate del futuro: “siamo i migliori”

Nel mondo del karate l’auto-referenzialità delle proprie scelte nuoce gravemente a sé stessi, bloccando la messa in discussione e la crescita.

Osservando con amarezza questo divorzio (vedi articolo precedente), consumatosi negli anni Settanta, ho intuito qualcosa. Dico intuito perché, come accennato precedentemente, mica ero nato in quegli anni, avendo io quasi/solo quarant’anni – che nel mondo del Karate, ma anche della società occidentale. mi pongono ancora nella zona dei “giovani” –.

La Via del Vuoto è un difficile esame di coscienza quotidiano con sé stessi e con i propri allievi.

Dicevamo che ho intuito che, in questo scontro, da una parte c’era una visione del karate come una disciplina prettamente giapponese, legata indissolubilmente ai valori di quella cultura e, forse, anche destinata a essere per sempre gestita da loro quali garanti (e forse padri-padroni), e dall’altra chi invece riteneva ormai il karate una disciplina di tutti e per tutti. Un po’ come la pizza, italiana sì, ma ormai un dono culinario dell’umanità: se la ricetta della pizza è di tutti allora anche la pizza con l’ananas, che giustamente a molti piace, è da chiamarsi pizza e va sempre rispettata. 

Non sono amante delle definizioni di karate sportivo o tradizionale, poiché spesso il ragionamento è il seguente:

  • Il vero karate deve essere un percorso educativo.
  • Chi fa karate tradizionale si rifà ai valori della pratica. 
  • Chi fa Karate tradizionale sta facendo il vero Karate.

Viceversa:

  • Nakayama Sensei era un docente di educazione fisica e ha normato le competizioni. 
  • Chi gareggia deve avere un approccio scientifico per puntare alla performance.
  • Il Karate è destinato a diventare uno sport agonistico

Seguire sillogismi del primo tipo è molto pericoloso, dannoso per la disciplina e per noi tecnici. Significa, implicitamente, affermare che il monopolio dei valori umani della disciplina è appannaggio di chi risiede dentro la “cerchia del tradizionale”; de-responsabilizza il praticante sul fatto che aver aderito a un gruppo attento ai valori della pratica sia di per sé sufficiente per sentirsi nel giusto. Invece, la Via del Vuoto è un difficile esame di coscienza quotidiano con sé stessi e con i propri allievi.
Dall’altra parte, ci siamo “solo noi” che abbiamo la certezza della giustezza di determinate scelte, perché perseguono rigorosi standard scientifici e perciò dimostrabili e replicabili. Così, automaticamente, gli “altri” sono tutti degli ignoranti che mettono a repentaglio le articolazioni dei loro allievi. Un confronto di karate di altissimo livello spesso si conclude con dei “colpi di genio” o maestrie che di scientifico hanno poco. Senza contare cosa viene proposto al praticante adulto, che trova spesso solo protocolli agonistici “adattati” alla sua età.

Se crediamo che chi fa karate a casa di “mamma” anziché a casa di “papà” (come dicevo nell’articolo precedente) sia disinteressato ai valori della pratica, questo è un pericoloso boomerang. I sentimenti e l’attenzione ai valori non sono politici, ma intimi e all’interno di ogni persona, prima che sportivo o tradizionalista.
Ciò non significa buttare via il bambino assieme all’acqua sporca! Cioè, credo che dovunque ci sia della qualità trasversalmente all’appartenenza e, ovviamente, viceversa.
Già affermare di auto-considerarsi “i migliori” denota una pericolosa condotta fuori strada, senza in ultima analisi accorgersi che tutto ciò suona piuttosto arrogante.

Appartenere a un gruppo “chiuso” non aiuta il confronto…

Se ciò che facciamo e il modo in cui lo facciamo ha veramente una marcia in più, come crediamo, dovremmo lasciare che complimenti, conferme e lusinghe arrivino dall’esterno, non dall’interno del cerchio. Sempre che si abbia ancora voglia di restare chiusi in questa “goccia lipidica”.
L’auto-referenzialità delle proprie scelte nuoce gravemente a sé stessi, bloccando invece la messa in discussione e, di conseguenza, la crescita. Appartenere a un gruppo “chiuso” non aiuta il confronto, la messa in discussione della propria posizione o di quella dell’altro, reggere la tanto odiata crisi, lo squilibrio e, infine, il possibile miracolo conclusivo di una riorganizzazione armonizzata.

(Continua)

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