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Ridere è illuminazione – La sfida e la resa del maestro zen

Ridere è illuminazione – La sfida e la resa del maestro zen

“Il riso zen è il rifiuto di assolutizzare i concetti, soprattutto di assolutizzare se stessi, tanto da ridere delle proprie più profonde convinzioni”.

di Giovanna Tonon – Associazione “Pensare il presente”

 

“Quando la tua mente all’improvviso
si risveglierà alla sua purezza originaria
quando tutto sarà illuminato di verità
in quel momento riderai di cuore.”
dal Kana Hogo di Tetsugen Doko, maestro zen

I maestri zen insegnano a ridere della perfezione spirituale per evitare l’assolutizzazione di sé.

Il professor Massimo Raveri insegna Religioni e Filosofie dell’Asia Orientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, occupandosi in particolar modo del Giappone, che ha analizzato in alcune delle sue opere più significative: Itinerari nel sacro. L’esperienza religiosa giapponese e Il pensiero giapponese classico; è invece dello scorso anno il suo lavoro più recente, redatto insieme a Maurizio Bettini e Francesco Remotti, Ridere degli dei, ridere con gli dei. L’umorismo teologico, pubblicato da Il Mulino. Il testo esplora le cosiddette “religioni umoristiche”, cioè quelle religioni che danno spazio al comico, alla risata, di Dio e degli uomini: il politeismo del mondo classico, le “religioni senza nome” dell’Africa e del Nordamerica e, naturalmente, le religioni orientali e in particolare il buddhismo zen. 

Lo scorso aprile 2021, in quella modalità nuova, ma ormai consueta, che è la conferenza online, abbiamo ascoltato le riflessioni del prof. Raveri proprio intorno a questo tema: Il riso come strumento per l’illuminazione e il ruolo del maestro zen che, ancora una volta, si fa “guida e avversario lungo la via”.
Massimo Raveri afferma che “il riso zen è il rifiuto di assolutizzare i concetti, soprattutto di assolutizzare se stessi, tanto da ridere delle proprie più profonde convinzioni”. Il riso è per lo zen un’esperienza basilare: è un riso provocatorio e lo zen ne ha fatto uno dei suoi temi di maggiore riflessione. I maestri zen insegnano a ridere della perfezione spirituale per evitare l’assolutizzazione di sé: è quindi, oltre che provocatorio, dissacrante. Non si deve fare un idolo nemmeno del Buddha, secondo le parole del maestro Linji: “Quando incontri un Buddha, uccidilo!”. E ridere della divinità è come ucciderla: la desacralizza, scherzosamente, per lasciare spazio alla libertà dell’uomo.

Il comico, infatti, apre la mente alla possibilità di un pensiero “altro”.

Il riso, afferma il prof. Raveri, nasconde una tensione ed è anche per questo che le religioni monoteistiche non sono “umoristiche”. Giacobbe combatte con Dio, Giobbe si arrabbia con lui, ma non si ride di Dio, né con Dio. Anche l’umorismo ebraico è sempre un umorismo su ciò che circonda Dio: ma non su di lui. Per quale motivo esiste questa differenza? Secondo Massimo Raveri, è l’unicità della verità rivelata, nelle religioni monoteistiche, che non lascia spazio al comico. Il comico, infatti, apre la mente alla possibilità di un pensiero “altro”, il riso gioca con il relativo, è flessibile, è divergente: è all’interno di un processo che accetta la contraddizione.

Lo Zen ha invece considerato e considera il riso come un’esperienza fondamentale, usando il comico e l’ironia in tutte le loro sfumature e utilizzandoli come strumento di crescita spirituale e non come mezzo di dominio o di irrisione fine a se stessa. La risata del maestro Shilao, al quale viene chiesto da un monaco: “Qual è il significato della verità del Buddha?” sta a significare la necessità di oltrepassare la volontà di possedere la verità; non vuole essere un’umiliazione del discepolo, ma un invito ad abbandonare l’orgoglio, il narcisismo, la superbia insita nella perfezione spirituale. Il riso zen è appunto una provocazione: invita a non assolutizzare nulla, nemmeno il Buddha. Il maestro, in questo, svolge un ruolo fondamentale: egli fa delle proposte enigmatiche che sono delle sfide di conoscenza, dei paradossi. Chi li capisce risponde con un sorriso: la logica, il pensiero razionale, è qui visto come una forma di attaccamento, di volontà di controllo sulla realtà.

Un invito ad abbandonare l’orgoglio, il narcisismo, la superbia insita nella perfezione spirituale.

È in questa provocazione del maestro che ritroviamo la dimensione della lotta: il maestro, severo ed esigente, chiede al discepolo totale fiducia, lo provoca, perché rida di se stesso. La risata è una risata che punge l’orgoglio e il narcisismo, che fa cadere il ragionamento e la razionalità.
Compito del maestro è allora rendere libero il suo discepolo, perché sia lui maestro a se stesso: 

“Il maestro non può, né vuole, indottrinare il discepolo, perché la verità da realizzare – una verità intuitiva, non descrittiva – non può essere insegnata in questo modo. In termini ‘kierkegaardiani’, il maestro non è un ‘maestro di verità’, ma un’occasione per la verità ultima del vuoto di manifestarsi all’interno del discepolo. Quando arriva la svolta comica, come la svolta dell’illuminazione, essa viene improvvisamente e spontaneamente […] La risata finale è come una conversione, e una resa all’incongruità dell’esistenza” (M. Raveri, Ridere degli dei, ridere con gli dei, Il Mulino 2020, pag. 191).

Di seguito il video di un’altra conferenza con il Prof. Raveri

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