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11° Incontro Corso Istruttori – Maestri 2015/2018

Disegni di Marco Bracciani.

13-15.10.2017 Crevalcore (BO). Dalle radici del karate e della cultura giapponese, ai metodi più attuali di comunicazione e di gestione delle competizioni.

Con la supervisione di Donato Lioce

Il secondo weekend di ottobre, presso la cittadina di Crevalcore (BO), si è svolto l’11° incontro di preparazione per aspiranti istruttori e maestri della Fikta.
Le lezioni, sia teoriche sia pratiche, si sono svolte in un gradevole impianto polifunzionale, costruito dopo il sisma del 2012 che l’amministrazione comunale ha messo a disposizione della federazione. L’assessore allo Sport, intervenuto per salutarci durante una lezione, ha spiegato che ospitarci è un modo che ha il comune di Crevalcore per sdebitarsi nei confronti dei tanti che dopo il terremoto hanno contribuito con il loro appoggio morale e soprattutto economico, alla ricostruzione di questo edificio e di molti altri. È stato un bel momento di riflessione che ci ha fatto sentire, noi che veniamo da tutte le regioni d’Italia, parte di una comunità viva e disponibile nei confronti degli altri.

La lezione del M° Giordano ha come obiettivo quello di “insegnarci a insegnare”, per cui si parte dal primo kumite che s’impara da cintura bianca.

Metodologia Pratica
Il pomeriggio di venerdì 13 ottobre è cominciato con una bellissima lezione di metodologia pratica tenuta dal M° Salvatore Giordano.
Il Maestro ha iniziato con un quarto d’ora teorico per farci ragionare sulle varie capacità che chi pratica il karate si trova ad affrontare, per risolvere problemi di coordinazione motoria, di rapporti con lo spazio che ci circonda, di mantenimento dell’equilibrio; tutte attitudini che a noi che pratichiamo da anni sembrano semplici e naturali, ma che per chi inizia non sono poi così spontanee.
Per verificare quanto detto cominciamo la lezione pratica e il riscaldamento prevede una serie di movimenti che prevedono capacità di combinazione e accoppiamento. Tra i tanti che abbiamo sperimentato: scendere in affondo su una gamba e poi accoppiare l’affondo con la calata di un braccio, trasformando man mano il gesto in un abbozzo di rudimentale gedan-barai. Questo e gli altri esercizi potrebbero diventare il preludio delle prime tecniche e posizioni che dovremmo insegnare ai nostri allievi.
Poi, per capire cosa s’intenda per reazione motoria, abbiamo copiato, come se fossimo stati davanti a uno specchio, i movimenti e gli spostamenti di chi faceva da trainer, spostandoci a destra, a sinistra, ruotando indietreggiando o avanzando.
Per verificare il controllo del nostro corpo, delle nostre leve e la distanza che copriamo con i vari spostamenti. dobbiamo raggiungere un punto determinato eseguendo un numero fissato di salti o spostamenti (tsugi-ashi o yori-ashi).
Per capire cosa s’intenda per orientamento spazio-temporale, ci disponiamo in più file regolari, un attimo per verificare dove ci troviamo, e a un comando dobbiamo correre verso una delle pareti perimetrali e ritornare al nostro posto di partenza il più velocemente possibile.
Per verificare la coordinazione del nostro corpo e il controllo dei nostri colpi, tiriamo una serie di zuki a un compagno messo in posizione kiba-dachi e, a seguire, il compagno tiene un foglio di cartoncino colorato contro la parete, lo lascia cadere al nostro comando e noi dobbiamo fermarlo tirando un pugno o, peggio ancora, un colpo di nukite contro il muro. Lo stesso esercizio viene poi ripetuto, ma questa volta non siamo noi a dare il comando di lasciar scivolare il foglio…

Cultura giapponese e nomenclatura
Il Shuhei Matsuyama ha tenuto una delle sue lezioni di cultura e nomenclatura giapponese e, come nella sua prima lezione nel 2015, ci ha portato una serie di manufatti giapponesi per cercare di trasmettere a tutti noi il senso di semplicità e raffinatezza che hanno anche i più semplici oggetti prodotti dagli artigiani del Sol Levante. Carta di riso per dipingere o decorare la casa, contenitori in cartone o legno di balsa per impacchettare regali o per proteggere le bottiglie, scatole con sofisticate cerniere in legno o tessuto, un piccolissimo e quasi commovente aquilone di pochi centimetri. Il Maestro ci dice di essere convinto che la profondità del suo sentimento e della sua arte derivino dalla pratica del karate.
Dopo aver condiviso con noi questa sua intima riflessione, ha preso in rassegna il Niju Kun, i venti motti dello Shotokan, alcuni più conosciuti e di più facile comprensione come: Karate ni sente nashi/nel karate non esiste iniziativa (intesa come attacco); Karate-do no shugyo wa issho de aru/il karate si pratica tutta la vita, o ancora quello che spiega come il karate sia come l’acqua calda: che per rimanere tale deve essere riscaldata continuamente; altri la cui comprensione per noi occidentali del terzo millennio risulta meno immediata, ma sui quali vale sempre la pena di riflettere.
Abbiamo poi ripassato e analizzato i 5 precetti del Dojo Kun e, a seguire, esaminato i 10 elementi del kata e parlato e disquisito di tutta una serie di detti giapponesi particolarmente significativi per chi pratica arti marziali come: ichi go – ichi e/una volta–un incontro o ogni incontro è irripetibile, fino al significato di Oss.
Verso la fine della lezione il Maestro, con grande passione, ci ha fatto tradurre e ripetere ad alta voce una serie di vocaboli in giapponese, correggendo la nostra improbabile pronuncia e ha spiegato numerosi termini tecnici che un insegnante di karate deve conoscere e saper usare a proposito durante le sue lezioni: le principali parti del corpo, le varie distanze, le direzioni, i vari tipi di iniziativa nell’attacco ecc.

Metodologia pratica
Il lavoro iniziato ieri pomeriggio prosegue anche il 14 ottobre con il M° Giordano: a coppie, mano destra contro mano sinistra del compagno che ci trasmette gli stimoli attraverso la pressione o depressione della mano. Uno “guida” e l’altro esegue. Lo si fa ovviamente a occhi aperti e quando uno di noi osserva che sarebbe interessante ripetere l’esercizio, ma a occhi chiusi, il M° Giordano, come in un gioco di prestigio, con un gesto teatrale tira fuori una striscia di tessuto nero e benda l’aspirante istruttore che aveva appena parlato! Il gesto plateale ci strappa un applauso spontaneo ed entusiasta da parte di tutti noi, ma le sorprese del Maestro a riguardo non sono finite, da un sacchetto tira fuori una cinquantina di bende nere e le distribuisce tra maestri e istruttori divertiti, in modo che tutte le coppie possano provare l’esercizio.
Il lavoro per mettere alla prova il nostro equilibrio e il senso dello spazio prosegue e, sempre bendati, eseguiamo una serie di kata.
Tolte le bende eseguiamo ancora dei kata, prima in modo normale e in seguito anche ura-kata, kono-kata e kono ura-kata (partendo quindi dal lato opposto ed eseguendo la forma simmetrica o eseguendo il kata all’indietro, partendo dall’ultima tecnica per finire con la prima). A seguire, l’esecuzione degli stessi kata viene ulteriormente complicata eseguendoli in posizione neko-ashi-dachi.
Si lavora ora sulle possibili rotazioni eseguite nelle 4 direzioni. Le eseguiamo spostando la gamba anteriore o la gamba posteriore, lavoriamo sulle rotazioni senza l’uso degli arti superiori e poi con applicazione di diverse tecniche di braccio. Sempre nelle varie direzioni eseguiamo la sequenza del Kihon del 1° dan, ma aggiungendo tecniche di Shuto e Haito. Questo studio, spiega il Maestro, diventerà particolarmente utile, anzi indispensabile, quando si affronteranno i Bunkai.
Alcuni kata vengono poi studiati lavorando in coppia, tramite le applicazioni delle varie tecniche, prima eseguendo un classico Bunkai, con attacchi da 4 o 8 direzioni, ma anche eseguendoli in linea retta: chi applica cammina normalmente e viene attaccato lateralmente, da destra o da sinistra. Le tecniche del kata devono essere efficaci quale sia la direzione da cui si viene attaccati e per arrivare a ciò bisogna padroneggiare il lavoro sulle rotazioni, ovviamente, conoscendo perfettamente i kata.

L’influenza di un Maestro di cento o più anni fa, se non ha lasciato testimonianze scritte, è possibile solo attraverso lo studio della sua tecnica.

Abbandonato il kata ci si dedica ora allo studio del kumite, si lavora ancora a coppie. La lezione del M° Giordano ha come obiettivo quello di “insegnarci a insegnare”, per cui si parte dal primo kumite che s’impara da cintura bianca, il Gohon kumite, per poi salire di livello, provando tecniche, combinazioni e situazioni via via più complicate, puntando la lente d’ingrandimento su tutta una serie di aspetti tecnici che un insegnante deve saper padroneggiare. Il M° Contarelli, fa una serie di interventi puntuali e precisi, mettendoci ripetutamente in crisi con le sue domande e le sue osservazioni. Il tempo vola e la lunga ma entusiasmante lezione giunge al termine.
Dopo una pausa pranzo di due ore, in cui abbiamo potuto dedicarci con impegno allo gnocco fritto e alle piadine  della vicina Romagna, sono riprese le lezioni teoriche.

Lezione di Shodo
Il M° Riccardo Pesce ha tenuto una lezione di Shodo meno pratica del solito. Dopo aver tracciato su un lungo foglio di carta di riso un motto composto da quattro kanji: Armonia, Viso, Amore, Parole, inizia una dissertazione sul significato di queste parole, coinvolgendo alcuni di noi in un’interessante riflessione collettiva sull’importanza che può avere un incontro, su cosa voglia dire combattere, in senso generale e più specificatamente nel karate, su cosa significhi per noi praticare il Karate, raccontandoci una serie stimolante di aneddoti della sua vita nel dojo, come quando alla fine della lezione si diceva: “Bon, sono vivo, tutto sommato questa sera è andata bene…”.

Condizione e organizzazione delle competizioni
Il M° Rino Campini ci ha illustrato la metodologia con cui si organizzano e compilano i tabelloni delle varie gare: come si combinano gli incontri, in modo che le teste di serie non s’incontrino tra loro prima delle finali e come fare in modo che atleti della stessa palestra o della stessa regione non debbano scontrarsi ai primi incontri. Come eseguire sorteggi e abbinamenti. Come attuare i ripescaggi, a seconda che siano all’italiana o alla brasiliana.
Dopo i tabelloni si passa a esaminare i vari tipi di penalità, sia nel kata sia nel kumite. Ci viene consigliato d’imparare a memoria le penalità che sole o sommate tra loro portano alla squalifica di un atleta e sapere se il tipo di squalifica gli permetta o meno di partecipare alle successive gare di altre specialità.
Dobbiamo conoscere la materia, dice Campini, anche se non dovessimo mai fare i Presidenti di giuria, perché dobbiamo avere le competenze necessarie per seguire ed eventualmente tutelare i nostri atleti in caso ci fossero delle imprecisioni durante qualche competizione.
La lezione del Maestro si conclude con una disanima delle varie caratteristiche e tempistiche delle diverse specialità: Kumite e kumite a squadra, Fukugo, Enbu, kata e kata a squadra.

Fisica e cinetica nella pratica del karate
La seconda giornata termina con la lezione del M° Benocci. Più che una lezione in realtà si tratta di una prova scritta: il test a risposte multiple viene svolto in modo quasi collegiale e più che una prova di valutazione della nostra preparazione si rileverà un utilissimo ripasso delle varie teorie e nozioni che il Maestro ci ha illustrato nelle lezioni di questi ultimi due anni.

Storia del Karate
Domenica 15, il M° Puricelli esordisce spiegandoci che capire e conoscere l’influenza di un Maestro di cento o più anni fa, se non ha lasciato testimonianze scritte, è possibile solo attraverso lo studio della sua tecnica. La pratica del karate, infatti, stabilisce un legame con un passato pur così remoto e ci permette di dialogare con i grandi Maestri dei secoli scorsi.
Il M° Puricelli prende in esame alcuni grandi Maestri del passato, raccontando brevemente alcuni aneddoti che hanno caratterizzato le loro incredibili vite e gli aspetti fondamentali del loro insegnamento. Quegli aspetti che sono tuttora l’anima del Karate-do.
Comincia, o meglio, riprende dal 1600 con Chatan Yara 1668-1756 dalla forte influenza cinese, visto che venne mandato in Cina per vent’anni proprio per imparare le arti marziali, la conoscenza della sua vita è stata tramandata attraverso una serie di aneddoti e nella forma di alcuni kata che ha insegnato ai suoi allievi. Sakugawa Kanga 1733-1815 il primo che lascia dei successori ufficialmente riconosciuti e quindi dei dettami e principi dell’Okinawa-te che sono arrivati fino a noi. Uno degli aneddoti più noti riguarda tre suoi allievi dalle caratteristiche molto diverse, di cui il migliore pare sia stato quello meno specializzato, ma che conosceva meglio i diversi stili.
Matsumura Sokon 1809-1901 circa, e via via fino ai Maestri il cui nome ci risulta più famigliare: Motobu Higahonna 1853-1915 che per primo organizza il suo insegnamento in modo sistemico. Choyun Miyagi 1888-1953 fondatore dello stile Gojuryu. Kenwa Mabuni 1889-1952 che insiste sul principio di Yo-utilità, Ryu-ritmo e Bi-armonia. Fino ad arrivare a Azato 1827-1906 e a Itosu 1830-1915 che, in accordo col suo tempo, fa uscire il karate dall’ambito della segretezza per introdurlo nell’insegnamento pubblico. Infine, finalmente, arriviamo a G. C. Funakoshi.

Karate ni sente nashi/Nel karate non esiste iniziativa (intesa come attacco).

Comunicazione
L’ultima lezione viene tenuta dal Federica Achilli e riguarda in particolare la comunicazione tramite la carta stampata.
La giovane docente proietta una serie di utili vademecum per chi dovesse scrivere un articolo di giornale, un comunicato stampa o organizzare una conferenza stampa.
Titolo, occhiello, prime tre righe; questi primi elementi dell’articolo devono anticipare tutto e il lettore deve essere stimolato ad andare avanti e proseguire nella lettura del nostro pezzo. Chiarezza e semplicità sono essenziali, una frase corta è più leggibile di una lunga, una parola corta è più leggibile di una lunga. Ci parla delle 5 W che devono essere contenute e spiegate in ogni articolo (dalle iniziali inglesi delle question words: quando, dove, chi, come e perché), poi delle varie parti o fasi dell’articolo: l’attacco, la conclusione o chiusura, la revisione.
Le foto, sempre in formato Jpeg e sempre di buona definizione, devono essere allegate al file di testo. Devono sempre essere corredate dalla relativa didascalia e recare il nome dell’autore, devono uscire sui social solo dopo che l’articolo sia stato pubblicato. Se le foto non sono nostre dobbiamo essere autorizzati a usarle dall’autore. In genere gli eventi sportivi sono pubblici, ma bisogna avere la certezza di poterle pubblicare senza urtare la sensibilità di nessuno, soprattutto in caso di minori.

Con questa lezione termina la full immersion di ottobre. È tempo di salutarsi e rientrare, qualcuno di noi ci metterà poco, ma altri dovranno affrontare un bel viaggio per rivedere casa, penso agli amici calabresi, pugliesi o ai sardi e spero che una volta che il corso sia terminato il legame creato tra di noi non si sciolga e continui la voglia di vedersi e condividere altre esperienze, anche più ludiche e non obbligatoriamente formative come questa.

Qui il resoconto degli altri incontri.

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