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Taiho Jutsu: le arti di difesa e arresto della polizia giapponese

Il Taiho Jutsu è fondamentalmente differente da tutte le altre arti marziali, poiché il praticante non ha come solo obiettivo la propria sicurezza, ma deve anche trarre in arresto il proprio assalitore.

Tutte le arti marziali hanno come fine quello di porre in sicurezza colui che si difende, neutralizzando l’assalitore per permettere poi di allontanarsi dallo scenario di lotta in modo sicuro.
Il Taiho Jutsu è fondamentalmente differente da tutte le altre arti marziali, poiché il praticante non ha come solo obiettivo la propria sicurezza, ma deve anche trarre in arresto il proprio assalitore. L’aggressore deve essere contenuto in modo tale da poter essere arrestato, o da impedirgli la reiterazione dell’attacco o la fuga, il tutto con il minimo rischio di danno fisico per il medesimo o per colui che applica la tecnica.

Lo scenario storico in cui affondano le radici del Taiho Jutsu coincide con la definitiva unificazione del Giappone a opera dello Shogun Ieyasu Tokugawa (1603). L’epoca Edo (o Tokugawa) portò a un radicale cambiamento sociale, economico e legislativo.
Ieyasu Tokugawa continuò l’opera del suo predecessore Hideyoshi Toyotomi, promulgando leggi e norme valide in ogni provincia del Giappone. Centri come Edo (l’attuale Tokyo), dall’essere semplici cittadelle o residenze fortificate, divennero il fulcro di una progressiva urbanizzazione portatrice di radicali cambiamenti socioeconomici. Inoltre, vi era un’intera classe di veterani delle precedenti guerre feudali da ricollocare e alcuni di loro manifestarono poca adattabilità alla nuova situazione generale.

L’aggressore deve essere contenuto in modo tale da poter essere arrestato.

Uno scenario non privo di alcuni paradossi o contraddizioni, come alcuni metodi delle autorità dell’epoca che apparirebbero brutali e inumani agli occhi dello spettatore contemporaneo, controbilanciati, però, da esempi di sensibilità e umanità verso i rei e di una disponibilità a contribuire alla loro riabilitazione. Non stupisca, pertanto, la popolarità di cui godevano alcuni fuorilegge (gli otokodate o i machi yakko) nel momento in cui si battevano contro i soprusi di funzionari corrotti. Successivamente, verso la fine dell’Era Tokugawa, in un Giappone stretto tra la morsa di sommovimenti interni e pressioni di nazioni straniere, furono gli stessi funzionari di polizia e amministratori della giustizia a servirsi dell’aiuto di bande di fuorilegge per mantenere l’ordine pubblico.

Rivolgendo l’attenzione all’aspetto squisitamente tecnico si può osservare che, dall’inizio dell’epoca Tokugawa, varie forme di arti marziali furono usate dalla polizia a fini di pratica e istruzione fisica. Le tecniche erano per lo più mutuate dai sistemi marziali preesistenti (Bujutsu Ryu-ha) e impiegati nelle recenti guerre civili della precedente era Sengoku.
I Bujutsu Ryu-ha giapponesi fecero la loro prima comparsa tra l’XI e il XV sec., nel momento in cui i samurai si trasformarono gradualmente in guerrieri professionali e iniziarono ad allenarsi sistematicamente in tecniche e armi specializzate.
Le arti marziali in Giappone furono ulteriormente raffinate tra il XV ed il XVII secolo. L’allenamento divenne più distinto e individualizzato durante il relativo periodo di pace dell’era feudale e alcuni specifici bujutsu ryu-ha furono apertamente riconosciuti dall’inizio del 1600.

Le discipline guerriere furono in seguito classificate in 18 differenti rami, definiti Bugei Ju-Happan.
Fondamentalmente, la suddivisione del governo distingueva le seguenti materie militari:

  • Kyujutsu (arceria)
  • Hojutsu (artiglieria)
  • Tantojutsu (coltello)
  • Naginatajutsu (alabarda)
  • Mojirijutsu (gancio)
  • Bajutsu (equitazione)
  • Sojutsu (lancia)
  • Shurikenjutsu (lancio di lame)
  • Ganshinjutsu (aghi)
  • Toritejutsu (immobilizzazioni)
  • Kusarigamajutsu (catena e falce)
  • Bojutsu (bastone)
  • Shinobijutsu (furtività/invisibilità)
  • Suijutsu (nuoto)
  • Kenjutsu (scherma)
  • Battojutsu (estrazione della spada)
  • Juttejutsu (bastone d’arresto)
  • Jujutsu (difesa personale disarmata)

Tuttavia, non sempre riconosciute come singole classificazioni del Bugei Ju-Happan, alcuni bujutsu ryu-ha incorporarono una varietà di altri elementi nel loro programma, come ad esempio il Tessenjutsu (ventaglio di ferro).

Dall’inizio dell’epoca Tokugawa, varie forme di arti marziali furono usate dalla polizia a fini di pratica e istruzione fisica.

Gli ufficiali di polizia erano allenati nelle tecniche di difesa personale e sistemi d’arresto basati fondamentalmente sui metodi di combattimento disarmato propri dello Jujutsu. Inoltre, essi svilupparono e perfezionarono una varietà di implementi non letali per catturare e immobilizzare i sospetti come lo Juttejutsu e il Toritejutsu.

I membri delle forze di polizia dell’era feudale divennero esperti in una varietà di tecniche specializzate per arrestare individui armati e disarmati come: 

  • Tai sabaki (movimenti del corpo)
  • Uke waza (tecniche di bloccaggio)
  • Atemi waza (tecniche di colpo)
  • Te hodoki waza (liberazioni)
  • Osae waza (immobilizzazioni)
  • Kansetsu waza (chiavi articolari)
  • Nage waza (proiezioni)
  • Shime waza (soffocamenti)
  • Juttejutsu (bastone d’arresto)
  • Tessenjutsu (ventaglio di ferro)
  • Hojo-jutsu (legare con corde)

Col passare degli anni, arrivati alla fine del XIX secolo, la mutata coscienza sociale e l’ammodernamento del paese, anche in termini di leggi e procedure, sollevarono alcuni dubbi sull’idoneità delle tecniche marziali sino ad allora impiegate dalla Polizia.
Affermatasi poi, una nuova coscienza pubblica, divenne essenziale che le forze di Polizia standardizzassero un proprio sistema con tecniche adatte a una difesa personale moderna.
Nel 1924 la Direzione della Polizia di Tokyo commissionò uno studio tecnico attraverso un comitato di consulenti esterni. Fra i membri del comitato figuravano vari specialisti di arti marziali come Judo, Jujutsu, Kendo, Kenjutsu, e Karate. Questo comitato concepì una serie di tecniche di difesa personale basate sui metodi senz’armi e raccomandarono che queste tecniche fossero insegnate. La Direzione di Polizia approvò le tecniche e le incorporò nell’addestramento di base degli agenti, con la condizione che fosse completato da uno studio intensivo e da ulteriori esami.

Divenne essenziale che le forze di Polizia standardizzassero un proprio sistema con tecniche adatte a una difesa personale moderna.

Tuttavia, il Taiho Jutsu moderno ebbe la sua definitiva codificazione solo dopo la Seconda Guerra Mondiale durante l’occupazione degli Alleati. Il Giappone era stato demilitarizzato e la pratica delle arti marziali era stata proibita. In questo scenario le forze di polizia giapponese non erano in grado di affrontare gli scoppi delle violenze di quel periodo.
Il governo nipponico richiese allo S.C.A.P. (Southern Command Army – Pacific) di autorizzare lo sviluppo di un sistema difesa personale specifico per la polizia. Lo S.C.A.P. acconsentì e la Direzione della Polizia di Tokyo riunì un nuovo comitato tecnico, presieduto dal kendoka Saimura Goro, in cui figuravano: lo judoka Nagaoka Shuichi, Shimizu Takaji, il 25° soke dello stile Shindo Muso Ryu, Otsuka Hidenori, fondatore del Wado Ryu e Horiguchi Tsuneo, un esperto di pistola. Il comitato svolse una rassegna delle tecniche di Kenjutsu classico, Jujutsu, e Jojutsu, e adattò molte tecniche da ognuna di queste discipline per l’uso di polizia; il comitato selezionò anche tecniche da discipline moderne, come Karate, Kendo e Judo, per incorporarle nel sistema di autodifesa proposto; vi fu inoltre un approfondito studio del pugilato occidentale.
Il sistema che comprendeva tutti questi elementi fu creato nel 1947 e fu chiamato definitivamente Taiho Jutsu. Fu pubblicato un manuale ufficiale per agenti di polizia, il Taiho-jutsu Kihon Kozo (Fondamentali di Taiho Jutsu), poi revisionato nel 1949, nel 1951, nel 1955, nel 1962 e nel 1968.

BIBLIOGRAFIA
M. Colonna (2017), Taiho Jutsu. Arti marziali d’arresto del Giappone feudale e moderno, II edizione, Almere (NL), Volume Press. (E-book).

 

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