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M° Carlo Casarini

M° Carlo Casarini

La mia più grande soddisfazione è vedere la crescita della persona e che con l’insegnamento del karate si formino persone con sani principi, gli stessi che il M° Shirai ancora oggi ci sta insegnando.

Carlo Casarini nasce a Bologna il 5 maggio 1968. Consegue il diploma di educatore infantile e una laurea breve in psicomotricità. Durante la sua esperienza agonistica in FIKTA, dal 1983 al 2004, sale sui podi di numerose competizioni nazionali e internazionali. Nel 2014 il Maestro Hiroshi Shirai gli conferisce il grado di VI dan. Oggi insegna al Musokan Shinkitai di Zola Predosa.

Maestro Casarini, quando ha iniziato la pratica del karate?
Ho iniziato la pratica nel 1975 all’età di sette anni e mezzo: in quell’anno mio padre aveva concluso un lavoro presso una palestra a Riale di Zola Predosa (Club Funakoshi) e venne a conoscenza del fatto che iniziava un corso di Karate; mi chiese se volessi andare a provare e così iniziai il mio percorso.

Quali sono stati i suoi Maestri e che ricordi ne conserva?
Il mio primo Maestro fu Rossano Ruffini, allievo del Maestro Giuseppe Perlati. Ricordo che dopo la prima lezione non ne volevo più sapere, anche perché ero il più giovane del corso e i corsi in quegli anni venivano suddivisi solo per grado e non per età.
Devo in parte al M° Ruffini la passione per il karate: in quegli anni era un agonista e faceva parte della squadra della Nazionale Italiana capitanata dal Maestro Hiroshi Shirai. Un giorno capitai per caso in palestra e lo vidi allenare i kata, rimasi entusiasta e impressionato dalla velocità con cui si muoveva e dall’energia che emanava; ogni kata che eseguiva lo segnava sulla lavagna con una croce… la lavagna alla fine era piena… Con lui arrivai fino a cintura marrone 1° kyu poi lui si trasferì e io non riuscii a seguirlo.
Negli anni a seguire arrivò il Maestro Natale Pettazzoni che, oltre a insegnare karate, si prendeva cura anche della persona, lui mi fece “conoscere” il Maestro Shirai accompagnandomi agli stage che teneva in Italia e successivamente anche il suo Maestro Taiji Kase.
Nel vedere i maestri la cosa che in assoluto mi colpì di più fu la loro umiltà e l’energia che emanavano quando mostravano le tecniche del kihon, del kumite e lo svolgimento del kata con l’applicazione. Ai miei occhi era chiaro che la tecnica veniva portata con la massima velocità ed efficacia per abbattere l’avversario e/o per fare Ippon, ma allo stesso tempo veniva controllata per non recare danni: alla fine ne risultava una “tecnica reale”, piena.
Nel 1996 partecipai alla prima edizione del Trofeo Masina, organizzata dal M° Perlati in memoria di un suo allievo che venne a mancare, Francesco Masina. Era una gara impegnativa di kata e kumite, con la rottura della tavola di legno (tameshiwari), e la vinsi. Dopo poco tempo chiesi al M° Perlati se potevo allenarmi da lui e accettò; sono già passati ventisette anni e ogni volta che mi alleno con il Maestro mi porto a casa un suo sguardo, una sua parola, un suo gesto, perché tutto ciò che fa è pieno di amore per il karate e questa emozione “reale” riesce a trasmetterla in modo naturale.
Non finirò mai di ringraziare mio padre che fino all’età di quattordici anni mi ha costantemente accompagnato in palestra e dopo era sempre presente alle gare o agli appuntamenti per me importanti. Solo ora, da adulto e padre, capisco i sacrifici che faceva. “Ringrazio” anche mia madre (se fosse stato per lei avrei dovuto smettere il giorno dopo…) che ha sempre avuto poca fiducia in me e dava poca importanza a quello che facevo. L’ho considerata una “sfida” che mi ha dato lo stimolo a continuare con sempre più entusiasmo e impegno, in quanto trovavo nel karate e nel Maestro la mia parte mancante.

Gli allenamenti erano tenuti dal M° Naito ed erano duri fisicamente e psicologicamente.

Ci può raccontare qualcosa della sua esperienza agonistica?
All’età di dodici anni partecipai a una gara di kata classificandomi al primo posto e nel 1982 conseguii il grado di cintura nera 1° Dan. Fu allora che iniziai il mio percorso agonistico e molto spesso andavo a podio, sia a livello regionale sia nazionale, in entrambe le gare di kata e di kumite.
Nel tempo mi appassionai maggiormente al kumite, tanto che durante il servizio di leva, quando riuscivo a venire a casa nel weekend, andavo ad allenarmi. Allora in palestra insegnava il maestro Claudio Petronio e mi chiese se volevo partecipare a una gara, era la Coppa Shotokan. Erano sei mesi che non mi allenavo, ma era talmente tanta la voglia che partecipai e arrivai alle semifinali di kumite dove incontrai Ignazio Meloni che faceva parte della squadra della Nazionale italiana allora capitanata dal Maestro Naito. Fu un incontro molto intenso e vinse lui, ma nei giorni seguenti venni contattato e mi chiesero se volevo fare parte della squadra nazionale di kumite FIKTA, così nel 1990 iniziò il mio percorso azzurro.
Gli allenamenti erano tenuti dal M° Naito ed erano duri fisicamente e psicologicamente: non potevi distrarti o rilassarti e se succedeva lo capivi subito, perché erano dolori… Il livello tecnico era molto alto e si cercava sempre l’efficacia della tecnica con centinaia di ripetizioni della stessa fino ad arrivare a non pensarci più; la concentrazione era tale che tutti i dolori e i problemi come per magia sparivano, la mente era “vuota”, ma prima di arrivarci c’erano momenti in cui avrei preferito svenire!
A quei tempi ero l’unico agonista dell’Emilia Romagna, quindi, per i primi anni c’era poca empatia con il gruppo, “era una selezione naturale”: alla fine di ogni allenamento eri sempre ammaccato.
Durante il periodo in Nazionale non era possibile mancare agli allenamenti, l’unica volta in cui mi è successo era perché non mi reggevo in piedi, avevo la febbre molto alta (quaranta) e telefonai al Maestro per dire che non sarei andato. Il Maestro mi disse: “Bene Casarini, presentarsi al casello dell’autostrada” (il Maestro scendeva da Milano) e così feci; questa era una delle tante strategie “psicologiche” per insegnarci a essere sempre pronti. Era un lavoro  di formazione della persona e il “prezzo” che si pagava era molto alto, l’alternativa era di mollare, ma decisi di continuare.
Sinceramente, non so spiegare come ho fatto, ma sono sopravvissuto per più di quindici anni durante i quali è iniziata la mia ascesa agonistica nella specialità del kumite. A partire dal 1989 fino al 2001 sono salito sul podio ai Campionati italiani e alla Coppa Shotokan; dal 2000 al 2004 podio ai Campionati europei individuale e squadre; dal 2002 al 2004 podio ai Campionati mondiali a squadre.
Di tutta la mia carriera agonistica il momento più bello fu quando nel 2001 vinsi il Campionato europeo individuale di kumite in Portogallo (a Vila Do Conde) e arrivammo secondi a squadre. Ricordo che comprai due T-Shirt: una la diedi al mio Maestro Giuseppe Perlati, l’altra la infilai a mio padre nel 2020 quando passo a miglior vita.
All’età di trentotto anni decisi che era giunto il momento di lasciare l’attività agonistica e iniziai lo studio del karate nel suo complesso, seguendo sempre più spesso gli stage o i corsi che teneva il Maestro Shirai nelle varie regioni italiane.

Ogni volta che mi alleno con il Maestro [Perlati] mi porto a casa un suo sguardo, una sua parola, un suo gesto.

Da quando Lei era un agonista a oggi, è cambiato qualcosa nella preparazione degli allievi? Qual è la sua opinione sul karate agonistico e le conseguenti gare all’interno di una federazione di “karate tradizionale”?Sono stato allenatore di kumite della squadra regionale dell’Emilia Romagna e collaboratore durante gli allenamenti degli azzurrabili e osservando gli agonisti di oggi del kumite, rispetto a quelli dei miei tempi, sinceramente non ho un metro di paragone, ma non riesco a percepire quella “sensazione di pericolo” che io ho sempre vissuto e che dovrebbe essere naturale quando ti prepari a combattere. A mio avviso c’è una grande preparazione atletica, ma poca ricerca dell’efficacia della tecnica, con sempre più attenzione al “gesto” plateale: non si tratta più di autodifesa, ma di una bella prestazione ginnica finalizzata a se stessa, nulla a che vedere con l’arte marziale.
Mi spiego meglio. Ricordo che in una finale di kumite ai campionati italiani, svoltasi dopo uno stage tenuto dal Maestro Taiji Kase, durante l’incontro entrai con urakenuchi pieno nella guardia del mio avversario, il giudizio arbitrale fu hansoku (squalifica per non aver controllato); mentre sconsolato tornavo sugli spalti incontrai il M° Kase che mi chiese :”Ippon?” e io risposi: “Oss Maestro. No, hansoku”, lui ci rimase male e scosse il capo.

Da quanto tempo insegna e che cosa la soddisfa di questa esperienza nel rapporto con gli allievi?
Nel 1994 ho conseguito il diploma da istruttore e ho iniziato a insegnare nella palestra dove mi allenavo: non vedevo l’ora di trasmettere agli allievi la mia esperienza, sia a livello tecnico, sia soprattutto a livello personale per continuare a ricercare l’auto-miglioramento.
Sono passati quasi trent’anni da allora e finalmente quest’anno, dopo avere sistemato diverse questioni personali e per approfondire sempre più il mio percorso, ho iniziato il corso maestri tenuto dalla nostra federazione (FIKTA) e sono contento perché ci sono docenti che hanno sempre seguito le orme del Maestro Shirai, quindi, persone in prima linea che hanno lavorato con grande costanza e dedizione.
Oggi insegno al Musokan Shinkitai a Zola Predosa, che è una “costola” del Musokan Yudanshakai diretto dal M° Perlati (8° Dan). Sinceramente, non so se sono un bravo istruttore, cerco di dare agli allievi tutto il mio sapere, attraverso l’allenamento della tecnica del karate mi sforzo di capire il bisogno della persona e di spronarla a lavorare, rispettando i sui tempi, proprio su quel bisogno, affinché possa riconoscerlo e prenderne coscienza e così migliorare a livello tecnico, nel karate, ma soprattutto nella vita, riuscendo così a “combattere” anche contro i problemi o gli ostacoli.
La mia più grande soddisfazione è vedere la crescita della persona, ciò che a me importa è che con l’insegnamento del karate si formino persone con sani principi, gli stessi che il Maestro Shirai ancora oggi ci sta insegnando: persone rispettose di se stesse e degli altri, che possano aiutare il prossimo, sincere e capaci di amare, di emozionare ed emozionarsi e che, a loro volta, un domani possano tramandare ad altre persone la loro esperienza.

Che cosa ritiene Le abbia insegnato il karate?
Il karate mi ha insegnato a riconoscere i miei difetti e ad accettarli, ad avere più fiducia in me stesso, a controllarmi e ad affinare l’istinto. Mi ha insegnato che nulla nella vita è scontato, che se vuoi raggiungere un obiettivo – quale che sia – devi dare il massimo lavorando duramente e, una volta raggiunto, non ti devi mai accontentare, devi sempre spingerti oltre fino ad arrivare al tuo limite, lavorando per migliorarti ed essere pronto, senza mai “abbassare la guardia”.

Il momento più bello fu quando nel 2001 vinsi il Campionato europeo individuale di kumite in Portogallo.

Secondo Lei, quali “valori aggiunti” ha oggi il karate del M° Hiroshi Shirai, rispetto ad altre scuole?
Il Maestro Shirai ha da sempre evidenziato l’importanza dell’efficacia della tecnica, che deve risultare reale.
A mio avviso il valore aggiunto che la scuola del Maestro Shirai ha rispetto ad altre è la sua storia: la trasmissione da padre in figlio, da Maestro ad allievo. Una tradizione che perdura nel tempo, con una sempre costante ricerca dell’efficacia della tecnica e che ha come fine ultimo l’autodifesa, senza cambiare la sua forma.
Più di cinquant’anni fa il Maestro venne in Italia per farci conoscere il karate giapponese che aveva imparato: da allora ha formato bravi allievi e tecnici, i quali oggi hanno il dovere di continuare a onorare la sua scuola; ciò può avvenire solo restando uniti e lasciando da parte gli egoismi e le ambizioni personali.

Che cosa auspica per il futuro del karate?
Il mio auspicio per il futuro è che la scuola del Maestro Shirai e tutto il lavoro che ha svolto per la FIKTA e per noi tecnici, perduri nel tempo e sia l’occasione per fare capire alle altre scuole quanto sia prezioso il valore dell’arte marziale che ci ha insegnato: dobbiamo essere “un esempio” per le altre scuole e nello stesso tempo essere aperti ad accoglierle all’interno della nostra federazione, per fare capire loro il vero significato del karate tradizionale.

Quali sono i suoi progetti futuri?
Innanzitutto concludere il mio nuovo percorso da Maestro e continuare a praticare come ho sempre fatto seguendo il mio Maestro.
Cercare di tramandare questa disciplina e la passione che provo ai giovani, che sempre più frequentemente si trovano spaesati in una società virtuale basata sull’immagine e sulla finzione. Fare capire loro che solo attraverso un percorso reale, pieno di emozioni, puoi ri-trovarti, puoi superare le difficoltà e uscirne vincente, più forte e pronto per affrontarne altre.
Utilizzare l’insegnamento del karate per essere di aiuto a soggetti con problemi psicomotori.

 

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