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Gli antiquari del karate

Gli antiquari del karate

La polemica degli “antiquari del karate” non investe tanto il karate WKF, quanto il vasto campo dei “tradizionalisti” e del “karate-Budo”.

Gli antiquari del karate conducono una vita e una pratica schiva e riservata, ai limiti della clandestinità, mettendo in pratica il motto epicureo e oraziano del “Λάθε Βιώσας” (vivi nascosto). Impossibile incontrarli in qualche stage o momento di pratica comune, vuoi perché ritengono il loro insegnamento quasi incomprensibile al profanum volgus (per restare a Orazio), vuoi perché sarebbe pericoloso insegnare le loro tecniche letali ai non iniziati. Qualche maligno insinua tuttavia di averli intravisti, trent’anni fa, con qualche capello in più e qualche chilo in meno, a un esame di passaggio Dan andato male, ma si sa, nemo propheta in patria e le male lingue sono sempre pronte a calunniare gli incompresi.

Per trovare gli antiquari del karate bisogna navigare tra le pieghe del web, da dove essi pontificano raccogliendo commenti entusiasti. A dire la verità, scarseggiano anche su Internet le prove documentate del loro karate, mentre abbondano fotografie sgranate e filmati sfuocati di antichi e moderni maestri di Okinawa e della Cina ai quali essi fanno riferimento. Mentre infatti noi “modernisti” (intendendo con questo termine chiunque non la pensi come loro) lavoravamo in fabbriche e uffici per pagarci le lezioni di karate nelle italiche palestre, gli antiquari del karate, evidentemente ricchi di famiglia, si concedevano lunghi soggiorni nelle isole Ryu Kyu e in Cina, a nord e a sud del Fiume Azzurro, per apprendere quei segreti che a noi gonzi occidentali sono stati preclusi dal “Grande Tradimento del karate giapponese”.

La polemica degli “antiquari del karate” non investe tanto il karate WKF, quanto il vasto campo dei “tradizionalisti” e dei fautori del “karate-Budo

Per comprendere meglio i bersagli polemici degli antiquari del karate, occorre infatti capire che qualsiasi tecnica o sistema sia stato elaborato negli ultimi cento anni o giù di lì, secondo loro va respinto in toto. A cominciare dal nuovo ideogramma col quale Gichin Funakoshi, dopo essersi consultato con gli altri maestri, definì la nostra disciplina, cassando definitivamente l’accezione di Mano Cinese (唐手,To-de) usata in precedenza. Il karate come disciplina ginnico-sportiva e scuola di vita, codificato da Funakoshi padre, da Yoshitaka e poi da Nakayama, con la fondazione della Japan Karate Association e la diffusione del karate in Occidente, sarebbero il frutto amaro prima di una “militarizzazione” nipponica e poi di una “commercializzazione” dell’arte, che avrebbe abbandonato i principi originari, perdendo nel contempo l’antica efficacia.

Sotto accusa degli antiquari prima di tutto Funakoshi padre, giudicato “inadeguato” a trasmettere al Giappone un’arte della quale avrebbe impoverito i concetti-base, riducendo un metodo secolare di autodifesa a una innocua ginnastica. In particolare Funakoshi avrebbe ignorato due “pilastri fondamentali” del karate di Okinawa: il “tui-te jitsu” o arte delle leve articolari, e il “kyusho-jitsu”, lo studio dei punti vitali. Non ho certo le competenze né la presunzione necessaria per prendere le difese del fondatore del nostro stile: posso solo osservare che le tecniche del karate risultano efficaci semplicemente colpendo aree sensibili del viso e del corpo, anche senza consultare atlanti anatomici e Bubishi per individuare punti specifici difficili da “centrare” all’occorrenza. Le leve e le prese, solo accennate nei kata, sono regolarmente riscoperte e messe in atto nei bunkai, codificati ormai da qualche decennio dal maestro Shirai.

La critica degli “antiquari del karate” investe poi lo stesso Itosu, che avrebbe “rovinato”, e non creato, i kata Pinan (poi ribattezzati Heian) eliminando le tecniche più pericolose, giudicate inadatte all’insegnamento nelle scuole. Non solo: il maestro Sokon Matsumura, insegnante di Itosu e di Azato, avrebbe insegnato solo al secondo i suoi “segreti”, tra i quali la micidiale tecnica di “ippon nukite”, ritenendo Itosu indegno di impararla. A sua volta, l’“ignaro” Itosu (!) non avrebbe potuto trasmetterla a Funakoshi, e lui a noi.
Ora, a parte la ricostruzione pseudo-storica, a parte il fatto che “ippon nukite” fa parte del repertorio dello Shotokan (vedi i kata Unsu, Chinte e Gojushiho-dai), per allenarla non serve essere iniziati ai segreti del Kyusho: è praticata regolarmente nello stile Kyokushinkai e un mio allievo, dotato di mani robuste, pazienza e una certa dose di stoicismo, la utilizzava nel tameshiwari. Estrapolare frasi attribuite a Funakoshi, sulla valentia dell’uno o dell’altro, e citare aneddoti più o meno realistici per creare un’artificiosa contrapposizione tra un Azato seguace della tradizione del To-de e un Itosu ritratto come un mediocre modernizzatore, significa applicare anche alle arti marziali la triste attitudine al complottismo.

Di per sé, il richiamo a Okinawa non è peregrino né insensato. La svolta sportiva del karate negli ultimi decenni, in particolare in vista delle Olimpiadi, con l’introduzione nelle gare di kata e di kumite di nuovi regolamenti che allontanano ulteriormente gli atleti dalla naturalezza e dalla realistica efficacia in nome di una sempre maggior spettacolarizzazione (?) delle competizioni, ha scontentato molti tradizionalisti, tra i quali non faccio fatica ad annoverarmi anch’io.
Lo strano è però che la polemica degli “antiquari del karate” non investe tanto il karate WKF, quanto il vasto campo dei “tradizionalisti” e dei fautori del “karate-Budo”: per fare due nomi, noi della FIKTA e la JKA. In particolare, ci viene contesa la “fiaccola” della tradizione: per praticare il “vero” karate bisogna ritornare a Okinawa, anzi, “alle scuole fondate dagli ultimi allievi diretti di Chotoku Kyan: Joen Nakazato e Zenryo Shimabukuro. Ebbene, pur con minime differenze, le due scuole citate hanno trasmesso integralmente quel karate, che non ha subito modernizzazioni di sorta” (cito da un sito web dal nome esplicito di karateantico.it).

Come se, quando riapriranno gli impianti sciistici, qualche buontempone volesse imporre a tutti gli sci di legno e la tecnica del telemark…

Nel disperato tentativo di capirne di più, mi sono imbattuto nel canale Youtube di Noah Legel del quale ho guardato con interesse in particolare due video: nel primo il karateka si cimentava con un attrezzo tradizionale del karate di Okinawa, il kakete-biki, costituito da un braccio mobile inserito in una normale trave da makiwara, variante povera dell’“uomo di legno”, che simula il braccio di un avversario, al quale si possono applicare delle leve mentre contemporaneamente si colpisce la tavola eseguendo degli atemi. Un allenamento senza dubbio interessante, come variante al lavoro al makiwara e al sacco.
Il secondo video propone invece un’interpretazione plausibile della parata circolare a due braccia del kata Tekki sandan, come svincolamento da una presa dell’avversario, seguito da una serie di possibili leve al polso, al gomito o alla spalla.
Ho anche visionato versioni antiche (stile Shorinji-ryu) dei kata Gankaku e Kushanku, nelle quali, come si può immaginare, l’enfasi è sull’efficacia piuttosto che sulla leggiadria.

Al di là degli scherzi, con i quali ho cercato di alleggerire l’atmosfera plumbea di questo Natale, mi pare ovvio che ciascuno è libero di coltivare quegli aspetti del karate che preferisce, di richiamarsi a questo o quel maestro e a uno stile piuttosto che a un altro. Quello che trovo irritante e francamente insopportabile è la sicumera con cui questi simpatici settari dispensano patenti di “verità” e di “falsità” a destra e a manca. Se, come pensava Hegel, tutto ciò che è reale è razionale, ci sarà un motivo per cui il karate di Funakoshi, Mabuni, Miyagi e Otsuka è oggi praticato da milioni di appassionati in tutto il mondo, mentre il To-de di Azato e dei suoi allievi rischia ahimè l’estinzione.
Lodevole il tentativo dei nostri antiquari di tenerlo in vita, meno accettabile farlo passare come il “solo e vero” karate. Come se, quando riapriranno gli impianti sciistici, qualche buontempone volesse imporre a tutti gli sci di legno e la tecnica del telemark

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