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Un francese a Naha

Un racconto romanzato del viaggio avventuroso di un occidentale e del suo incontro con il karate di Okinawa di fine Ottocento…

Verso il 1870 un marinaio francese di nome François Postel, appassionato di boxe francese, approdò casualmente a Okinawa e vi rimase alcuni mesi. Quelle che seguono sono alcune pagine del suo diario.

Parigi, 6 agosto 1871
Dopo la rissa al bistrò e il ferimento di quel banchiere arrogante, i gendarmi mi stanno cercando. Per sfuggire all’arresto devo cambiare aria a tutti i costi. Questa sera parto per Marsiglia, dove spero di trovare degli amici che mi trovino un posto su una nave per la destinazione più lontana possibile. Ho il cuore stretto al pensiero di lasciare Jacqueline, ma mi ha promesso che mi aspetterà e le credo.

Quello che ho visto non ha niente a che vedere con la boxe inglese o francese.

Marsiglia, 8 agosto 1871
Per fortuna ho trovato un amico che mi ha portato in un circolo di praticanti di savate. A differenza di Parigi, qui gli iscritti sono quasi tutti marinai e, a quello che vedo, praticano un tipo di boxe meno elegante e più efficace che nella capitale. Mentre aspettavo il mio contatto ho assistito a un allenamento, concluso con un colpo che a Parigi è proibito: un colpo sul naso col palmo della mano aperta. Naso rotto, ma il malcapitato non ha battuto ciglio!
Ho trovato posto su un piroscafo commerciale diretto verso il Tonchino. Il capitano è un tipo gioviale, che fa poche domande, ma si aspetta che tutti lavorino sodo. L’equipaggio è composto da marsigliesi, alcuni dei quali conosco di vista come combattenti di savate. Partiremo domattina all’alba. Il viaggio durerà oltre due mesi, ma è stato enormemente accorciato dal canale di Suez che un nostro connazionale ha portato a termine pochi anni fa. Quando tornerò in Francia, tra parecchi mesi, spero che la gendarmeria si sarà dimenticata di me.

Suez, agosto 1871
Siamo all’imboccatura del canale, un’opera immensa lunga più di 150 chilometri, larga poche decine di metri e profonda meno di dieci. Le macchine vanno a pieno regime e capisco perché questa scorciatoia è aperta solo alle navi a vapore. Il caldo è intenso e dalle sponde gli egiziani ci guardano curiosi e i bambini ci salutano. Sebbene sia preoccupato per i miei guai giudiziari, sono entusiasta per l’avventura che mi attende.

In viaggio verso Nairobi, Kenya, agosto 1871
La navigazione è stata protetta finora dal tempo favorevole, anche se non mi sono ancora abituato al caldo infernale. Dovremo fare scalo a Nairobi per poi virare verso la Cina. Il lavoro a bordo è duro, ma il cibo è passabile e c’è anche il tempo per i passatempi, come gli incontri di savate a cui ho partecipato ieri sera sul ponte della nave, tra la curiosità e le grida di incitamento da parte della ciurma. Come ho già scritto, i marsigliesi praticano una versione piuttosto rozza e selvaggia della nobile arte e l’allenamento senza guantoni e senza scarpe mi ha procurato un taglio al labbro superiore. Però, il mio avversario è finito lungo disteso e da quel momento in avanti tutti mi hanno guardato con maggiore rispetto!

Nairobi, 5 settembre 1871
Abbiamo attraccato nel porto di Nairobi, dove il capitano fa incetta di avorio che spera di barattare con il cacciù e il the una volta arrivati in Cina. È disumano il modo in cui gli europei trattano le popolazioni locali. Alcuni marinai hanno approfittato della sosta per correre nei bordelli in cerca di squallide avventure. Io resto fedele a Jacqueline: chissà quando la rivedrò!

Oceano Indiano, rotta per Singapore, settembre 1871
Sebbene la navigazione prosegua tranquilla, a bordo circolano voci allarmanti circa l’attività di pericolose bande di pirati che assaltano le navi mercantili europee nello stretto di Malacca. Siamo armati a sufficienza per respingerli, ma con la sfortuna che mi ritrovo addosso ne farei volentieri a meno.

Singapore, 15 settembre 1871
Il mondo mi è crollato addosso e la mia vita è di nuovo a rischio. Ieri, dopo l’approdo a Singapore, il capitano si è recato all’ufficio telegrafico per avere gli ordini della sua compagnia e quando è risalito a bordo era scuro in volto. Mi ha convocato nella sua cabina e mi ha comunicato che ero ricercato per l’omicidio del banchiere Danglars. Ha l’ordine di arrestarmi e di riportarmi a Parigi in catene, dopodiché la giustizia farà il suo corso. Gli ho raccontato tra le lacrime come si era svolto l’incidente, come io ero intervenuto in difesa di un amico e nella colluttazione il banchiere era caduto all’indietro, picchiando la testa sullo spigolo del bancone. Mi ha ascoltato, credo, con una certa comprensione, poi mi ha offerto l’unica alternativa alla ghigliottina: sparire all’istante, nascondermi fino alla partenza della nave. Gli ho stretto la mano riconoscente, ho preso le mie poche cose e sono sbarcato. Non so proprio cosa farò…

Lo spettacolo non era ancora finito: il maestro si è legato una corda intorno alla vita, ha assunto quella strana posizione di sanchindachi…

In navigazione verso il mar della Cina, 16 settembre 1871.
La disperazione ha operato il miracolo. Senza sapere una parola di cinese, ho ottenuto l’imbarco su un veliero in partenza per Shanghai, almeno così credo di aver capito. A bordo svolgo le mansioni più umili, ma non è questo a preoccuparmi.

Isola di? 25 settembre 1871
Ieri si è scatenata una violenta tempesta, un vero e proprio tifone che ha costretto i marinai ad ammainare le vele e a cercare di governare la nave a forza di remi. In lontananza è apparsa una striscia di terra, forse un’isola, che si è avvicinata alla velocità del lampo. Mentre già i marinai esultavano per lo scampato pericolo, si sono materializzati davanti alla prua degli scogli e siamo andati a sbattere. Subito si è aperto uno squarcio nella fiancata, ma un’onda più alta delle altre ci ha sollevati e lasciati ricadere al di là della scogliera, nell’acqua bassa, dove il veliero si è incagliato, inclinandosi su una fiancata. Abbiamo raggiunto la riva a nuoto, siamo tutti sani e salvi, ma il carico è andato perduto.
I marinai sono tutti nativi di questo luogo e sono stati riabbracciati dalle loro famiglie. Questa gente è davvero ospitale, perché ha offerto cibo, abiti asciutti e un letto anche a me. Se sapessero che sono un omicida, ricercato dalla Gendarmeria francese, chissà come si comporterebbero?     

Naha, 27 settembre 1871
Sto cominciando ad abituarmi alla vita sull’isola. La gente è molto cordiale, ma la comunicazione è quasi sempre impossibile. Di giorno lavoriamo alla riparazione della nave, recuperata dalla secca grazie a uno sforzo corale dell’equipaggio, alla sera vago per il villaggio di Naha, ma senza soldi in tasca è impossibile anche ubriacarsi (non che ne senta l’esigenza).
Ieri sera Kyoda (è questo il nome del giovane marinaio che mi ospita a casa sua) mi ha portato in un posto incredibile. Osservandomi mentre facevo ginnastica nel cortile ha capito che pratico una disciplina di combattimento e a gesti mi ha fatto comprendere che anche lui fa qualcosa di simile. Dopo cena mi ha portato in una specie di palestra nel quartiere Tondo Naha Shi, di fronte alla sede dell’unico giornale dell’isola.
Appena entrato, per un attimo ho creduto di aver equivocato e di trovarmi in chiesa. Una decina di giovani erano inginocchiati di fronte a un uomo sulla quarantina, dall’aspetto tozzo e robusto e dallo sguardo fiero. Improvvisamente sono balzati in piedi con un notevole gesto atletico e Kyoda ha scambiato qualche parola col maestro Higaonna Kanryo (questo il suo nome), evidentemente spiegando la mia presenza in quel luogo, dopodiché mi ha fatto cenno di sedermi in un angolo e l’allenamento è cominciato.

Quello che ho visto non ha niente a che vedere con la boxe inglese o francese. I praticanti passano gran parte del tempo andando avanti e indietro in una strana posizione, con i piedi rivolti verso l’interno, eseguendo movimenti lenti di difesa e di contrattacco con le braccia e respirando rumorosamente. La scena mi è sembrata così buffa che ho frenato a stento una risata. A cosa possono servire quei pugni al rallentatore? Nemmeno l’ombra di un calcio in un’ora di pratica.
Mi stavo annoiando, ma l’educazione mi ha impedito di venirmene via e meno male che sono rimasto, perché poco dopo la situazione si è fatta più interessante. Il maestro ha cominciato a percorrere la sala avanti e indietro, colpendo con un bastone le braccia, le gambe, il torace e la schiena dei suoi poveri allievi. Che non battevano ciglio, ma diventavano sempre più rossi… Ho intuito così che quell’esercizio (che ho poi saputo chiamarsi Sanchin), abbinato alla contrazione muscolare e alla respirazione rumorosa, trasforma a quanto pare i loro corpi in corazze. Sarà, ma sarei proprio curioso di vedere l’effetto di un crochet [Gancio, nella boxe francese. N.d.A.] o di un  fouetté [Calcio circolare, nella boxe francese in piena faccia! N.d.A.].
Come se avesse letto nella mia mente, il maestro Higaonna ha arrestato la pratica e invitato Kyoda a colpirlo con un pugno nello stomaco. Meno male, ho pensato, è uno dei nostri passatempi preferiti a Parigi. Kyoda l’ha fatto, senza particolare convinzione mi è parso e senza smuoverlo di un millimetro. Poi il maestro ha invitato me. Senza pensarci, l’ho colpito con un diretto piuttosto forte devo dire. È stato come colpire il marmo: ho avvertito una fitta al polso, sentendo tutta la mancanza del guantone.
Lo spettacolo non era ancora finito: il maestro si è legato una corda intorno alla vita, ha assunto quella strana posizione di sanchindachi e ha invitato il più robusto dei suoi allievi al tiro alla fune. Non si è mosso, neanche quando Kyoda gli ha dato manforte. Suppongo che tre persone sarebbero riuscite a trascinarlo, ma che razza di uomo è quello che accumula in sé una tale forza? Sulla via del ritorno, Kyoda mi ha fatto capire che quella disciplina si chiama Naha-di e io, sempre a cenni, gli ho risposto che mi piacerebbe impararla. Purtroppo Higaonna insegna solo alla gente del posto, ma Kyoda è disposto a darmi qualche lezione, in cambio dei primi rudimenti di savate. Ho accettato con entusiasmo.

Okinawa: finalmente ho scoperto il nome di quest’isola, che fa parte dell’arcipelago delle Lu-Tschu.

Naha, 29 settembre 1871
Naturalmente, Kyoda non è bravo come il suo maestro, ma mi ha insegnato la posizione sanchindachi e quello strano esercizio che porta lo stesso nome. Io ho cercato di spiegargli le tecniche fondamentali della boxe francese, ma è difficile farlo senza mettersi di fronte e combattere, cosa che lui non sembra abituato a fare. Quello che è certo è che riesce a parare quasi tutti i pugni e i calci, e lo fa con un vigore che mi lascia un segno sulla pelle e mi scoraggia dal riprovare. Dal canto suo Kyoda è impressionato dalla mia abilità nel calciare e dalla mia agilità e ha nominato parecchie volte la parola Shuri-di: credo che alluda a un diverso modo di praticare la sua arte, associato con il villaggio di Shuri che è a cinque chilometri da Naha. La boxe francese gli ricorda vagamente la lotta di Shuri. Una di queste sere mi ci porterà, almeno spero.

Naha, ? novembre 1871
Il tempo passa rapido e il mio ritorno in patria resta un sogno. Non riesco più a ricordare il volto di Jacqueline! Continuo a lavorare nel cantiere navale e ad abitare a casa di Kyoda. Mi alleno con lui a notte fonda, quando ritorna stanco morto da casa del maestro Higaonna. Ho conosciuto un mio connazionale che ha sposato una donna di Okinawa e adesso abita a Yonabaru, a pochi chilometri da Naha. Mi dà lezioni, non già di giapponese, ma di dialetto di Okinawa: finalmente ho scoperto il nome di quest’isola, che fa parte dell’arcipelago delle Lu-Tschu e ha un re che paga tributi sia alla Cina, sia alla potente famiglia giapponese dei Satsuma.
Kyoda non parla più di portarmi a Shuri: a quanto pare, esiste una forte rivalità con Naha e gli abitanti di un villaggio non sono ospiti graditi nell’altro, anzi, rischiano proprio la pelle!

Kyoda apprende rapidamente i calci e i pugni della boxe francese e io mi sono rovinato le nocche colpendo una tavola di legno conficcata nel terreno e rivestita (si fa per dire) di paglia, che qui chiamano makiwara. Ogni tanto ci confrontiamo, ma non in combattimento libero come si farebbe in Francia, ma in quello che Kyoda chiama yakusoku kumite, con attacchi e parate prestabilite. È già meglio, ma mi sembra impossibile che un’arte di combattimento come il to-di (è il suo nome generale sull’isola) non preveda degli incontri… Kyoda dice “che il suo maestro dice” che combattere sul serio sarebbe pericoloso. Si vede che non sa cosa succede ogni sabato sera a Marsiglia… A parte questo, apprezzo l’atteggiamento rispettoso, quasi religioso, che nutre per la sua disciplina e per il suo insegnante. Questo secondo lui non è uno sport, ma è bu-jutsu, una disciplina marziale che, a quanto pare, gli abitanti dell’isola hanno appreso segretamente quando i giapponesi hanno vietato loro l’uso delle armi. Anche adesso che il divieto è caduto il to-di si pratica con discrezione, eccezion fatta per la “palestra” del maestro Higaonna.

Naha, dicembre 1871
Ebbene, ho avuto quello che cercavo e non lo dimenticherò facilmente. Ieri, giorno di riposo, Kyoda mi ha portato a Naminoue, una bella spiaggia con un suggestivo tempio a picco su una scogliera, ma non era per ragioni turistiche che ci trovavamo lì.
Una piccola folla era radunata intorno a una grande roccia e, sebbene la calca ci impedisse di vedere le ragioni dell’eccitazione generale, si sentivano delle grida gutturali e dei tonfi.
«Quella pietra si chiama Ude-kake-shi» mi ha bisbigliato il mio amico «e la gente come te, che vuole combattere, viene qui»
Ci siamo fatti largo in tempo per assistere a uno spettacolo appassionante quanto cruento: un uomo gigantesco, sostenuto dalle acclamazioni della folla, fronteggiava un piccoletto tarchiato, per nulla intimorito. Entrambi indossavano solo un perizoma e combattevano a mani nude.
«Il gigante è Tomoyose, in passato era allievo di Higaonna-San», ha sussurrato Kyoda «L’altro non lo conosco, ma non è di Naha, non combatte come noi»

Il combattimento non è durato a lungo: Tomoyose ha sferrato un pugno da ammazzare un bue, ma abbastanza lento e prevedibile: qualsiasi pugile o savateur lo avrebbe visto arrivare. Il piccoletto è entrato nella sua guardia e con la rapidità di un fulmine lo ha colpito con una combinazione di tre pugni, mettendolo al tappeto. Chapeau, ma anche qui, di calci nemmeno l’ombra.
Poi Kyoda mi ha giocato un brutto scherzo: «Io non posso combattere, altrimenti il maestro mi manda via dal suo dojo, ma tu sì!» e prima che potessi ribattere ha detto qualcosa ad alta voce. Sono riuscito solo a capire “Europa, pugilato”. Tutti mi hanno guardato con interesse e una certa simpatia, e io non ho potuto tirarmi indietro. Mi sono spogliato, rimanendo solo con le mutande con cui ero partito da Marsiglia, e ho fronteggiato il piccoletto, che non era certamente il beniamino della folla.

Non è uno sport, ma è bu-jutsu, una disciplina marziale che a quanto pare gli abitanti dell’isola hanno appreso segretamente.

Dall’incontro precedente avevo capito che attaccava molto rapidamente chiudendo la distanza, perciò mi sono messo in guardia col ginocchio anteriore altissimo, per sbarrargli la strada. Al suo primo tentativo di avvicinarsi gli ho stampato uno chassé frontal [Calcio frontale spinto, tipo kekomi. N.d.A.] sinistro in pieno stomaco che lui ha incassato senza batter ciglio, facendomi anzi rimbalzare indietro. Ho appoggiato il piede a terra e doppiato con un fouetté [Calcio circolare. N.d.A.] destro, mirando al viso. Senza spostarsi ha parato con il taglio della mano, procurandomi un dolore lancinante alla caviglia. I miei attacchi di calcio dovevano però averlo leggermente sorpreso ed evidentemente stava elaborando una nuova strategia. Imbaldanzito dalla sua apparente esitazione, ho “fintato” sulla destra e l’ho attaccato con un montante sinistro. Ma quel demonio ha afferrato il mio pugno, prima che arrivasse a segno, con una presa ferrea che non ha allentato neppure quando ha effettuato un balayage [Spazzata. N.d.A.] alla mia gamba arretrata, mandandomi lungo disteso. Mi ha immobilizzato torcendomi il braccio dietro la schiena, ma non ha infierito su di me.
La folla si è nuovamente zittita: quell’ometto l’aveva definitivamente convinta e conquistata.
Quando mi sono rialzato, il mio avversario mi ha guardato senza animosità dal basso del suo metro e cinquanta, e mi ha detto poche parole, che ho capito senza l’aiuto di Kyoda:
«Mi chiamo Itosu Anko, vengo da Shuri. È stato un onore combattere con te».

Il “diario” di François Postel si interrompe qui. Non sappiamo se sia ritornato in patria per scontare la condanna o se sia perito in circostanze sconosciute. Non esistono notizie su di lui negli archivi di Okinawa e neppure nella tradizione orale.

 

Riferimenti bibliografici
  • Richard Kim, The Weaponless Warriors, Burbank, 1977.
  • Shoshin Nagamine, The Essence of Karate-do, Tokyo, 1976.
  • Kenji Tokitsu, Storia del karate, trad. it di Paolo Magagnato, Milano, 2005.
  • Itzik Cohen, Karate Uchina-Di, 2017.

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