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La paura

La paura

Vincere le proprie paure! Nella sua rubrica di posta il M° Perlati ne ha dato la propria personale visione e alcuni suggerimenti su come gestirle .

(In Karate Do n. 28 ott-nov-dic 2012)

Parlare delle “paure” è molto delicato e può generare qualche reazione da parte di chi legge. Proporre anche delle tecniche, dei metodi o quant’altro, per cercare di vincere le “paure” o, almeno, per cercare di controllarle, è ancora più delicato. Però l’argomento m’interessa e spero che sia un motivo di riflessione e di critica, sempre pronto a ricredermi su quanto andrò affermando. Mi auguro almeno di essere riuscito a impostare un ragionamento sulle diverse manifestazioni delle paure.

Innanzitutto cerchiamo di distinguere i vari livelli.
La prima paura per importanza, profondità e ineluttabilità, è la paura della morte, se non della morte in sé, la paura di ciò che c’è o non c’è dopo la morte stessa.
Subito dopo viene la paura della sofferenza, sia fisica sia mentale/psicologica.
A seguire vengono le varie forme di “fobie”, degli animali, degli insetti, dell’auto, dell’altezza, dell’acqua, dell’omosessualità ecc.
Infine, ci sono le “paure” quotidiane: del diverso, della concorrenza, di ciò che non si conosce, dell’incognita del futuro, dell’inadeguatezza, del confronto e così via.
Occorre tenere presente che tutto ciò non ha nulla a che vedere con quella che normalmente viene definita paura quando si è di fronte a imprese pericolose, perché in questo caso si tratta semplicemente di consapevolezza delle difficoltà alle quali si va incontro. Io la definirei “preoccupazione” ed è giusto che ci sia, per permetterci di affrontare il pericolo in modo adeguato e non improvvisato. Questa preoccupazione deve esserci e proviene da un istinto di sopravvivenza naturale. In questo caso, chi afferma di non avere paura o è pazzo o è bugiardo.
Tutti i grandi personaggi che hanno affrontato difficoltà enormi, mettendo a repentaglio anche la propria vita, hanno sempre affermato di avere avuto paura (preoccupazione), ma di averla superata con coraggio, analizzando il tutto e trovando le soluzioni.

Analizzando le “paure” quotidiane, spesso queste sono create da noi stessi per mancanza di conoscenza e di senso critico degli eventi. A volte sono dovute a una nostra reazione per ciò che siamo e che non vogliamo accettare. Anche in questo caso la conoscenza, in particolare di noi stessi, è fondamentale.
Un caso significativo è la paura dell’omosessualità, che può sfociare in omofobia per reazione al rifiuto di accettare l’altra metà del cielo che è in ciascuno di noi. Non significa che siamo tutti omosessuali, ma che quando diventiamo omofobi, anche con reazioni spropositate, vogliamo nascondere ciò che abbiamo latente.
Si può anche affermare che il debole diventa violento perché non ce la fa a sopportare la propria debolezza.

Analizzando le “paure” quotidiane, spesso queste sono create da noi stessi per mancanza di conoscenza e di senso critico degli eventi.

Ritorno al concetto della conoscenza, che è la premessa per un’analisi obiettiva delle situazioni, con l’esempio del senso d’insicurezza per la microcriminalità indotta dai media.
Se analizziamo i dati macro, ci possiamo rendere conto che viviamo in un’oasi di pace unica al mondo e rara nella storia. I dati sulla criminalità in Europa degli ultimi dieci anni ci dicono che i reati sono in calo, ma noi siamo convinti del contrario e che stiamo peggiorando ogni giorno. Se ci confrontiamo con quello che avviene in altri Paesi, ci possiamo rendere conto che la nostra è tra le situazioni migliori.
Occorre che ci poniamo la domanda: negli ultimi anni a quali e quante situazioni di aggressione abbiamo assistito o ne siamo stati coinvolti? Ho sempre ricevuto risposte negative, significa quindi che l’insicurezza è indotta dai media e non dalla realtà.
Spesso, anche alcuni dati in crescita sono dovuti al maggior numero di denunce che oggi vengono presentate e che un tempo rimanevano nel privato, ma ciò non significa che sia giustificato il senso di insicurezza. Certo, sarebbe bello che non succedesse mai nulla di violento, ma il mondo non è così e nei secoli è stato molto peggiore.
Mio padre mi ha sempre detto che di notte circolano i ladri e le prostitute e che chi lavora o studia non è un nottambulo. Oggi i giovani escono a mezzanotte per rientrare all’alba, spesso ubriachi o “fatti” di pastiglie: che senso ha parlare di insicurezza quando ci si comporta come se tutto fosse permesso e non si tiene in considerazione la realtà? Conoscere le cose permette di adeguare il comportamento alle situazioni senza aspettarsi da altri la soluzione ai problemi.

In genere si domanda alle “autorità” il compito di proteggere i cittadini. Polizia, Carabinieri, carcere, pena di morte, dovrebbero indurre i malviventi a un comportamento sociale più corretto, ma ciò non avviene.
Un dato per chiarire il concetto.
Negli USA, su una popolazione di circa 300 milioni di abitanti, ci sono circa 2.250.000 carcerati di cui circa 100.000 minorenni condannati al carcere a vita. In alcuni Stati vige ancora la pena di morte. Ciò farebbe pensare che la paura del carcere, o della pena di morte, sia un deterrente per chi intende commettere un reato. La dimostrazione che ciò non è vero sta nei numeri.
In Italia, su una popolazione di circa 60 milioni di abitanti, abbiamo circa 65.000 carcerati, negli USA, in rapporto alla popolazione, dovrebbero essere 350.000: se sono 2.250.000 significa che la paura del carcere non è un deterrente. Cesare Beccaria nel Dei delitti e delle pene l’ha spiegato bene molto tempo fa.
Tra l’altro, in genere, ci preoccupiamo di più della microcriminalità piuttosto che della delinquenza dei cosiddetti “colletti bianchi”, anche se sappiamo che proprio loro organizzano e rendono possibile la maggior parte di ciò che accade di illegale.
Non voglio addentrarmi sul perché un essere umano commetta dei crimini, ma vorrei fare capire che l’insicurezza non ha nulla a che vedere con la realtà e che è solamente nella nostra mente, pertanto può essere controllata con la conoscenza. Il mondo che vediamo non è sempre quello reale, ma è ciò che la nostra mente vede, perciò occorre cambiare la nostra visione attraverso la conoscenza e l’analisi delle cose per potere avvicinarci di più al reale. Ciò vale per tutte le paure quotidiane di cui sopra.

Il senso d’inadeguatezza si vince con lo studio e l’esperienza. Così è per tutto, è un lavoro duro, costante e profondo ma, a mio parere è l’unico che ci può aiutare. Occorre diventare forti attraverso l’allenamento e osservando la massima severità verso se stessi: le persone forti sono sempre molto severe con se stesse.
Secondo me i passaggi sono gli stessi che abbiamo nel karate:
conoscere una tecnica, sapere che esiste;
imparare la tecnica alla perfezione;
sapere usare la tecnica;
farla diventare naturale nel corpo e nella mente;
uscire dalla tecnica e ricominciare da capo, ma con una diversa consapevolezza essendo una persona nuova.
Per quanto riguarda le fobie, provenendo dal profondo e da episodi rimossi, occorrono l’analisi e l’aiuto di uno specialista, così come per la sofferenza mentale/psicologica.
Diverso è il problema della paura della sofferenza fisica, per vincere la quale, secondo me, occorre soffrire per rendersi conto che anche il dolore fisico è uno stato mentale e che, quindi, può essere gestito.
Di esempi in questo senso ne abbiamo tutti i giorni.
Anch’io per anni ho vissuto nella paura del dolore fisico, fino a che non ho partecipato a un’esperienza particolare (DBM) durante la quale ho percepito che il dolore fisico era il mio stato naturale e che ero come un pesce con paura dell’acqua. Non è che mi faccia piacere sentire male, anzi cerco sempre di evitarlo, ma non ne ho più paura.

Resta la paura primaria: la MORTE.
Sono stati scritti numerosi trattati e tutte le esperienze metafisiche, esoteriche, religiose ecc. hanno avuto e hanno come scopo l’accettazione della morte come fatto naturale e ineludibile. Possiamo cercare di vivere qualche anno di più, ma l’appuntamento è inevitabile.

Il mondo che vediamo non è sempre quello reale, ma è ciò che la nostra mente vede.

Che cosa possiamo fare per avere meno paura?
renderci conto che appena nati possiamo morire l’attimo successivo;
renderci conto che ogni giorno è unico, irripetibile e che può essere l’ultimo;
cercare ogni giorno di essere pronti a morire, non solo per se stessi, ma anche per chi ci sta vicino, perché abbiamo fatto tutto ciò che dovevamo e potevamo fare;
Non significa essere terrorizzati ogni giorno dalla morte, ma di vivere ogni momento intensamente come il regalo più prezioso.

Chi ha provato la morte apparente o si è risvegliato dal coma, si sente come se avesse una nuova vita e cambia completamente la visione della cosa. Ma anche ogni giorno abbiamo una nuova vita: occorre capirlo e viverlo in ogni istante.
La pratica del karate tradizionale ci aiuta in modo splendido e unico a comprenderlo. Per esempio, se ogni volta che eseguo una tecnica la vivo come unica e irripetibile, anziché come una ripetizione, allora entra nella mente, nel corpo, nel sangue, la consapevolezza che tutto è così, nulla e nessuno escluso.
Da giovani ci si sente immortali. Forse è giusto che sia così, ma si perde inutilmente tanto tempo e le giornate volano via quasi
inconsapevolmente. Avere presto la consapevolezza che ogni giorno, ogni istante, sono un regalo, rende tutto più interessante e più pieno.

Riassumendo, per cercare di vincere la paura occorre: praticare, studiare, conoscere, fare esperienze, fare meditazione, rendersi conto che tutto viene dalla nostra mente, infine, conoscere se stessi e accettarsi.
Il karate che pratichiamo è un metodo che produce risultati incredibili, nonostante noi stessi, ma occorre ascoltare il maestro anche oltre la tecnica, ricordando sempre che “vale più una goccia di pratica che un oceano di teoria”.

Letture consigliate:
Zygmunt Bauman, Mortalità, immortalità e altre strategie di vita, Il Mulino.
Dzoglhen Ponlop Rimpoche, La mente oltre la morte, Astrolabio Ubaldini Editore.

 

Scrivete a:
perlati@karatedomagazine.com

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