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Ilaria Pozza

Ilaria Pozza

“Sono molto fiera e orgogliosa del mio dojo e di quello che il mio Maestro è riuscito a costruire e sono felice di rappresentare tutto questo”.

NOME
Ilaria Pozza
LUOGO DI NASCITA
Soave (VR)
DATA DI NASCITA
11.04.1998
SPECIALITÀ
Kata
SOCIETÀ
Ki Dojo San Bonifacio (VR)

MEDAGLIERE

2016
– Camp. It.: 2° ind. / 4° sq.
– Trofeo delle regioni: 2° ind. / 4°sq.
– Heart cup: 1° sq. (2 volte)
2017
– Trofeo delle regioni: 4° ind. / 2° sq.
2018
– Trofeo delle regioni: 2° ind. / 3° sq.
– Camp. It.: 1° ind.
– Heart cup: 2° ind.

 


 

Quando hai cominciato a praticare karate?
La mia pratica inizia il 29 settembre del 2008, all’età di dieci anni, ma la mia passione per le arti marziali comincia molto prima. È grazie al film Karate Kid che a quattro anni scopro questo mondo e da subito ho chiesto ai miei genitori di praticare questo sport, purtroppo però consideravano il Karate uno sport “violento” e adatto solo ai maschi. Ho iniziato così a praticare una lunga serie di sport che non mi sono mai piaciuti, primo tra tutti la danza classica.
Un giorno però le cose cambiarono, il destino ha voluto che i miei non avessero altra scelta e che mi iscrivessero a un corso di Karate. Ora, a distanza di dieci anni, sono felice di non aver cominciato prima, perché grazie a questo continuo posticipare ho potuto conoscere da subito il mio Maestro, Thomas Rossetto, che mi ha trasmesso nei mesi e negli anni successivi la sua grande passione per il Karate. Magari, se avessi iniziato a quattro anni, cambiando palestra, insegnante e situazione, la mia pratica non sarebbe stata così longeva e piena di emozioni. 

Il Karate non è uno sport individuale, difficilmente da sola avrei raggiunto questi traguardi e ne sono sempre stata molto consapevole.— Ilaria Pozza

Chi è il tuo Maestro?
Penso di aver capito solo con il tempo la fortuna di aver incontrato sulla mia strada il mio Maestro Thomas Rossetto e con lui tutto il movimento del Ki Dojo. In questi dieci anni non ho mai pensato di cambiare insegnanti, anzi, il mio legame con tutto il movimento non ha fatto che aumentare. Per due anni ho fatto avanti e indietro tra San Bonifacio e Verona, dove sono stata seguita, oltre che da Thomas, anche dal suo Maestro Riccardo Frare. Il rapporto con queste due figure è sempre stato molto diverso, ma entrambi mi hanno insegnato tanto e mi hanno fatta crescere sia dal punto di vista prettamente agonistico sia da quello umano.
Con il Maestro Thomas il rapporto è sempre stato molto stretto, non mi è stato vicino solo nelle difficoltà che possono scaturire dalla pratica, ma ha sempre avuto un buon consiglio anche sulle problematiche che ho incontrato nel mio cammino di tutti i giorni. Non posso perciò non ringraziarlo per tutto, per tutte le volte che ha creduto nelle mie potenzialità e che mi ha spronato, per tutte le volte che ha festeggiato con me e anche per tutte le volte in cui in un suo abbraccio ho trovato un po’ di serenità quando ne avevo bisogno. Agonisticamente ci siamo impegnati entrambi nel continuo miglioramento della tecnica, è anche grazie a lui e a tutti i miei compagni se sono arrivata a questo punto. Il Karate non è uno sport individuale, difficilmente da sola avrei raggiunto questi traguardi e ne sono sempre stata molto consapevole. 

C’è un motivo per cui hai scelto il karate tradizionale?
Quando ho cominciato non sapevo ci fossero distinzioni all’interno del Karate. Non sapevo ci fossero diversi stili, né diversi modi di praticarlo. Non mi sono fatta grosse domande e neanche i miei genitori, semplicemente ho cominciato pensando solo a quanto sarebbe stato bello indossare il karate-gi e diventare una cintura nera. Ero ancora molto focalizzata su Karate Kid, quindi, per me fare karate significava fare il “calcio della gru”, diventare forte e sconfiggere i “cattivi”. 

Quando e come sei diventata agonista?
Prima in me è nata la passione, la voglia di cambiare cintura, d’imparare kata nuovi e di migliorarmi, le gare sono arrivate solo negli anni successivi, anche perché nel mio dojo non vengono fatte fare competizioni ai bambini piccoli o con cinture “basse”. Non so se lo spirito agonistico lo avevo già o se avevo già pensato di intraprendere questa strada, non ho grandi ricordi di come sia iniziato tutto.
La mia prima gara è stata un “Trofeo Karate Kid”, ero una cintura blu, perciò, penso sia stato nel 2012. Ero totalmente impreparata, non portavo le lenti a contatto, quindi, non vedevo bene i punteggi che venivano dati e l’agitazione aveva preso il sopravvento e quando mi hanno consegnato la medaglia d’oro e sono salita sul podio l’emozione è stata tanta. Un bel momento che difficilmente dimenticherò. La mia prima gara regionale è stata invece l’anno successivo ed è stata un vero disastro… meglio dimenticare. 

Dove e quanto ti alleni? Oltre agli allenamenti con la Nazionale fai anche una preparazione atletica?
La mia palestra si trova a San Bonifacio, un paese in provincia di Verona. Penso di stare più tempo in dojo che a casa mia. I miei pomeriggi sono destinati alla pratica e in genere mi alleno in tutti i gruppi, dalle cinture bianche alle nere. È per me una passione davvero grande e difficilmente mi do un limite, a meno che ci sia un problema fisico.
Poi, adoro stare con i bambini e poter vivere il karate con i loro occhi da “principianti”. Le cinture bianche sono meravigliose in questo, la loro è passione pura, se potessi ricomincerei tutto da capo con loro. Diciamo che il Dojo è diventato come una seconda casa e tutti i presenti una seconda famiglia.
Negli ultimi mesi sto lavorando molto sulla preparazione atletica e il “fiato” insieme al mio insegnante e a Silvia Dal Lago, un’altra agonista della mia palestra che, sotto questo punto di vista è sicuramente a un livello superiore. Quando ho un momento libero vado a nuoto per aumentare la resistenza. Non sono però una grande sportiva, anzi, sono piuttosto pigra, quindi, soprattutto per la preparazione fisica e il fiato, per me non è semplice. 

Com’è il rapporto con i tuoi compagni di squadra?
La pratica sarebbe sicuramente più difficile se fossi sola e senza un numeroso gruppo di cinture nere che nel mio dojo mi supporta e mi sprona a fare sempre meglio. Devo sicuramente ringraziarli, li sento molto vicini e in questi primi Campionati Europei [ESKA 2018 ndr]mi sembra di portare con me l’intero dojo. In un certo senso sento che tutto questo è vero, senza di loro difficilmente sarei arrivata così avanti, perciò una parte di questa conquista appartiene anche a loro. Sono molto fiera e orgogliosa del mio dojo e di quello che il mio Maestro è riuscito a costruire e sono felice di rappresentare tutto questo.

Il tempo che dedichi agli allenamenti incide sulla tua vita privata?
Quando ci si dedica così a una passione sicuramente non può che influenzare anche la vita privata, come qualsiasi altra cosa che occupi una parte del tuo tempo. Certamente bisogna saper incastrare bene i diversi appuntamenti, non dimenticando che, oltre alla pratica, c’è molto altro che non deve essere per questo messo da parte. Al di fuori del karate ho molte passioni, ho amici e un ragazzo e riesco a incastrare tutto senza problemi, anche grazie, probabilmente, alla pazienza di chi mi sta attorno che capisce questo mio grande amore.
Sicuramente sono cresciuta avendo priorità diverse rispetto a quelle di alcuni miei amici e compagni e per questo ho perso alcune esperienze, che magari per qualcuno sono fondamentali. Per esempio, avendo spesso gare o impegni sportivi alla domenica, non sono mai andata a feste o a serate in discoteca, restando fuori fino a tardi, anzi, se potevo saltavo direttamente. Un po’ per mio carattere probabilmente e un po’ perché davo maggiore importanza agli impegni che avrei avuto il giorno dopo e per i quali volevo arrivare in forma. Per il resto sono una ragazza normale, che ha trovato nella pratica del Karate uno sfogo, nel dojo una casa e nei miei compagni una famiglia e se tornassi indietro non baratterei tutto ciò per nulla al mondo. 

Le cinture bianche sono meravigliose in questo, la loro è passione pura, se potessi ricomincerei tutto da capo con loro.— Ilaria Pozza

Lo “scoglio” personale su cui hai dovuto lavorare?
Le difficoltà non sono mai mancate, penso siano un po’ la normalità di chi pratica karate. Negli anni mi sono vista passare davanti diversi “scogli” che per me ogni volta hanno rappresentato una grande difficoltà, passando da cose più “banali” come i salti e i calci, arrivando poi alla cura del mio corpo e della mia alimentazione, cose che in alcuni momenti ancora danno qualche problema. Al presente, come già detto, sto lavorando molto sui miei attuali punti deboli che sono principalmente il fiato, con la capacità respiratoria, e la preparazione atletica per l’incremento della massa muscolare. Vedremo cosa porterà il futuro una volta superati anche questi due scogli. 

Secondo te, qual è la tua caratteristica come atleta?
Penso di avere una passione fuori dal comune che mi porta a essere estremamente determinata. Forse sono un po’ zuccona, ma penso che questo mi abbia aiutato molto nel mio percorso. Ho sempre messo tutto in secondo piano rispetto alla pratica, anche se ora sto trovando un po’ di equilibrio, perché mi sono resa conto che questo non mi faceva bene.
Dal punto di vista fisico invece penso che la mia caratteristica principale sia la scioltezza, sulla quale non ho mai dovuto lavorare. Naturalmente queste sono caratteristiche positive, di negative ce ne sarebbero parecchie da elencare, ma la principale penso sia la mia scarsa capacità respiratoria che spesso mi mette in crisi.

In cosa ti senti più preparata e perché?
Il kata riesce a “spegnere” tutto, fa emozionare chi riesce a viverlo dall’interno. Per me non sono semplici mosse eseguite a caso, ma nascondono tanto altro che ancora devo scoprire in gran parte. L’ho sempre preferito al kumite che invece fin da piccola mi risultava più ostico. Penso di averlo sempre preferito, fin da piccola, ma non ho grossi ricordi del perché. Sicuramente poi, crescendo di età e livello, con me crescevano di difficoltà anche loro e alcuni mi hanno fatta letteralmente innamorare. I momenti che preferisco sono sicuramente quelli lenti che, a mio parere, se fatti bene portano il kata ad avere un altro livello. Qualche anno fa li praticavo ovunque, nei corridoi della scuola insieme ad altri miei compagni, a casa, in giardino, in piscina, insomma mi hanno accompagnato non solo nel dojo, ma anche nel mio tempo libero e nella mia vita in generale. Adoravo praticarli anche di notte, quando non riuscivo a dormire. Mi è sempre piaciuto il fatto che il kata fosse una cosa solo mia, che non avessi bisogno di qualcun altro per eseguirlo. Anche per questo preferisco le gare individuali rispetto a quelle a squadra.

L’avversario più temibile?
Sono semplicemente io. La mia mente e i miei pensieri non mi sono sempre stati molto d’aiuto nelle competizioni, anzi, a volte mi hanno proprio fatto lo sgambetto. Sto imparando a controllare questa parte più insicura di me non ascoltandola e accettando il fatto che ci sia. Sicuramente non sentirsi all’altezza per un agonista non è il massimo, ma quando sono riuscita a sconfiggere questo mio avversario ho sempre avuto grandi soddisfazioni, soprattutto durante quest’ultimo anno che, nonostante le grosse difficoltà che ho avuto al suo inizio per cause di salute, mi ha regalato emozioni fortissime. Nella mia “carriera” però ci sono stati molti avversari e so che molti ancora ce ne saranno.

Cosa ti ha insegnato il karate?
Difficile dirlo, perché ormai è un punto fermo da metà della mia vita. Sono cresciuta con la pratica e tante cose sono cambiate da quando ho cominciato. Non riesco a immaginare come sarei senza questa parte di me. Non so perciò in cosa mi ha cambiato e cosa mi ha insegnato, so solo che sarei una persona totalmente diversa. Magari avrei trovato qualcos’altro nel mio cammino che mi avrebbe spronata e aiutata nei momenti più difficili, ma non ne sono così sicura. Il karate, il dojo, il mio Maestro e i miei compagni certamente mi hanno però resa più forte, indipendente e sicura di me.

Il momento più appagante e il più spiacevole della tua carriera?
Il raggiungimento del grado di cintura nera per me resta un momento fondamentale che mi ha regalato non poche emozioni. Ero andata a fare l’esame insieme ad altri miei dieci compagni. La paura era tanta, ma sapevo che per arrivare a quel momento avevo lavorato tanto. Certo, la cintura nera è solo un simbolo, ma la prima volta che l’ho indossata mi sono sentita davvero fiera di me e di quello che avevo realizzato. Penso che nessuna gara possa battere questo momento, io sono innamorata del karate, non delle competizioni. Certo essendo giovane ed essendo fisicamente portata al kata mi ci sono letteralmente “buttata”, ma per come la vedo io il primo amore deve essere la pratica, altrimenti difficilmente si può continuare per un lungo periodo.
Se parliamo invece prettamente della parte agonistica della mia carriera, penso che il primo podio agli Italiani del 2016 sia stato molto importante per me, sono arrivata “solo” seconda dietro la mia compagna Asia Viviani, ma per me è stato un traguardo, perché per ben tre anni non mi ero nemmeno qualificata per i campionati assoluti e questo mi stava demoralizzando non poco.
Il momento più spiacevole, invece, probabilmente l’ho vissuto durante i miei due infortuni più grossi, entrambi purtroppo non dovuti alla pratica. Mi hanno costretta a stare ferma per più di un mese ciascuno e io, nonostante andassi a vedere tutti gli allenamenti dei miei compagni, ne soffrivo tantissimo. L’ultimo è capitato proprio alla fine del 2017. Ho dovuto subire un’operazione e, oltre al mese di fermo, ho dovuto fare intere settimane in cui mi sentivo impotente, perché la cicatrice non mi permetteva di praticare nella stessa maniera. Anche per questo la mia convocazione a questi Europei mi rende molto fiera, perché nonostante le problematiche che ho dovuto affrontare sono riuscita a riprendermi e fare ottimi risultati.

Hai un aneddoto che vuoi raccontare?
Vi racconto la mia prima gara! Era nel novembre del 2012 in un Trofeo Karate Kid, facevo Karate da solo quattro anni ed ero prossima all’esame per diventare cintura marrone. Il mio Maestro Thomas Rossetto vedeva già qualche potenzialità in me e finalmente aveva deciso di mettermi alla prova. Ricordo che ero agitatissima quando sono entrata nel palazzetto. La mia poule era mista, cioè partecipavano sia ragazzi sia ragazze, e l’arbitraggio era a punteggio e non a bandierine. Però, essendo la mia prima gara, ero piuttosto inesperta e tutte queste cose non mi interessavano. Dovevo fare semplicemente Heian Nidan e Heian Yondan, ma l’ansia prendeva velocemente il sopravvento. Nei video che mi hanno fatto si vede il cambiamento che ho avuto in questi anni, non solo nella tecnica, ma anche nel modo di rapportarmi con la competizione. In quei filmati si nota tantissimo la mia insicurezza, cosa che ora penso di aver sconfitto quasi totalmente. Comunque, non avevo ancora cominciato a mettermi le lenti a contatto, perciò ho fatto entrambi i kata senza vedere quasi nulla avendo tolto gli occhiali poco prima di entrare. Non vedevo i punteggi e, quindi, quando ho finito non avevo idea di come fossi andata. Al termine ci hanno disposto in riga e hanno iniziato a chiamare chi avrebbe ricevuto la medaglia di consolazione, tra noi si parlava molto di chi avesse vinto, ma molti come me erano alla prima esperienza e non avevano idea di come funzionasse. Insomma, chiamarono tutti, i quinti classificati e poi il resto dei podi fino al secondo classificato, ma io non c’ero. Pensavo di essere arrivata ultima e invece salii sul primo gradino del podio. Questa gara ha una grande importanza per il mio percorso, ne sono certa, perciò amo raccontarla a chi mi chiede come tutto è cominciato.

Utilizzi il web per informati tramite i video sulle competizioni, le gare ecc.?
Fino a un paio di anni fa se aveste guardato la cronologia del mio computer e del mio cellulare, avreste trovato solo video di kata eseguiti da grandi campioni, ma anche e soprattutto da agonisti giapponesi di cui seguo alcune pagine su Facebook. Ora questa mia “ossessione” è sicuramente diminuita. Ricordo che quando il mio Maestro mi insegnava un kata nuovo io volevo assolutamente saperlo per la lezione successiva e utilizzavo Youtube come “maestro casalingo”. Naturalmente poi durante le successive lezioni era più quello da sistemare piuttosto che quello che effettivamente avevo imparato correttamente. Oggi guardo principalmente video di kata a squadre e i rispettivi bunkai che mi affascinano non poco.

Ti piacerebbe essere un’atleta professionista?
Sicuramente sarebbe tutto più semplice, riuscirei a incastrare gli altri impegni della vita quotidiana e mi permetterebbe di vivere piuttosto bene facendo ciò che amo. Ma da una parte mi piace la relazione che ho ora con la pratica, sento di aver trovato un equilibrio e mi sento appagata anche così.

La cintura nera è solo un simbolo, ma la prima volta che l’ho indossata mi sono sentita davvero fiera di me e di quello che avevo realizzato.— Ilaria Pozza

Cosa pensi del Karate alle Olimpiadi?
Il nostro non è un semplice sport, è un arte che ha alle spalle una grande storia quindi ritengo che la sua presenza alle Olimpiadi sia più che giusta, anzi forse è arrivata fin troppo tardi! Spero solo che nonostante questo cambiamento resti il più possibile un’arte pura, senza sfociare totalmente nell’ambito sportivo. Mi piacerebbe tanto andare a Tokyo nel 2020 per essere presente a questo traguardo importante, ma penso che resterà un sogno difficile da realizzare.

Come vedi il tuo futuro?
Mi vedo sicuramente con addosso il mio bel karate-gi bianco, finché il forte amore per questa arte si spegnerà e, al momento, non riesco proprio a vedere una fine. Poi vorrei insegnare e trasmettere questa mia passione anche ai più piccoli, come il mio Maestro ha fatto con me. Il punto di vista agonistico passa quindi in secondo piano, ma spero di riuscire a vivere con serenità e voglia di vincere le competizioni e quando mi fermerò vorrei fare l’arbitro, per portare la mia personale esperienza anche in quella situazione. Insomma, so che la mia partecipazione alle gare prima o poi avrà un termine, anche se ora sono ancora molto giovane, ho infatti solo venti anni. Ma la pratica pura ed entusiasta del Karate non penso avrà mai fine. 

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