Quando leggo le discussioni tra Karate Tradizionale e Karate Sportivo, mi sembra di ritrovare la stessa dinamica: due anime che molti vogliono separare, ma che in realtà convivono, si influenzano, si completano… come per i Beatles.
Da tempo seguo con piacere i contenuti di Karate Do Magazine, pur non essendo un praticante. Mettendo molti like ad articoli, reportage di stage e gare, è inevitabile che l’algoritmo – che ormai governa i social cercando di soddisfare il “piacere” del navigante – mi indirizzi verso un numero sempre crescente di profili di scuole di karate di ogni rango e stile. Io leggo sempre con interesse ciò che mi “prende bene” e tralascio ciò che non stuzzica la mia curiosità. Non amo i settarismi né gli schieramenti fortificati.
Eppure, mi imbatto spesso in una questione che ritorna in quasi tutti gli angoli della rete: Karate Tradizionale contro Karate Sportivo, con relative discussioni su quale sia “migliore” o “più autentico”.
Non entro nel merito, ma uso questo dualismo per una riflessione più vicina al mio ambito [quello musicale NdR].
Una questione che ritorna in quasi tutti gli angoli della rete: Karate Tradizionale contro Karate Sportivo, con relative discussioni su quale sia “migliore” o “più autentico”.
Da qualche tempo ho l’impressione che la diatriba sia simile a quella che attraversa il mondo del rock quando si parla dei Beatles. Mi spiego: sono “migliori” i Beatles classici, fondatori del beat e capostipiti della British Invasion? Oppure i “secondi” Beatles, quelli psichedelici, visionari, impegnati e più individualisti?
La carriera dei Fab Four è davvero una storia da raccontare. Dal 1960, anno del debutto ad Amburgo, Paul McCartney, John Lennon, George Harrison e Ringo Starr ottengono un successo impressionante cavalcando l’onda del cambiamento. Trasformano la grigia Liverpool del Dopoguerra in un centro culturale capace di influenzare persino la nobile Londra. È la prima volta che qualcosa di “Northern” scende così tanto da scomodare addirittura Sua Maestà. Inquadrati fin da subito come fenomeno mediatico internazionale, portano pop, rock e beat oltre la Manica.
Nel 1963 arrivano in classifica con il secondo 45 giri, “Please Please Me”, primo dei tanti successi firmati Lennon–McCartney. Tutto ciò che toccano diventa oro: basti pensare a “I Want to Hold Your Hand”, registrata nel seminterrato di casa Ashley su pressione di Brian Epstein. Sarà la canzone che apre loro la porta degli Stati Uniti.
Citare tutto richiederebbe troppo tempo e spazio – e molti l’hanno fatto meglio di me – quindi, salto avanti fino al 1965, quando pubblicano “Rubber Soul”.
Cosa è successo? Cosa sta succedendo? Perché Harrison suona il sitar? Perché Lennon non scrive più di sogni, speranze e voglia di cambiare il mondo? E soprattutto: perché un disco così sperimentale e contaminato da suoni etnici e fantasie personali dopo un capolavoro come “Help!”?
Difficile rispondere. Si può ipotizzare che i quattro siano intrappolati nel loro stesso meccanismo. La Swinging London è all’apice, ma allo stesso tempo perde splendore sotto i colpi di un movimento più globalizzato. Anche il mondo della musica sta cambiando e loro devono decidere: continuare a fare ottima musica per la fanbase, oppure guardare oltre e piegarsi alle nuove richieste del mercato. La minigonna di Mary Quant lascia spazio al sari, i completi mods al dhoti. La controcultura si globalizza, fatta di immagini e personaggi che attirano molto più di un caschetto. Il viaggio è l’India, il pacifismo è quello di Woodstock e di Monterrey.
Nel 1966, con l’uscita di “Revolver”, tutti capiscono che la mela si è spezzata in due. I fan iniziano a contendersi la metà a cui sono più affezionati. “Revolver”, come il successivo “Sgt. Pepper’s”, pur essendo capolavori, sono dischi “sportivi”: adatti all’uso, al consumo, anche mediatico. Da quel momento, fino al “White Album” e ad “Abbey Road”, il viaggio è costante e impressionante verso lidi incontaminati, lontani da tutto ciò che era stata la tradizione della band.
Sono “migliori” i Beatles classici, fondatori del beat e capostipiti della British Invasion? Oppure i “secondi” Beatles, quelli psichedelici, visionari, impegnati e più individualisti?
Ed è proprio qui che il paragone con il karate torna utile. Perché, alla fine, mi chiedo: si può davvero essere “di qua o di là” quando si parla dei Beatles? Il “prima” e il “dopo” sono davvero così lontani da non sfiorarsi neppure per un istante, oppure esiste sempre un punto di contatto, magari nascosto sotto la sabbia per colpa di un settarismo che semplifica tutto in due categorie?
Per me i Beatles sono i Beatles: una band che ha la forza di rivoluzionare il mondo, la società, il costume e perfino la Storia. Senza di loro ci sarebbe stato solo il grigio, invece che il bianco e il nero.
E allo stesso modo, quando leggo le discussioni tra Karate Tradizionale e Karate Sportivo, mi sembra di ritrovare la stessa dinamica: due anime che molti vogliono separare, ma che in realtà convivono, si influenzano, si completano. Come i Beatles del Cavern Club e quelli di “Revolver”: diversi, certo, ma parte della stessa storia, della stessa identità, della stessa evoluzione.











