Nella difesa personale si lavora quasi sempre sullo stress fisico, ma non è sufficiente, perché in una aggressione reale il primo stress a cui siamo sottoposti è quello psicologico/emotivo.
Qualche anno fa Paolo, un maestro di karate mio amico, mi raccontò un’esperienza che lo fece dubitare della sua formazione di karateka.
Se la mia memoria non fa cilecca, mentre girava in macchina per strada, per un motivo del tutto stupido e futile, un tizio gli iniziò a gridare contro.
Nonostante lui fosse abituato a gestire lo stress e l’adrenalina di un combattimento “old style” sul tatami, e abbia vissuto situazioni di allenamento decisamente sfidanti, quella reazione improvvisa da parte di uno sconosciuto, la sua rabbia, la sua aggressività e il trovarsi in mezzo alla strada, lo shoccarono. Al punto che per un attimo si bloccò, senza sapere minimamente come reagire o come gestire l’aggressione.
Ora, non permettetevi di sminuire o criticare Paolo, raccontando agli altri e a voi stessi quanto sareste stati bravi a gestire la situazione, come vi sareste comportati e come avreste fatto sì che l’aggressore della situazione non avrebbe mai più gridato a nessuno in vita sua.
Non ci serve a niente una critica del genere.
La gestione dello stress e dell’adrenalina è stimolo-dipendente.
Quello che ci serve è sfruttare l’esperienza di Paolo per ragionare assieme, senza preconcetti e con la “tazza” vuota (come farebbe un buon karateka), sul karate, la sua applicazione nella difesa personale moderna e sulla gestione dello stress, della paura e dell’adrenalina.
Quando Paolo mi raccontò questo episodio lo compresi benissimo. Più volte da bambino e da ragazzino, nonostante le mie esperienze marziali, ho vissuto quell’orribile sensazione di paura, caos mentale e incapacità di reagire quando i bulletti decidevano che quel giorno sarei stato il loro passatempo.
Se mi fermo a ragionare, credo sia stata proprio quella sensazione a spingermi a studiare discipline diverse dal karate, discipline che facevano il possibile per ricreare quel tipo di situazione e stress.
È una sensazione che può attanagliare chiunque, indipendentemente dagli anni di esperienza sul tatami o dal numero di medaglie e coppe. Il motivo è molto semplice: la gestione dello stress e dell’adrenalina è stimolo-dipendente.
In poche parole se tutti i giorni mi butto con il paracadute, dopo i primi lanci, per me quella diventa una cosa “normale” e sì, avrò sempre l’adrenalina che circolerà nel mio corpo, avrò sempre un po’ di paura, ma saprò gestire questo stimolo e questa situazione molto bene perché mi sarò adattato.
Se il giorno dopo però mi trovo a dover scappare da una casa in fiamme, lo stimolo e la situazione sono completamente differenti e io rischierò di non saperli gestire.
Questo meccanismo lo spiega in modo chiarissimo Rory Miller nel suo Meditation on Violence.
Il sergente Miller è una persona che per tutta la vita ha fatto lavori ad alto rischio: dal militare all’agente carcerario nelle carceri di massima sicurezza. Insomma, è uno che lo stress e l’adrenalina li sa gestire.
Eppure un giorno si trovò completamente paralizzato dalla paura.
Stava sostituendo un suo collega in guardiola in un carcere di massima sicurezza e, d’un tratto, scatta un allarme! I detenuti iniziano a gridare, c’è subito caos nei corridoi e le sirene spaccano le orecchie. E lui, non più abituato a quel tipo di stress (erano anni che non stava in guardiola), per qualche lunghissimo secondo si blocca completamente.
Ora, perché è importante capire questa cosa quando parliamo di karate applicato alla difesa personale?
È importante perché dobbiamo comprendere che lo stress di un kumite, di un allenamento estremo o di una gara, non è lo stress di un’aggressione.
Se noi vogliamo dare ai nostri ragazzi gli strumenti necessari per prevenire e gestire un’aggressione, allora dobbiamo insegnare loro a lavorare sotto stress. Sotto quel tipo di stress.
“Eugenio, ma è impossibile! Non si può ricreare quel tipo di stress in allenamento.” State pensando questo, vero? E invece si può, o meglio, ci si può arrivare molto vicini sfruttando un bug del nostro sistema operativo.
La nostra mente, infatti, non fa differenza tra quello che viviamo e quello che immaginiamo. Per lei è tutto vero. Per questo alcuni esercizi di visualizzazione sono tanto potenti.
Questo significa che se noi creiamo un contesto fittizio e controllato dove riproponiamo alcune situazioni o alcuni tipi di stress, anche se è tutto finto, il nostro cervello li percepirà come veri e ci si adatterà, dandoci qualche possibilità in più di gestire una situazione reale.
Qualche possibilità in più, non la certezza di saperle gestire. Ma in caso di aggressione qualche possibilità in più è comunque tantissimo.
Per questo i militari o i soccorritori fanno sempre simulazioni: perché creano delle situazioni controllate, ma realistiche, che il cervello scambia e vive come vere.
Ora, io sono un grande sostenitore degli esercizi di simulazione di aggressione ma, per favore, dopo che avrete letto queste righe non iniziate a provare a farli: rischiate di fare più danni che altro. Ve lo dice uno che per imparare a strutturare e gestire gli esercizi di simulazione, purtroppo, ha fatto danni, ed è il più grande rammarico della mia carriera marziale. Se li volete provare o proporre contattate qualcuno che li sa fare e che vi aiuti a costruirli e gestirli, così da imparare ed essere poi autonomi.
Dobbiamo comprendere che lo stress di un kumite, di un allenamento estremo o di una gara, non è lo stress di un’aggressione.
Potete però iniziare tranquillamente a provare a mettere in atto degli esercizi sotto stress indotto controllato.
Vediamo come.
• Differenze tra i tipi di stress
Avete presente quei video che si vedono online dove l’allievo fa 30 o 50 piegamenti e poi deve lavorare coi focus o fare delle applicazioni ad alta intensità? Ecco, quello non è lo stress che ci interessa e di cui vi sto parlando io.
Per fare le cose bene prima di tutto dividiamo i tipi di stress: c’è lo stress fisico e lo stress emotivo/psicologico.
Quando si parla di difesa personale si lavora quasi sempre sullo stress fisico, che va bene, perché va a ricreare alcune sensazioni che dà l’adrenalina e stimola le capacità volitive degli allievi. Ma il solo lavoro sullo stress fisico non è sufficiente, perché in una situazione reale il primo stress a cui siamo sottoposti è quello psicologico/emotivo.
Quindi, dobbiamo andare a strutturare degli esercizi che vadano a ricreare quel senso di disagio e di paura che si posso provare in una situazione ad alto rischio.
Tra i più semplici da mettere in atto ce ne sono due: l’esercizio a occhi chiusi e quello di gestione del dialogo.
• Esercizi da provare
L’esercizio a occhi chiusi serve per indurre stress nel praticante e per fargli sperimentare i primi scarichi di adrenalina. Oltre a questo gli insegna a leggere rapidamente la situazione e trovare una risposta, reagire con rapidità e istintività, adattarsi a stimoli, compagni e situazioni differenti.
La sua versione base è molto semplice: chi esegue l’esercizio deve stare fermo, in piedi, in posizione naturale, con le mani lungo i fianchi e a occhi chiusi.
Può aprire gli occhi solo quando avviene un contatto fisico di qualsiasi genere e da lì, dovrà leggere subito la situazione e comportarsi di conseguenza.
Questo esercizio può essere usato per allenare una o più sequenze tecniche, per allenare la difesa verbale o la gestione del dialogo, oppure, per mischiare soluzioni di allenamento.
La sua versione più complessa prevede delle vere e proprie piccole simulazioni.
Inoltre, può essere intensificato con l’uso di musica ansiogena, creando un ambiente buio, allenandolo in un ambiente urbano ecc. Questo esercizio può essere anche un’interessante variante all’applicazione classica dei bunkai o del kihon kumite.
Se per caso non fosse chiaro come funziona questo tipo di esercizio ho fatto un video dedicato.
Per questo i militari o i soccorritori fanno sempre simulazioni: perché creano delle situazioni controllate, ma realistiche.
La seconda soluzione che vi propongo per avvicinarvi agli esercizi sotto stress è quella della gestione del dialogo. È un vero e proprio gioco di ruolo dove uke impersona un aggressore e tori la vittima.
La vittima dovrà mantenere la distanza di sicurezza e usare solo la componente verbale per fare descalation o comunque per gestire la situazione, non dando adito all’aggressore di passare alle mani.
Questo, anche se è un esercizio semplice, non è un esercizio facile. Ciò è dovuto a due motivi:
- • Chi veste i panni dell’aggressore spesso si sente a disagio o in imbarazzo perché (fortunatamente) è una brava persona e non sa come comportarsi. Gli risulta difficile aggredire verbalmente un compagno di allenamento, per non parlare d’insultarlo o provocarlo. Ciò fa sì che spesso chi riveste i panni dell’aggressore non dia il giusto stimolo al compagno di allenamento e trasformi l’esercizio in una macchietta comica.
- • Chi veste i panni della vittima, a sua volta si sente a disagio perché deve alzare la voce, non sa come rispondere, e si trova in una vera e propria zona di disconfort, che lo imbarazza fortemente. Questo fa sì che chi reagisce verbalmente tenda spesso a ridere per scaricare lo stress, eviti di guardare l’aggressore, inizi a indietreggiare e non sfrutti l’esercizio per allenarsi a gestire una situazione simile.
Per tali ragioni, preferisco sempre inserire la parte verbale solo quando il gruppo è piuttosto coeso, c’è complicità e fiducia nei compagni, così da ridurre al minimo disagio e imbarazzo.
Oltre a questo è importante che chi insegna guidi l’esercizio al meglio delle sue possibilità, così da assicurasi una buona riuscita. Anche di questo esercizio ho fatto un video.
Queste due metodologie di lavoro (che possono anche essere unite) mi hanno dato negli anni grandi soddisfazioni, perché hanno permesso a tutti gli allievi con cui le ho adoperate di prendere confidenza con un modo di allenarsi diverso e fuori dagli schemi comuni, andando a creare una base solda per gli allenamenti in simulazione o ad alto impatto.
Mi permetto quindi di suggerirvi di testarli coi vostri allievi, così da iniziare ad approcciarvi a un tipo di lavoro più realistico, che permetterà loro di affrontare poi esercizi più complessi.











