Ci si convince sempre più che il karate sportivo e il tradizionale hanno scelto strade diverse.
A fine novembre 2025 (e quasi contemporaneamente, a dispetto di chi voleva seguirle entrambe) si sono svolte, in Egitto e in Portogallo, due importanti competizioni che hanno messo in scena due diverse concezioni della stessa disciplina: i campionati mondiali della World Karate Federation (unica organizzazione ufficiale del karate sportivo) e i campionati europei della European Shotokan Karate Association, una delle più importanti organizzazioni che regolano in Europa lo stile Shotokan.
In entrambi i casi gli atleti azzurri hanno ben figurato.
A entrambe le gare era presente una rappresentativa italiana: una squadra della Fijlkam ai mondiali del Cairo e una della Fikta asd agli europei di Portimao. In entrambi i casi gli atleti azzurri hanno ben figurato, conquistando un titolo mondiale con Matteo Avanzini nel kumite oltre gli 84 kg e altre due medaglie al Cairo (l’argento di Ghinami e il bronzo di D’Onofrio, entrambe nel kata), collocandosi così al secondo posto del medagliere dopo gli egiziani padroni di casa.
Stesso piazzamento per la Fikta in Portogallo, con quattro medaglie d’oro (tutte nel kata) tre d’argento e quattro di bronzo.
Volendo insistere nel confronto, si potrebbe osservare che Alessio Ghinami e Carlo Nardi hanno eseguito in finale lo stesso kata: Gojushiho-dai. Ma qui finiscono le analogie e cominciano le differenze tra i due modi di interpretare la gara, che rendono improbabili future fusioni e confusioni.
A Barcellona 1980, quando alcune nazioni a prevalenza Shotokan entrarono nella Wuko (l’attuale Wkf), non c’erano dubbi o personalizzazioni nell’esecuzione dei kata e il problema per gli arbitri era “solo” quello di confrontare stili diversi. Adesso nella Wkf esistono dieci versioni diverse di ogni kata e anche all’interno di uno stesso stile: basta confrontare il Gojushiho-dai di Ghinami con quello di Nardi per farsene un’idea.
Adesso nella Wkf esistono dieci versioni diverse di ogni kata e anche all’interno di uno stesso stile.
Se nel kata sportivo i ritmi sono stati modificati (o, direbbe qualcuno, stravolti) e tutto si gioca sull’interpretazione e sulla spettacolarizzazione, nel kumite il regolamento è stato addirittura stravolto, allontanandolo sempre di più dalla ricerca del colpo definitivo (todome). Gli incontri possono finire 9 a 2 e durare in eterno, anche per le continue interruzioni dei coach che (spesso a gran voce) chiedono di rivedere una tecnica eseguita dal loro atleta. A dispetto del farraginoso regolamento, emergono spesso (ma non sempre) grandi atleti come il nostro Avanzini che, stranamente, è impostato abbastanza classicamente e non spara calci alla cieca.
In estrema sintesi, mentre si ammira la dedizione e la preparazione atletica richiesta per quel tipo di gara, ci si convince sempre più che il karate sportivo e il tradizionale hanno scelto strade diverse e possono, al massimo, considerarsi lontani cugini che manifestano reciprocamente stima e affetto, ma che non vorrebbero mai trovarsi “in una grande ammucchiata”.











