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L’arte dell’apparenza nel karate – Parte 2

L’arte dell’apparenza nel karate – Parte 2

Il Karate di Okinawa ha la caratteristica di essere zoomorfo e il kamae-te è una tattica che indica i modi in cui le mani (e non solo) “assumono delle forme” per eseguire delle azioni sull’avversario.

Nella prima parte di questo articolo, intitolato anch’esso “L’arte dell’apparenza nel Karate”, andavo a descrivere sinteticamente un aspetto fondamentale dell’approccio al combattimento nell’antico karate di Okinawa, ossia il concetto di kamae (tecnica di guardia) in riferimento al minari-no-heiho (strategia dell’apparire).
Ho fatto esempio accennando al junishi-no-kamae, ovvero i singolari 12 kamae dello zodiaco del Kojo-ryu, lo stile che insegno e che è il core della mia scuola, per specificare che il kamae è una condizione dinamica collegata al tachi-waza e al tai-sabaki, e che studiare profondamente un “semplice” kamae, significa studiare un compendio tattico-tecnico.
Aprivo tale articolo dicendo proprio che la guardia di mano, solitamente identificata come kamae-te, in verità indica la “forma che la mano” assume per compiere un’azione.

Il kamae è una condizione dinamica collegata al tachi-waza e al tai-sabaki.

È proprio da questo assunto che vorrei ripartire per parlare ancora di minari-no-heiho, ma da un’altra prospettiva, altrettanto essenziale per quanto concerne il combattimento, e mi riferisco alla natura imitativa del Karate.
Il Karate di Okinawa ha, probabilmente a differenza del Karate di altra matrice, la caratteristica di essere zoomorfo e benché questa sua attitudine non venga allenata quasi per nulla – forse ormai neanche sull’isola, o quantomeno non viene “valorizzata” per come dovrebbe essere –, essa è essenziale.
C’è da ricordare che il Karate nasce da un connubio di esperienze maturate negli stili di Tode 唐手 (quindi di Quanfa 拳法) che si praticavano a Ryukyu e che erano facoltà dei guerrieri della classe aristocratica Yukatchu, in particolare i Pechin. Il Quanfa è per antonomasia un metodo zoomorfo, per lo meno una sua buona parte, gli stili che arrivarono a Ryukyu furono maggiormente quelli del Fujian e di famiglie come la Cai (dalla quale deriva la famiglia Kojo), la Ma (dalla quale deriva la famiglia Matayoshi), la Bei, la Zheng e così via, che erano specialiste di stili o metodi imitativi come Hu Quan (Pugilato della Tigre), Long Quan (Pugilato del Drago) e altri, ma soprattutto il famoso Bai He Quan (Pugilato della Gru Bianca).

Ora, per riprendere quanto detto all’inizio, il kamae-te è una tattica, più che una tecnica, che indica i modi in cui le mani (e non solo) “assumono delle forme” per eseguire delle azioni sull’avversario, ciò si collega al concetto di imitazione e di natura zoomorfa, perché l’atteggiamento delle mani e delle tecniche tutte, portano in loro stesse la natura di ciò che inconsapevolmente si sta imitando durante l’azione stessa.
Quando, ad esempio, colpiamo il volto dell’avversario con il palmo e le dita flesse che graffiano o immediatamente afferrano, stiamo imitando una zampa di tigre, oppure se colpiamo gli occhi con la punta delle dita, potremmo imitare il becco della gru o il morso di un serpente a seconda di come chiudiamo le dita stesse e ancora, se agganciamo il polso dell’avversario con una flessione ulnare della mano e le dita semi-distese, imitiamo la zampa di una mantide… Un ulteriore esempio: se colpiamo l’inguine con le dita dei piedi che creano una punta e, in particolare, con l’indice che rinforza l’alluce, imitiamo la zampa della gru mentre esegue un passo. 

C’è da ricavarne, però, che un’azione che compiamo in combattimento non è da considerarsi come prettamente iconografica del corpo di un animale o di parte di esso, ma ne rappresenta un’altrettanta azione, una movenza, esempio lampante è la tecnica chiamata koi-no-shippo, la quale rappresenta il movimento propulsivo che la carpa compie con la pinna caudale, quindi, la tecnica imita il movimento ondulatorio che il pesce compie più che la coda in sé.
Gli esempi, insomma, possono essere molteplici, potremmo sbizzarrirci nel fare un vero e proprio elenco di tecniche imitative, la maggior parte delle quali le alleniamo continuamente, ma per cui non ne analizziamo il minari-no- heiho.Se ne deduce che il Karate ha dentro di sé una matrice ben delineata che deriva dal generico Xiangxing Quan, cioè dal Pugilato Imitativo, quindi da quei metodi che fanno dell’imitazione dei gesti degli animali (e della natura in generale) la propria tattica principale in combattimento, per rendere letali le proprie tecniche, per realizzare un’azione efficace sull’avversario.

Il Karate ha dentro di sé una matrice ben delineata che deriva dal generico Xiangxing Quan, cioè dal Pugilato Imitativo.

Perché, dunque, è importante questa parte del minari-no-heiho nel combattimento? Comprendere il “senso dell’aspetto” delle tecniche, ci potrebbe aiutare almeno sotto quattro punti di vista non necessariamente trascurabili:

  1. • conoscere la reale applicazione di una tecnica;
  2. • rendere ciascuna tecnica ancora più efficiente;
  3. • conoscere le radici di quella tecnica nell’ambito del kata;
  4. • conoscere l’eventuale collegamento che talune tecniche hanno con gli aspetti salutistici.

I primi due punti sono strettamente collegati e, logicamente, sono i più diretti e importanti rispetto al tema del combattimento. Spesso, capita di praticare dei movimenti o assumere delle “forme” con le mani o con il corpo per cui non se ne comprende fino in fondo “il perché”, riusciamo a dedurne l’applicazione, ma potremmo non esserne convinti. Se riusciamo a capire quale minari-no-heiho sia collegato a quel gesto, o a quell’aspetto della mano o del corpo, possiamo comprenderne meglio la reale applicazione o, quantomeno, trovare una soluzione in combattimento che sia meno fittizia e più realistica.

A ciò si collega la possibilità di rendere la tecnica più efficace, perché conoscendone il “senso dell’aspetto” gestiamo quel movimento in maniera differente dal solito o da come la parte più esteriore (magari imposta dal kata) ci impone. Questo aspetto è strettamente correlato al principio biomeccanico che risiede dietro alla tecnica specifica, che possiamo approfondire e affinare, andando a capire se c’è da migliorarne, tanto per capirci, la forza articolare, la respirazione, il trasferimento del peso e così via. Quindi, se comprendiamo che di una data forma di mano, ad esempio, la parte più importante sono le dita, allora andremo a rinforzarle con specifici esercizi, qualora quella data tecnica sia da noi maggiormente utilizzata.
Il minari-no-heiho della tecnica, altresì, ci può indicare quale tattica di combattimento più si addica a quel movimento – afferrare, colpire, evadere, spingere ecc. Insomma, ci permette di aumentare la capacità di adattamento in combattimento e la conseguente variabilità tattica. Seguendo tale idea, dunque, non faremo altro che realizzare una maggiore efficienza del nostro intero arsenale tecnico.

Una volta compresa la natura imitativa delle tecniche, riusciamo anche a capirne la radice, soprattutto se consideriamo un gruppo di tecniche contenute nello stesso kata, ossia potremmo riuscire a delineare la natura e la radice del kata stesso. Ciò ci permette di allenare quel dato kata in maniera differente dal solito, di comprenderlo e applicarlo differentemente, di renderlo più utile ai fini dell’allenamento. Ampliando questa concezione al gruppo di kata che fanno parte della nostra scuola o ne sono il core, potremmo delineare meglio la matrice principale del nostro stile o metodo e tutto ciò che di utile ne deriva. Questo significa addentrarsi sempre più nella quintessenza della propria scuola e assorbirne la sostanza.
Infine, ma non per questo meno importante, ci potrebbe essere la possibilità di collegare quel dato movimento o quella tecnica, ma in tal caso specifico si deve parlare di insieme di movimenti, ad aspetti salutistici. Per capire bene questo punto, bisognerebbe entrare meglio nell’ambito specifico del qigong o kikou, e della teoria dei meridiani energetici, a ogni modo mi limito, in questa sede, solo a evidenziare che alcuni animali sono collegati a taluni meridiani/organi e che praticare gli “esercizi degli animali” agisce indirettamente sulla circolazione del qi e sul riequilibrio delle energie degli organi interni e il rinforzo della struttura esterna del corpo.

Alcuni animali sono collegati a taluni meridiani/organi e che praticare gli “esercizi degli animali” agisce indirettamente sulla circolazione del qi.

Lo studio del minari-no-heiho, dal punto di vista marziale, offre una didattica progressiva, ovvero delle ottime tappe evolutive nel proprio percorso di allenamento, che riassumerei nel seguente modo seguendo un’idea più tipica del Quanfa:

  1. • apprendere la forma 形 o imitare esteriormente;
  2. • comprendere la legge del corpo 法 o comprendere la tecnica; 
  3. • guidare l’intenzione 意 o interiorizzare la strategia; 
  4. • usare lo spirito 神 o agire senza pensare.

Il praticante modifica “il modo di fare” le tecniche a seconda della tappa in cui si trova, è per questo che lo stesso kata non sarà (o non dovrebbe essere) eseguito allo stesso modo per il resto della vita ed è per questo che un Maestro riconosce il livello del praticante osservandone proprio l’intenzione.
Vivere la pratica attraversando tutte queste tappe, permette di realizzare una trasformazione 化 che a un certo punto ci permette di trascendere lo stile, di adattarci e renderci istintivamente fluidi, facendo diventare ciascuna tecnica un pattern cognitivo automatico.
L’evoluzione che si genera è dunque: imitazione → comprensione → interiorizzazione → trascendenza ed è per questo che l’aspetto zoomorfo del Karate, nonostante a molti appaia un qualcosa di “folkloristico”, non è imitare un’estetica bensì uno strumento marziale assolutamente utile e profondo.

Fonti: Intervista a Hayasaka Yoshifumi Sensei a cura dell’autore, 2025.

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