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Il metodo del M° Barbieri, in particolare, l’autodifesa femminile

I corsi di autodifesa sono davvero tutti uguali e uno vale l’altro?

Dopo il primo articolo, riprendiamo il filo della conversazione con il M° Alberto Barbieri. Stavolta ci occupiamo di difesa civile non professionale e dei corsi dedicati alle donne.

L’autodifesa serve a tutti, non solo a soggetti che consideriamo deboli a prescindere.— M° Alberto Barbieri

Com’è cominciata questa attività?
È partita grazie al suggerimento di un amico, istruttore d’arti marziali (ju jitsu e krav maga). Eravamo nel 2006, lui mi disse che ormai ero un esperto, dovevo smettere di far l’allievo. Mi offrì l’occasione di sperimentarmi come insegnante. Infatti, l’ho aiutato e sostituito in qualche lezione, dopodiché, mi sono messo “in proprio”. Nel progetto ho coinvolto mio fratello, anche lui marzialista, la somma delle nostre esperienze poteva di sicuro produrre qualcosa di buono.
Ho pensato a moduli brevi, abbastanza indifferenziati, perché l’autodifesa serve a tutti, non solo a soggetti che consideriamo deboli a prescindere. Ho preferito indirizzare la mia proposta agli adulti, perché con i ragazzi si corre il rischio che utilizzino le tecniche a sproposito, con i compagni di scuola o con i professori (il riferimento è ai recenti casi di aggressione verificatisi in mezza Italia). Oltre al fatto che, se non stanno attenti, possono farsi male nonostante le protezioni.
All’epoca eravamo ospiti di un circolo culturale e la risposta è stata buona da subito, ma tutto ciò che è buono è migliorabile. Così, dopo qualche ciclo, ho introdotto un’innovazione nell’orario: una lezione alla settimana di un’ora e mezza per i principianti. Con le classiche lezioni da un’ora 2 volte a settimana, parecchio del tempo a disposizione è sfruttato per il riscaldamento e non per la pratica vera e propria. E gli impegni personali/familiari e gli spostamenti risultano più difficili da gestire. Lo svantaggio è che se si perde una lezione, si perde una parte più consistente di programma e di esercizi, ma valutando i pro e i contro i danni risultano limitati, così da allora tutti i miei corsi presentano questo tipo di orario.
Poi, bisogna tener conto che nell’autodifesa l’apprendimento è continuo, si aggiunge sempre qualche tassello nuovo e il livello conseguito può ulteriormente migliorare, se il corso non resta fine a se stesso. Perciò, mi è venuta l’idea di applicare all’autodifesa il sistema delle cinture e dei gradi delle discipline marziali.

Passiamo ai contenuti.
Per il momento lasciamo da parte le armi. Sappiamo che l’aggressione si può verificare usando colpi – a distanza più o meno ravvicinata – o prese, che hanno lo scopo di portare l’avversario a terra. Quindi, è fondamentale insegnare le tecniche che possono opporsi con successo alle diverse modalità di attacco. I colpi, li studiamo da pugilato, karate e kick boxing; le prese dal ju jitsu, dal wrestling e dal judo.
In entrambi i casi l’obiettivo è quello di capovolgere il gioco dell’aggressore, portandolo su un terreno che non conosce. Per esempio, una cintura nera uscita da un mio corso non si oppone a un pugile con i pugni, usando la logica cerca di buttarlo a terra e, allora, lo “gonfia di botte”.

L’obiettivo è quello di capovolgere il gioco dell’aggressore, portandolo su un terreno che non conosce.— M° Alberto Barbieri

Un principiante come deve comportarsi?
Soprattutto si deve fidare, deve capire che gradualmente imparerà a padroneggiare le tecniche per far fronte a entrambi i tipi di aggressione. A lezione ci si esercita per mezz’ora in ciascun ambito di difesa: dai colpi e dalle prese.
Il passo ulteriore è fondere le due competenze per reagire all’eventualità che si presenta. La filosofia del mio metodo è che nulla nel campo dell’autodifesa deve restare ignoto, questo è ciò che manca ai corsi che si basano su un’unica disciplina. Può andar bene per l’agonismo, ma nell’ottica della difesa mancano di concretezza.

Torniamo a un cardine del tuo pensiero: tutti hanno il diritto di sapersi difendere.
Certo, non solo gli atleti, ma anche chi ha 90 anni o non ha un fisico allenato. Altrimenti vuol dire che quanto s’impara è molto limitato. Attenzione, la preparazione atletica serve, ma non fa parte di un corso di autodifesa, io non mi propongo come personal trainer. E devo considerare che ho alunni con problemi fisici o età avanzata, perciò preferisco creare gruppi piccoli, per poter inserire esercizi creati apposta per loro.

Tra le arti marziali da cui hai preso spunto non compare il krav maga che è molto popolare per l’autodifesa. Come mai?
Perché secondo me ha forti limitazioni pratiche. Usa colpi sotto la cintura, in particolare ai genitali, perciò è molto rischioso ai fini del codice penale. Chi lo utilizza per difendersi, può tramutarsi in un attimo da vittima ad aggressore, passibile anche di 12 anni di reclusione. Quando, in realtà, posso difendermi procurando all’altro poche lesioni, senza temere di finire in prigione.
Poi, i calci ai genitali sono entrati nell’immaginario femminile dell’autodifesa, ma non c’è niente di più sbagliato! Intanto, è difficile darli, perché gli uomini si proteggono, e poi colpire un maschio nella zona intima equivale a un attentato alla sua virilità. Così, non solo l’aggressore non viene depotenziato, ma diventa una “belva” per motivi psicologici e, a quel punto, può anche uccidere.
Ci sono molti altri modi per scoraggiare un assalitore, come colpirlo al naso o mettergli le dita negli occhi. Questi non implicano una provocazione psicologica, che scatena una risposta atrocemente cattiva.
Infine, il “peccato originale” del krav maga è la derivazione dall’addestramento per militari israeliani votati alla morte, con una forma mentis e attitudini fisiche nettamente diverse da quelle della ragazzina timida o della casalinga impaurita.
Comunque, quello che si trova da noi è un krav maga “imbastardito”, che può servire a chi vuole mantenersi in forma, ma non è certo funzionale alla difesa civile in tempo di pace.

La filosofia del mio metodo è che nulla nel campo dell’autodifesa deve restare ignoto, questo è ciò che manca ai corsi che si basano su un’unica disciplina.— M° Alberto Barbieri

Torniamo all’ essenza dei tuoi corsi.
I pilastri del mio metodo sono 3:

  • la prevenzione, ovvero imparare a leggere le situazioni pericolose e a prevedere le conseguenze delle proprie azioni;
  • la conoscenza delle regole, che sono in particolare le norme penali;
  • la conoscenza e l’applicazione delle tecniche riprese dallo sport, ma decisamente modificate e sviluppate, dato che debbono essere adatte alla strada e ai contesti della realtà quotidiana, non ai ring e ai tatami. Per dire: in strada si può essere attaccati con uno sputo o con un’arma non ortodossa, perciò, bisogna anche essere capaci di cadere senza farsi male sull’asfalto o sul marciapiedi, non c’è una rete di sicurezza. Da me gli allievi apprendono le modalità di caduta del judo inizialmente senza tatami, perché prima di tutto si deve allenare la mente ad andare “oltre” e a fare a meno della comodità. Può sembrare scontato, ma bisogna temprare lo spirito nelle difficoltà, solo così si può essere in grado di difendersi bene.

Le avevamo momentaneamente trascurate: introduciamo le armi.
Il discorso qui si complica, perché soprattutto con le armi da fuoco c’è poco da fare. In ogni caso io non insegno a maneggiarle, per quello ci sono i poligoni di tiro; con le armi improprie, se si conoscono, si può sperare di neutralizzarle. Anche qui io estraggo i principi attivi dalle arti marziali che conosco, quelli che nella versione sportiva sono decisamente annacquati; poi passo a una preparazione costruita ad hoc, combinando le varie tecniche, via via che si sale di livello.

Tutto quello che sai, lo hai trasferito nei tuoi libri, com’è nata l’idea di scrivere di difesa civile?
Inizialmente è stato un “gioco”, che dopo si è rivelato utile. Ci sono voluti anni di ripensamenti, di scrematura dei principi attivi, migliaia di appunti per arrivare a elaborare il metodo. Era un modo per fare chiarezza, per me e per gli allievi. Col primo volume sono partito dalle basi, arricchendo le spiegazioni con foto in sequenza e nomenclatura e tutto ciò può servire anche ad altri che vogliano insegnare l’autodifesa con un taglio serio e mirato. Nell’ultimo capitolo, che nell’ambiente mi ha attirato le ire di molti, parlo dei criteri per scegliere la palestra. Per me il più importante è l’apertura mentale del maestro, una visione ampia che lo porti a non chiudersi nel ghetto di una verità parziale, ma a riconoscere la validità delle varie discipline, perché l’autodifesa non funziona a compartimenti stagni.
Il secondo libro è destinato soprattutto alle donne e può essere letto a sé stante, il primo non è un prerequisito. È pensato come un manuale per lo studio a casa, per rivedere i concetti esposti a lezione, per recuperare nel caso manchi qualche pezzo del puzzle. Insomma, è un promemoria, una traccia da seguire.
Di base, suggerisco alle lettrici:

  • di utilizzare i pugni per colpire dal collo in su;
  • di non puntare mai con i piedi e le gambe sotto la cintura;
  • di usare le manovre coi piedi come disturbo;
  • di ispirarsi all’immediatezza del kick boxing, che in questo senso ha “una marcia in più”.

Tutto ciò può servire anche ad altri che vogliano insegnare l’autodifesa con un taglio serio e mirato.— M° Alberto Barbieri

Già la scorsa volta, hai definito l’autodifesa la missione della tua vita…
Proprio per questo motivo ho messo più volte a disposizione ciò che so; per me la vita umana è sacra, in particolar modo quella di chi è fragile ed è in pericolo. Ho collaborato con alcune istituzioni locali, con la mia circoscrizione in occasione di un seminario serale e con il liceo scientifico sportivo di Verona, presentando l’autodifesa contro il bullismo all’interno di un open day.
In seguito ho approfondito il tema nell’arco di 4 lezioni previste nel piano di studi di educazione motoria, test finale incluso. Con i ragazzi ho esaminato le differenze fra sport e difesa personale, i valori e le regole dell’uno e dell’altra, la teoria e la gestione dell’avversario, le strategie per vincere… Fu un grande successo e specie le ragazze erano davvero interessate, così l’Istituto ha deciso per una replica, con la richiesta da parte degli studenti di ampliare le ore destinate alla pratica.
Poi c’è un’altra iniziativa importante, uno stage organizzato dalla Aics, con tutti gli insegnanti di difesa personale della provincia che hanno offerto gratuitamente dimostrazioni. Si è svolto lo scorso novembre, subito dopo lo scoppio del “caso Weinstein”. Tutto ciò che è stato raccolto durante la manifestazione è stato donato al “Telefono Rosa”. Una goccia nel mare delle necessità, ma tante gocce assieme possono far sì che il livello di guardia sui casi di violenza e di molestie ai danni delle donne, non si abbassi.

Concludendo, sai se qualche tua alunna ha dovuto utilizzare quanto le hai insegnato?
No e ne sono contento. Loro hanno evitato una brutta esperienza, ma sarebbe stata dura e triste soprattutto per i malcapitati che se le fossero trovate contro!

 

LINK siti/libri dell’autore

F.A.S.T. Formazione Autodifesa Sistemi Tradizionali

Difesa civile generica

Autodifesa femminile

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