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La co-costruzione del rapporto “personale” maestro-allievo

La co-costruzione del rapporto “personale” maestro-allievo

Proviamo a rispondere alla domanda: chi è un Maestro?

J. L. Linares, riferendosi ai singoli come a individui in relazione, scrive:
La personalità si forma, in termini narrativi, mediante l’attribuzione di significati all’esperienza relazionale. Il risultato di questo processo è la narrazione individuale, equivalente al “magma”, elemento base che costituisce la personalità. Un secondo processo simultaneo è la costruzione dell’identità a partire della narrazione. L’identità individuale nasce dalla narrazione, attraverso la selezione di alcuni costrutti nei quali il soggetto riconosce se stesso e rispetto ai quali non accetta né transazioni né negoziazioni.

Il karate-do, nella sua chiave individuale, coinvolge il singolo e il suo Sé come forma di aiuto a un livello sia strutturale sia relazionale. Questo passaggio viene determinato in primis attraverso il corpo, con l’assimilazione graduale delle tecniche, e poi nella mente, con tempi più lunghi, in cui il praticante acquisisce maggiore sicurezza e un’acuta osservazione delle cose e del contesto in cui entra in relazione.

Nella stanza del dojo … è importante che il praticante si senta riconosciuto, compreso e non giudicato.

In questa nobile arte, in chiave sistemica, è fondamentale sottolineare che quando un individuo fa una richiesta di presa in carico per sé (decide di praticare Karate-do sotto la guida di un Maestro) prevede a chi e cosa affidarsi: in sostanza non chiede di occuparsi solamente della trasmissione di competenze tecniche, ma richiede anche una vicinanza “privilegiata” e un affiancamento in un lavoro di riflessione sul proprio sé (tale richiesta ha in sé un’aspettativa in cui prevede che il maestro sia egualmente empatico con tutti, cioè “neutrale”).
Nella stanza del dojo, che mi piace sovente equiparare alla propria stanza dei pensieri, è importante che il praticante si senta riconosciuto, compreso e non giudicato, che abbia piena fiducia nelle capacità del maestro di accompagnarlo nel suo percorso di cambiamento.

Ciò prevede, tuttavia, che il maestro sia capace di “ascoltare le proprie emozioni” che, se non ben elaborate, possono essere tradotte in linguaggio interpretabile dall’allievo anche in modo errato, quindi creando un misunderstanding [malinteso ndr] comunicativo: ad esempio è possibile che un vocabolo poco appropriato, che nel maestro suggerisce un’immagine di forza, corrisponda nella mente dell’allievo a un’immagine violenta.
In questa prospettiva è fondamentale avere la capacità di accettare l’altro come qualcuno diverso da se stessi e non come un rispecchiamento delle proprie emozioni, tollerando l’eventuale frustrazione del non riuscire a sintonizzarsi con l’allievo, imparando a sentire e a non “scotomizzare” le proprie percezioni (quando si dice che entrando nel dojo tutto ciò che è al di fuori della “via” deve restare altrove per una pratica sincera, significa anche riconoscere le proprie emozioni, dichiararle a se stessi e scegliere di esserne liberi), riconoscendo non solo l’amore genuino e autentico, ma anche l’aggressività, la svalutazione, l’impotenza, l’incomunicabilità celate nelle relazioni di aiuto.

Il rapporto docente – allievo, infatti, nelle sua insuperabile criticità è ben lungi dall’essere fenomeno trasparente e cristallino in quanto si forma anche attraverso una funzione di tipo transferale: proiezioni sia del praticante sia del maestro, le quali non possono sottrarsi alla propria storia di vita, ai propri sentimenti d’impotenza o di aggressività. In quest’ottica, il “maestro” non è un semplice insegnante che trasmette competenze tecniche, ma è anche e soprattutto un individuo dotato di esperienza e consapevolezza dei propri vissuti, ovvero un “maestro di vita”.

Pertanto: chi è un maestro?
Il maestro è solo chi insegna un’arte, una scienza, una dottrina, chi eccelle per scienza o per abilità in qualcosa tanto da poterla insegnare ad altri o da essere preso a modello, ma è anche chi, come indicato letteralmente dal termine Sensei, è “nato prima” cioè colui che si è incamminato prima degli altri. Una guida che essendosi avventurata in un percorso di crescita umana, tecnica, morale e spirituale da più tempo, possiede l’esperienza necessaria per poter indirizzare e condurre altri, i suoi allievi, verso il cammino da lui stesso intrapreso in precedenza. Questa definizione trova la sua sintesi nell’aspetto comunicativo della relazione che, essendo parte integrante del rapporto, diventa una funzione in grado di coinvolgere e creare espressività e, infine, suscitare emozione, attraverso l’attivazione delle risorse e la consapevolezza delle proprie difficoltà: «[…] in questa maniera un maestro diventa colui che ti guida nel mondo, che ti fa crescere, che ti aiuta a diventare parte integrante del gruppo attraverso l’attivazione delle tue potenzialità». (Alberoni)

La co-costruzione del rapporto personale maestro – allievo diventa l’elemento e la condizione preliminare e/o necessaria per la capacità di ristrutturare una diversa comprensione emotiva (“emotional under standing”. Orange 1995) e della propria posizione nel sistema, attraverso la messa in gioco delle proprie modalità, dei punti di vista diversi, ma integranti in un unico obiettivo nel tracciare insieme la strada da percorrere.
Appare utile in questo caso parlare del “Metodo Gordon” per la comunicazione efficace che consiste in tecniche per migliorare la comunicazione e renderla più efficace dal punto di vista psicologico.
Gordon afferma che a ostacolare il rapporto maestro – allievo sovente intervengono barriere di tipo comunicativo, intendendo tutti quei tipi di messaggi che, al di là del loro contenuto esplicito, esprimono intrinsecamente da parte del maestro rifiuto, giudizio, valutazione o denigrazione, oppure che evitano di affrontare il problema dell’allievo o che ne nega addirittura l’esistenza. L’eliminazione di tali barriere rappresenta una priorità assoluta. Le barriere comunicative definite da Gordon creano ripercussioni negative, generando il determinarsi negli allievi di un atteggiamento difensivo nei confronti del maestro, ma soprattutto la mortificazione di ogni autonomia sotto tutti i punti di vista degli allievi.

… come indicato letteralmente dal termine Sensei, è “nato prima”, cioè colui che si è incamminato prima degli altri.

Fondamentale, quindi, risulta l’ascolto attivo e il messaggio in prima persona: il maestro, di fronte all’allievo che mostra un problema, manifesta un’istanza o più in generale un’esigenza, dovrebbe porsi in un atteggiamento d’ascolto, cercando di interferire il meno possibile e usando eventualmente elementi facilitanti la comunicazione (atteggiamenti ed espressioni, verbali e non verbali, che incoraggiano l’allievo a comunicare). In questo modo il maestro individua, spesso e volentieri, la realtà del problema e può così dare un aiuto effettivo ed efficace; l’allievo, da parte sua, quasi sempre perviene da solo alla soluzione.
I messaggi in prima persona possono essere paragonati a un vetro trasparente che permette di vedere oltre: ad esempio il messaggio contenuto nella frase imperativa “Smettila!!!” potrebbe essere formulato con la frase: “Questo comportamento provoca in me frustrazione”. Il maestro che comunica messaggi in prima persona ottiene così 3 risultati cruciali ai fini dell’instaurarsi di una comunicazione e quindi di un rapporto ottimale:

  • stimola con più facilità nell’allievo la volontà di cambiamento;
  • riduce al minimo gli elementi di carattere valutativo (anche quelli negativi);
  • evita di pregiudicare il rapporto.

Il maestro porta inevitabilmente nel suo dojo e nel suo lavoro didattico, la sua storia di bambino e di adolescente, con le sue esperienze, le sue delusioni, con la sua messa in discussione delle convinzioni radicate nel tempo, e queste diventando un passo primario e/o percorso che dona un senso alla circolarità delle emozioni. Nel caso della terapia sistemica, il punto specifico è il valore contestuale delle emozioni influenzate in modo determinante (e  che a loro volta influenzano) dal contesto e dal sistema in cui si esperiscono. L’obiettivo è che le persone sentano maggiormente la propria appartenenza a sistemi complessi e interpersonali e siano anche maggiormente consapevoli della propria “natura sistemica”.

 

BIBLIOGRAFIA
  • Linares J. L., Terapia familiare ultramoderna. L’intelligenza terapeutica, Milano, Franco Angeli Editori, 2017.
  • Orange D. M., Emotional understanding: studies in psychoanalytic epistemology, New York, Guilford Press, 1995.
  • Gordon S. K., Insegnanti efficaci. Il metodo Gordon; pratiche educative per insegnanti genitori e studenti, Firenze, Giunti Editore, 1998.

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