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A piedi nudi tra i rovi: l’alba del karate italiano

1965 - Una scena da film si svolge alla Stazione di Milano e ha tra i giovani protagonisti l’esuberante M° Keinosuke Enoeda che, assieme a Hirokazu Kanazawa e a Taiji Kase, di ritorno da una tournée di sei mesi in Sudafrica accompagnava a Milano il M° Hiroshi Shirai... Il M° Fassi ci fa rivivere gli anni pionieristici dell’A.I.K.

(in Karate Do n. 5 gen-feb-mar 2007)

di Sergio Roedner

Proprio come in un film di Hong Kong, sei anni prima che le artigianali ma suggestive pellicole girate in Estremo Oriente invadessero le nostre sale cinematografiche riempiendo le palestre di aspiranti Bruce Lee, in un tardo pomeriggio di novembre del 1965 i passeggeri, in transito per la Stazione Centrale di Milano, ebbero il privilegio di assistere in anteprima a uno spettacolo inconsueto e inquietante quanto una scena di Dalla Cina con furore. In piedi su una panchina, un giovane in abiti borghesi, dall’inequivocabile fisionomia orientale e lo sguardo fiero del guerriero, scagliava i suoi spettacolari yoko geri, attorniato da un gruppo di più compassati connazionali.
L’esuberante karateka era il M° Keinosuke Enoeda, all’epoca 5°dan della JKA, che assieme a Hirokazu Kanazawa (capo-delegazione, 6°dan) e a Taiji Kase (6°dan), di ritorno da una tournée di sei mesi in Sudafrica accompagnava a Milano il M° Hiroshi Shirai, allora ventottenne, anch’egli 5°dan e fresco vincitore dei campionati giapponesi di combattimento libero. Shirai aveva accolto l’invito dello studente milanese Roberto Fassi che, con una bellissima lettera (scritta in realtà dalla moglie), lo aveva distolto dai suoi piani di seguire Nishiyama in America, per venire invece a insegnare karate al Jigoro Kano, dove lo attendeva un nutrito gruppo di praticanti che fino a quel momento erano stati istruiti da Fassi, cintura marrone guadagnata due anni prima in massacranti stage a Parigi e sulla Costa Azzurra.

In piedi su una panchina, un giovane in abiti borghesi, dall’inequivocabile fisionomia orientale e lo sguardo fiero del guerriero, scagliava i suoi spettacolari yoko geri, attorniato da un gruppo di più compassati connazionali.

Fassi (classe 1935) non era già più un ragazzino e la sua passione per le arti marziali durava da un decennio: praticante di judo al Jigoro Kano sotto la guida del leggendario Tadashi Koike, aveva appreso le prime informazioni sulla “nuova” arte marziale da una serie di articoli apparsi sulla rivista Revue Judo Kodokan, edita da Henry Plée, pioniere del Budo in Francia. Fassi fu tanto affascinato da quanto lesse che decise di intraprenderne lo studio a ogni costo. Nel nostro Paese la disciplina era pressoché sconosciuta, anche se a Firenze già dal 1955 un certo Vladimiro Malatesti insegnava a un gruppo di adepti una forma “ibrida” dell’arte appresa nei suoi viaggi in Oriente.
Fassi cominciò da autodidatta, procurandosi libri e filmati, ma ben presto capì che, se voleva fare sul serio, aveva bisogno di un vero maestro. Davvero non si può dire che impegno e spirito di sacrificio gli mancarono: si precipitò prima a Torino, dove correva voce che il M° Sugiyama, insegnante di judo e aikido, avesse finalmente aperto anche un corso di karate, ma dopo alcuni mesi di pratica si rese conto che si trattava semplicemente di un corso di atemi-waza, una sorta di kihon.
Fassi cercava ben altro e partì per Parigi, direttamente alla fonte della sua nuova passione, il dojo di Henry Plée in Rue Montagne Sainte Geneviève, nel Quartiere Latino, dove pochi anni dopo sarebbe esplosa incontenibile la contestazione studentesca.
Là, racconta Fassi, cento praticanti di ogni grado, dai principianti alle cinture nere, si allenavano contemporaneamente su un parquet di settanta metri quadri, in un clima di enorme entusiasmo e confusione, nel quale si rischiava di essere colpiti dall’avversario di chi ti stava di fianco e travolti dalla marea dei karateka al minimo errore durante l’esecuzione degli Heian.
Chi lamenta la durezza dei primi stage col M° Shirai, probabilmente ignora le delizie dei Gasshuku dell’epoca, che si svolgevano a St.Raphael (Costa Azzurra) sotto la guida inflessibile di Plée e Yoshinao Nanbu, vincitore dei campionati universitari giapponesi e invitato in Francia ad insegnare combattimento libero. Racconta Roberto Fassi:
“L’allenamento iniziava ogni mattina alle cinque. Si correva per circa un’ora, a piedi nudi, per un sentiero pieno di sterpi e ciottoli, per temprare la mente e il corpo (e soprattutto… i piedi!). In riva al mare, alle prime luci dell’alba, iniziava l’allenamento: un’ora di ginnastica (saltelli sulla sabbia e altre delizie del genere), un’ora di kihon, un’ora di kata e infine un’ora di kumite. Il tutto con i piedi spesso feriti e sanguinanti per la corsa su rovi e sassi. Nel combattimento libero era permesso buttar sabbia negli occhi dell’avversario e combattere anche nell’acqua. Rammento che il M° Nanbu ci batteva regolarmente per… annegamento! Verso sera aveva luogo una delle prove più estenuanti dello stage che consisteva nel rimanere il più a lungo possibile in kibadachi eseguendo chokuzuki come dei forsennati.”

L’allenamento iniziava ogni mattina alle cinque. Si correva per circa un’ora, a piedi nudi, per un sentiero pieno di sterpi e ciottoli, per temprare la mente e il corpo (e soprattutto… i piedi!).

Fassi si rivolse proprio a Plée chiedendogli assistenza per far arrivare un maestro giapponese a Milano.Se la palestra non è tua – gli rispose Plée – chiama un istruttore della JKA. Sono i migliori, ma una volta che arrivano pretendono di fare le cose a modo loro. Io in casa mia voglio restare padrone, ma se la palestra non è tua non avrai rogne da pelare!” Così Plée gli diede una lettera di presentazione per Masatoshi Nakayama, boss della Japan Karate Association, che mise Fassi direttamente in contatto con i suoi migliori istruttori impegnati nella tournée sudafricana. Dei quattro l’unico libero era proprio Shirai: Kase, Kanazawa ed Enoeda avevano già firmato il contratto con le federazioni belga, inglese e tedesca.

Fu sempre Roberto Fassi, dopo un’attesa di ore dovuta a un malinteso sull’orario d’arrivo, a prelevare alla stazione il formidabile quartetto e ad accompagnarlo in albergo. Le sorprese per lui e per i praticanti milanesi erano appena cominciate: il giorno dopo l’incontenibile Enoeda, noto all’epoca per avere il pugno più forte del Giappone, durante il riscaldamento sfondò con uno gyakuzuki la parete divisoria dello spogliatoio del Jigoro Kano, emulando l’impresa di Agena, che a suo tempo aveva perforato col suo leggendario nukite il tramezzo del bagno pubblico di Okinawa!
La dimostrazione, che fu frettolosamente organizzata un paio di giorni dopo nella sala secondaria del Palalido, raccolse alcune centinaia di spettatori entusiasti, che si arrampicarono perfino sui tabelloni della pallacanestro per seguirla meglio, e rimase indimenticabile per i fortunati che vi poterono assistere.
I quattro maestri giapponesi si esibirono da soli per un paio d’ore; nel pieno delle proprie forze, mostrarono il meglio del loro repertorio ipnotizzando il pubblico e facendo da formidabile cassa di risonanza per la nascente arte marziale.

L’incontenibile Enoeda, noto all’epoca per avere il pugno più forte del Giappone, durante il riscaldamento sfondò con uno gyakuzuki la parete divisoria dello spogliatoio del Jigoro Kano.

Il M° Shirai, una volta accettato l’incarico, confermò immediatamente le caratteristiche egemoniche che Henry Plée aveva attribuito alla scuola del M° Nakayama. Un mese dopo il suo arrivo organizzò inaspettatamente la prima sessione di esami, ma deluse le ottimistiche aspettative di chi, come Fassi, era cintura marrone da due anni e si sentiva ormai “in odore” di cintura nera. Tutti i candidati vennero non solo bocciati, ma retrocessi, compreso lui che si ritrovò quarto kyu, all’epoca corrispondente a cintura bianca! Si trattava soprattutto di un modo per mettere alla prova lo spirito e la tenacia dei praticanti italiani, che non si scoraggiarono e nel giro di pochi mesi ripresero la qualifica sospesa.
Il Jigoro Kano andò quasi immediatamente stretto al M° Shirai (al quale Fassi aveva ceduto di buon grado tutti i suoi allievi), il quale cercò presto una nuova sede e un proprio dojo per gli iscritti ai corsi di karate che, sotto la sua guida carismatica, si erano già triplicati. Dopo una breve parentesi nella palestra secondaria del Palalido, trovò casa e palestra in via Piacenza 8. Lì, nelle due piccole palestre gemelle ospitate nel cortile dello stabile (di proprietà del conte Zoja) si sarebbero fatti le ossa i nomi più famosi dello Shotokan italiano: i genovesi Parisi e Ottaggio, i milanesi Falsoni, Zoja, Abruzzo e Tammaccaro, gli emiliani Guaraldi, Baleotti, Perlati, Balzarro, e molti altri provenienti da tutta Italia e spesso dall’estero.

Nell’anno successivo (1966) fu fondata l’A.I.K. (Associazione Italiana Karate), la prima delle organizzazioni che avrebbero raccolto i praticanti di karate shotokan nel nostro Paese. Il volantino dell’associazione mostrava in copertina una fotografia del M° Shirai che si difendeva da terra contro un attacco di coltello del M° Fassi e contrattaccava con un calcio al plesso solare (come nella sequenza del kata Unsu). Lo stesso volantino, redatto nel 1969, informava con giustificato orgoglio di poter ormai contare su “un organico di circa 40 palestre in tutta Italia”.
Se si pensa che dieci anni dopo, al momento dello scioglimento della Fesika e della confluenza in un’unica federazione riconosciuta dal CONI, il numero delle palestre era più che decuplicato, per un totale di circa 50.000 praticanti, si può apprezzare l’enorme opera di proselitismo messa in atto dal M° Shirai e dai suoi validissimi collaboratori.

Il 5 ottobre 1968, alla Stadthalle di Vienna, la squadra italiana (Zoja, Parisi, Falsoni, Balzarro, Baleotti, Ottaggio, Urtis) vinse il titolo di kumite a squadre, prevalendo in finale sulla Germania.

Il 6 maggio 1967, in un Palalido gremito di folla, alla presenza dei Maestri giapponesi Kase, Shirai, Miura e Sugiyama, si svolse il 1° Campionato italiano di karate per cinture nere.
Il genovese Luciano Parisi, 2°dan dello Shukukai di Genova, fu il vero mattatore della serata. Nella gara di combattimento, arbitrata dal M° Kase, prevalse in finale su Angelo Abruzzo, siciliano trapiantato a Milano, allievo della Scuola Superiore di Polizia, un futuro ancora sconosciuto di monaco buddista davanti a sé. Terzi a pari merito risultarono il milanese Bottero e il genovese Ottaggio.
Parisi vinse nettamente anche la gara di kata davanti a Ennio Falsoni, un atleta completo destinato a far parlare ancora di sé, e allo stesso Ottaggio; prima delle finali il pubblico assistette senza fiato a una formidabile difesa di bastone del M° Kase, al quale faceva da uke di eccezione il M° Shirai.
Due anni dopo si sarebbe affacciata sulla scena dell’agonismo una nuova generazione di campioni che avrebbero lasciato un ricordo indelebile della propria presenza sui tatami di tutto il mondo: agli “Italiani” del 1969 erano infatti iscritti, tra gli altri, De Michelis, Sudati, Corbella, Capuana, Panciroli, Tammaccaro, Parma, Montanari, Santini, Zoja, Gatti, Schiappacasse. Vinsero Zoja e Montanari, due nomi che, con quelli di Capuana, De Michelis e Fugazza, sarebbero diventati tra i più popolari della “vecchia” Fesika, la nuova Federazione che nel 1970 avrebbe sostituito l’A.I.K.
Prima di sciogliersi, tuttavia, la gloriosa associazione regalò agli appassionati momenti indimenticabili di gloria. Il 5 ottobre 1968, alla Stadthalle di Vienna, la squadra italiana (Zoja, Parisi, Falsoni, Balzarro, Baleotti, Ottaggio, Urtis) vinse il titolo di kumite a squadre, prevalendo in finale sulla Germania: uno scontro destinato a diventare un classico nella storia dello shotokan europeo. Minor fortuna ebbero gli azzurri nella gara individuale, dove Falsoni perse per squalifica la finale con l’inglese Andy Sherry, il futuro braccio destro e successore di Enoeda in terra d’Albione. A riprova di una preparazione completa e non specialistica, Falsoni e Sherry si contesero anche il titolo di kata: vinse l’italiano con Nijushiho, al terzo posto un altro azzurro, il ‘solito’ Parisi.

Memorabile in particolare l’incontro con la squadra giapponese (poi risultata vittoriosa per il conteggio degli ippon), con i pareggi tra Parisi e l’astro nascente Oishi, tra Ottaggio e Yamagami, e con la bella vittoria di Falsoni (già quinto a Los Angeles) su Fuji.

Grazie alla brillante prova di Vienna, tre italiani (Falsoni, Parisi, Ottaggio) furono inclusi nella rappresentativa europea che partecipò al torneo di “commemorazione olimpica” di Los Angeles (19 ottobre 1968) e ai successivi Campionati mondiali di Città del Messico (4 novembre 1968), dove l’Europa ottenne il terzo posto dietro al Giappone e all’America. Memorabile in particolare l’incontro con la squadra giapponese (poi risultata vittoriosa per il conteggio degli ippon), con i pareggi tra Parisi e l’astro nascente Oishi, tra Ottaggio e Yamagami, e con la bella vittoria di Falsoni (già quinto a Los Angeles) su Fuji.
Purtroppo anche le storie più belle non sono prive di amarezza: la fine dell’A.I.K fu anche segnata dalla “defezione” di Parisi, Falsoni, Ottaggio e Panada, che nel 1970 si staccarono dal M° Shirai per entrare nella FIK, la federazione romana guidata da Augusto Ceracchini che aveva ottenuto il riconoscimento del CONI come disciplina associata al judo. Proprio grazie all’apporto degli ex-atleti del M° Shirai, la squadra italiana conquistò il 2° posto dietro la Francia ai Mondiali di Parigi del 1972. Tali campionati segnarono anche il ritiro della squadra giapponese per protesta e l’inizio di una scissione politica del karate mondiale destinata a durare fino ai nostri giorni.
Il M° Shirai non si diede certo per vinto: la storia del karate tradizionale nel nostro Paese era solo agli inizi. La nuova sede di via Bezzecca (dove anche chi scrive tirò i primi chokuzuki) sarebbe ben presto diventata una fucina di grandi maestri e campioni, riuniti sotto l’egida di una sigla anch’essa nuova: la Fe.S.I.Ka.… ma questa è una storia diversa, che merita una puntata tutta per sé!

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